Grasso. Se la proposta è solo un nome

Da vari anni la sinistra sinistra fa una campagna (a mio avviso esagerata) contro la personalizzazione della politica, che è un dato ineliminabile del contesto contemporaneo e contro la (presunta) perdita di identità del Pd (dove con identità spesso si intende o il fatto che il leader non provenga dal percorso del Pci, che peraltro si sciolse, o che non difende gli strumenti che in un’altra fase erano visti come costitutivi della sinistra, che però sono strumenti e non fini) . Tuttavia la leadership, pur necessaria, dovrebbe esprimere in modo sintetico un programma, dato che le idee camminano sulle gambe degli uomini. Non è autosufficiente.
Ora l’unica cosa che si capisce al momento della performance televisiva del Presidente Grasso è che il suo nome andrà sul simbolo; tracce di programma, specie sulla questione decisiva dell’Unione Europea, nessuna. Attendiamo quindi, più o meno fiduciosi, premesso che governare relativamente bene degli uffici giudiziari non significa in alcun modo garanzia di saper governare una formazione politica, che è cosa del tutto diversa.
Il nome partito non c’è, cosa curiosa in un’area che del valore dello strumento partito ha fatto (secondo me in questo caso a ragione) spesso un punto chiave della propria impostazione contro soggetti troppo leggeri e indistinti. Per inciso chi si presenta alle elezioni è un partito perché questo è ciò che definisce un partito, quindi non mettere quel nome significa essere un partito in sostanza vergognandosi di esserlo.
Né Grasso identifica chiaramente la proposta come di sinistra e neppure la parola sinistra compare nel simbolo, dove figura invece il richiamo al mix di libertà e uguaglianza che identifica di solito in tutta Europa il centrosinistra riformista, la sinistra liberale e non la sinistra sinