Giorgio Armillei: Pd, Veltroni, Renzi, destra e sinistra, apertura e chiusura

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Cominelli sulla scissione debole (e triste)

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Considerazioni di fine serata

Ho seguito da casa i lavori dell’Assemblea.

Ho capito Renzi, che aveva sbagliato a non indire il congresso subito dopo la sconfitta referendaria e che ha finalmente compreso che non si poteva andare alle amministrative con un partito in situazione confusionale. Ho capito lo splendido intervento di Veltroni che ha spiegato le ragioni di fondo che hanno motivato il Pd e che ci tengono insieme.

Non ho capito la minoranza. Epifani ha fatto un discorso che motiva una piattaforma alternativa dentro lo stesso partito e non una scissione. Bersani, Speranza e Rossi parlano solo alle Tv e D’Alema sembra scomparso. La minoranza insisteva per votare dopo le amministrative (avendo nel frattempo logorato il partito insieme al suo segretario), ma non ha presentato nessuna delle due scelte che avrebbero consentito quell’esito: né una candidatura alternativa a segretario per la parte rimanente del mandato (cosa che avrebbe congelato il congresso) né una modifica statutaria per allungare il periodo di quattro che passa tra l’accettazione delle dimissioni del segretario (oggi) e lo svolgimento delle primarie. Esse si devono così per forza svolgere entro metà giugno, ma, non potendosi sovrapporre alle amministrative, possono essere fissate solo ad aprile o maggio.  Visto che è solo l’Assemblea che può modificare lo statuto, ciò significa che da ora in poi il calendario non è più negoziabile oltre quella data: non può cambiarlo né la Direzione né la Commissione che agiscono a Statuto vigente.

A questo punto parla il Presidente della Puglia Emiliano che pochi giorni fa minacciava la scissione se non si fosse fatto il congresso (versione 1), che ieri aveva all’opposto minacciato la scissione se si fosse fatto presto il congresso (versione 2) e che oggi sembra rientrato (versione 3). Ma a tarda sera (versione 4) firma un documento con gli altri candidati (che lo riporta a ieri). Non è che tra un po’ avremo un Emiliano 5 che torna al pomeriggio? Non a caso due ottime giornaliste danno al momento interpretazioni opposte:

Angela Mauro crede che l’Emiliano finale sia il 3 (o il 5):

http://www.huffingtonpost.it/2017/02/19/matteo-renzi-scissione_n_14862000.html?utm_hp_ref=italy

mentre Emilia Patta crede che quello vero sia il 4:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-02-19/dopo-l-assemblea-pd-piu-il-voto-giugno-190423.shtml?uuid=AEYlKKZ&utm_source=dlvr.it&utm_medium=twitter

Non so chi abbia ragione. Mi dispiace per chi è stato lì per tutta la giornata e si ritrova ora conclusioni forse diverse. Tutto ciò ha comunque un solo nome: irresponsabilità. E non c’entrano i giudizi politici diversi che si possano dare su Renzi e che si possono legittimamente esprimere dentro questo spazio politico, almeno per coloro che non condividono né il confuso dilettantismo del M5S né la destra sovranista né la destra incerta di Berlusconi.

Anche perché le conseguenze non sono solo sul Pd. Perché è ovvio che, a seconda della grandezza della scissione al Senato, checché ne dica apparentemente la minoranza, rischia il Governo e anche la continuità della legislatura. Dal suo legittimo (e logico) punto di vista il nuovo segretario di Sinistra Italiana Fratoianni saluta positivamente la scissione e invita a collaborare ritrovandosi insieme all’opposizione dato che non si capirebbe perché scindersi da un partito e sostenere il Governo espresso da quel medesimo partito.

Se non avessi già rinnovato la tessera al Pd Aurelio sentirei il dovere morale di farla domattina.

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L’intervento di ieri di Emma Fattorini a Civiltà Cattolica

In primo luogo vorrei ringraziarvi  di questo invito. E non in modo  formale.

Sono  onorata per l’opportunità di festeggiare questo traguardo e sono anche grata umanamente, sul piano personale, perchè in questo   percorso così significativo  si sono intrecciate negli ultimi decenni anche vicende esistenziali, umane, di vita e di amicizia.Come dirò in seguito.

La mia generazione si era formata  su interpretazioni che spesso indulgevano a  vecchi stereotipi fondati su categorie come il cosi detto gesuitismo, quale sinonimo di opportunismo, e furbizia in quanto oscillerebbe tra l’intransigentismo più ferreo all’adattamento più corrivo ai tempi.

Una sorta di furbizia che aveva esempi illustri e altri caricaturali. Come ricorda l’espressione “nipotini di Padre Bresciani” che ricorre molto frequentemente nei Quaderni dal carcere per indicare quei cattolici  per i quali “la sincera  religiosità è sopraffatta dalla disciplina di partito “ (G Martina, “Storia della Compagnia di Gesù in Italia”, Morcelliana p.30) . Per i quali scrive Gramsci “Il sentimento religioso schietto è stato disseccato. Perciò…la letteratura cattolica …ma non può più avere un san Francesco…può essere milizia, propaganda, agitazione non più ingenua espressione di fede…” (Quaderno III, p.2208).

Il pensiero di Croce e di Gramsci sui gesuiti ha condizionato il pensiero laico di intere generazioni. 

Penso ai Quaderno N.20 o N. 5, elle note intitolate “Cattolici integrali, gesuiti, modernisti” che, al di là delle vulgate, contribuivano comunque a restituire una dignità, e un’articolazione non banale o sommaria del ruolo dei gesuiti nei conflitti ma anche nelle intersezioni e partecipazioni alla costruzione dello stato unitario.

Si coglie lì un’arricchimento di quella categoria dell’intrangentismo, una sorta  di iniziale estraneità allo Stato che non va letta solo come mera contrapposizione  negativa, ma anche come deposito e risorsa, che alimenterà spinte positive proprio a partire dai punti critici di una costruzione liberale dello Stato e della politica. Insomma non solo

contrapposizione e rifiuto ma anche individuazione e consapevolezza dei

limiti insiti in una separatezza dello Stato dalle anime più profonde della

Società civile e dei suoi bisogni. 

Una diffidenza da cui sorse poi una matura e convinta  lealtà allo Stato nazionale.

Su questo delicato passaggio del

pensiero cattolico  pensiamo alle note gramsciane sulla figura di Lamennais, che passa dal più netto intransigentismo a quella conciliazione della cultura cattolica con il pensiero liberale.

La “Civiltà cattolica” fu una fonte decisiva, fondamentale per la stesura dei Quaderni dal carcere, potremmo dire che tanta parte di essi non  sarebbe neanche esistita senza di essa.

La rivista del resto rappresenta, nella maniera più significativa quell’ambivalenza, quel percorso  di avvicinamento della cultura cattolica alla modernità che vide i gesuiti, ma non solo, nel ruolo di protagonisti. E che vide la “Civilta’ cattolica”  fedele, accurata, metonimica testimone. 

A partire dalla vicenda del suo primo direttore quel Curci che da antiliberale e sostenitore  del potere temporale della chiesa dopo Porta Pia riconosce in pieno l’autorità dello Stato italiano fino a combattere le correnti ultramontane presenti in gran forza nella Compagnia di Gesù al punto da subire l’espulsione e la sospensione a divinis nel 1884. La rivista, del resto, aveva espresso ostilità verso le personalità più innovative, come Tommaseo o Rosmini, clamoroso fu il  silenzio  sulla morte di Alessandro Manzoni nel 1873. Un rifiuto simile ci sarà per la figura di Maritain o di don Milani.

Certo la “Civiltà cattolica” diede ben conto di quella vera e propria forma di “persecuzione”, cui fu sottoposta anche la Compagnia di Gesù in seguito alle leggi eversive del 1866, ma se volessimo concludere con un giudizio sintetico ,più che di ambivalenza , la “Civilta’ cattolica” sui fronti più spinosi, fu spesso in ritardo nell’acquisire un senso riconciliato con la modernità. Ne da conto tutta la produzione insuperata degli studi di Pietro Scoppola sul modernismo, di Giovanni Miccoli sull’intransigentismo e di Gabriele De Rosa sulla religiosità popolare,

Su un’altra questione cruciale, quella della questione ebraica, la “Civiltà cattolica” sarà la cartina di tornasole del sentire del tempo.

Penso alle accuse di antisemitismo mosse alla rivista a partire dagli articoli di Enrico De Rosa secondo le quali la rivista avrebbe assecondato nel 1890 la confisca dei beni e l’espulsione degli ebrei dall’Italia.

Il giudizio di Padre Giacomo Martina sull’antisemitismo della rivista è molto netto al punto, egli scrive, “ da accusare  gli ebrei dei secoli passati di omicidi di bambini durantela Settimana Santa ( il noto omicidio rituale), accettando –prosegue- come oro colato i racconti già allora visti con sospetto da molti, ritenendo seri e sicuri autori screditati “. La rivista si lanciò nell’affare Dreyfus e non condanno l’antisemitismo del partito  sociale cristiano del sindaco di Vienna Lueger. 

E prosegue sulle leggi razziale italiane che scrive” furono accolte dai gesuiti italiani in silenzio, senza proteste, anzi con un pizzico di simpatia da parte della Compagnia… “ notando delle differenze con la “Civiltà cattolica” che “ si barcamenò, ma non le condannò”.

Giudizi duri, posizioni che esprimevano un sentire comune del tempo, eppure  fuproprio dai gesuiti e dai redattori della “Civiltà cattolica” che vennero importanti aperture e significativi riconoscimenti. Sarà infatti a un gesuita, l’americano La Farge che Pio XI chiederà di redigere la famosa enciclica contro l’antisemitismo, quella che non vedrà mai la luce, molto probabilmente, però,  per l’ostilità del potentissimo Generale della Compagnia padre Ledochowski. E soprattutto sarà affidata  da  Paolo VI a quattro gesuiti la selezione di un’ampissima scelta di documenti dell’archivio segreto volti a fare chiarezza sulla accesissima polemica circa i silenzi della chiesa di Pio XII sullo sterminio degli ebrei. I famosi 11 volumi, Actes et documents du Saint Siege relatifs à la seconde guerre mondiale, una fonte documentaria fondamentale, non solo perché, è stata, di fatto l’unica fonte, a causa della chiusura degli archivi sul pontificato di Pio XII, ma anche perché molto esaustiva, e soprattutto non faziosamente  volta a occultare chissà quali segreti, come la polemica storiografica più faziosa ha invece sostenuto a lungo. Non credo, come tanti altri storici, che si annidino sorprendenti novità storiografiche circa la condotta di Pio XII e degli episcopati  nei confronti i nel fascismo e del nazismo. Anche se la chiusura dell’Archivio Segreto, a mio avviso, resta un vulnus, il residuo di  paure ormai obsolete verso  una ricerca storica libera, una sorta di subalternità e debolezza  che alimenta ancora di più sospetti e fantasie di segretezze inconfessabili: ormai le questioni fondamentali sono venute alla luce, ma restano tanti dettagli e sfumature che renderebbero la ricerca storica più ricca e completa. 

Ricordo una lunga intervista che feci qui nella sede della Civiltà cattolica parecchi anni fa  all’unico sopravvissuto  Padre Graham su tutta la questione. Fu molto interessante e non la pubblicai mai, magari ora potrei darla agli storici della rivista…

Dicevamo degli Actes et documents, e però come fonti preziose vorrei anche ricordare che la rivista pubblicò, all’inizio degli anni ’60, documentazioni interessantissime, tutte inedite, commentate da  Angelo Martini e dallo stesso Graham su tanti temi tra i quali periodo nazista e  sulla prima guerra mondiale.

L’attenzione agli archivi è sempre stata una costante della rivista che li custodisce come bene prezioso e posso dire che pur non essendovi libero accesso ( almeno ai miei tempi era così)  c’è stata una sensibilità verso i ricercatori e una grande disponibilità di accesso per  diversi dottorandi.

Per tornare alla rivista, la sua evoluzione verso una forma sempre più convinta di condivisione delle inquietudine della coscienza  moderna avrà il loro punto di caduta con il Concilio vaticano II e con la stagione di Padre Arrupe. Penso a figure come Padre Tucci e  come Padre Sorge, e al suo impegno civile e politico.

E ora abbiamo Papa Bergoglio. Che ha invitato, nell’udienza del 14 giugno 2013, i gesuiti della rivista  al “dialogo, discernimento e frontiera” e che ha ripetuto negli auguri alla rivista di potere continuare ad essere “ponte, frontiera e discernimento”.

Il discernimento è il criterio, per individuare quale  dialogo e il discernimento e’anche la condizione per praticare le frontiere, intese come pratica di vita, condizione esistenziale. Non intellettualista e astratta “senza addomesticare le frontiere e portarle a sé, dice il papa, ma imparando a stare lì sulla frontiera”, e’ questa la condizione: lo stare lì, è di per sé una frontiera.

Il discernimento è la chiave di tutto, lo sappiamo. Parlare di discernimento in questa sede ignaziana, davanti ai padri gesuiti è sfrontato, da parte di una donna laica poi… 

anche se soprattutto per noi donne, credenti,  laiche impegnate nel mondo, il discernimento … è il nostro vero compagno di vita…

Perchè capire e decifrare i segni dei tempi,  (e cioè trovare cosa c’è di buono nell’altro da noi, anche nel nemico , che sia oggettivamente buono come praticò papa Giovanni) è la grande sfida storica del discernimento necessario per non cadere nel relativismo, nel soggettivismo.

Ma ora la sfida del discernimentoanche riguardo all’azione nella  sfera pubblica, si è fatta più sottile, più difficile, più esigente, perchè non riguarda solo la grande storia, l’histoire evenementielle, ma ritorna nella sua sfera più profonda, quella personale e intima, quella delle scelte soggettive e dei sentimenti, delle relazioni affettive, agite nel mondo .

Questa è la grande sfida lanciata da Papa Bergoglio agli uomini e alle donne dei nostri giorni con il suo Amoris laetitia, che è un elogio ininterrotto del discernimento (che si è concretizzato con il Sinodo sulla famiglia).

“Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli,si legge in Amoris laetitia che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle. “ AL 37

Qui non si tratta di cedimenti allo spirito dei tempi, al lassismo morale, dei costumi, ma di partire, come ha scritto Bergoglio, dalla domanda della realtà.

Del resto la “flessibilità”, è caratteristica degli Esercizi di sant’Ignazio come ci ricorda anche Diego Fares , nel suo articolo “Aiuti nella capacità di discernere”nel numero che qui festeggiamo, la flessibilità ignaziana era molto cara anche a quel Pio XI che la raccomandava per “l’ammirevole adattamento ad ogni ceto e condizione di persone e…per condurre l’uomo dalla liberazione dalla colpa alle più alte vette dell’orazione e dell’amor do Dio”.

Stiamo parlando di Pio XI, non certo un relativista. Non uno zuzzerellone.

Ma non mi voglio dilungare oltre per non protrarre la sfrontatezza oltre ogni limite.

Voglio solo aggiungere che il discernimento dei segni dei tempi nella storia e nella politica si deve misurare anche con la difficoltà di decifrare gli effetti sulla sfera pubblica delle scelte  più intime, quelle dei sentimenti e delle relazioni affettive, della coppia e della famiglia, dell’inizio e della fine della vita. 

Sono i temi spinosi, tanto attuali della biopolitica e della bioetica sui quali oggi si devono pronunciare le scelte politiche e legislative, oltre che ovviamente pastorali. E a volte  il laico impegnato, il legislatore è solo, perchè nella stagione precedente le indicazioni ecclesiastiche erano troppo prescrittive ora perché, al contrario, sono affidate, per me giustamente,  alla coscienza  del singolo. 

E quindi ci si sente soli: e quindi lo Spirito Santo ha tantissimo da fare.

Se come è vero la tentazione identitaria è corrosiva,“necrosi del cristianesimo”, il  cristiano impegnato nella vita pubblica deve davvero accompagnarsi a un sano e profondo discernimento

E allora ecco la funzione terapeutica della “Civilta’ cattolica”  metonimica della bergogliana “chiesa,ospedale da campo.

Ecco la funzione dell’amicizia, di cui tanti scrittori della rivista sono davvero maestri.

Sono tanti i nomi di scrittori della rivista con cui negli  anni ho, insieme ad altri , stretto legami di amicizia,fatta di condivisione, itinerari di ricerca, scelte esistenziali . Con discrezione e solidarietà.

I nomi sono tanti e ne dimenticherò  sicuramente qualcuno, 

Padre Salvini è stato un padre vero in momenti difficili della vita politica, e della chiesa,

Giacomo Martina un maestro della ricerca  storica, libera e rigorosa, fondata su un uso intelligente perchè, insieme straordinariamente creativo e scrupolosissimo nell’uso degli archivi e delle fonti, come si vede bene nella sua importante Storia della Compagnia di Gesù in Italia

e poi pensiamo alle generazioni successive,

al Padre Spadaro, degno erede di una tale, importante, storia e nel momento della straordinaria stagione del pontificato di Bergoglio  al quale lo lega una grande amicizia.

Ricordo poi il lavoro storico di padre Giovanni Sale, un carissimo amico, prolifico e generoso nel condividere nella sua versatile produzione una grande ricchezza di materiali di archivio, miniere per i nostri giovani ricercatori.

O sul fronte dell’analisi politica  pensiamo a Francesco Occhetta, alla sua capacità di tenere insieme freschezza e profondità, nel seguire i meandri di una politica sempre più indecifrabile e lontana e che lui riesce invece a comunicare anche ai giovani, tra l’altro, con una grande dimestichezza nell’uso dei social.

Pezzi di vita, amicizie importanti, che ci hanno aiutato e continuano  ad accompagnarci e a farci   sentire meno soli. Tutti.

Per tutto questo 

Grazie

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Situazione pd. 4 La lettura filosofica di Giovanni Cominelli

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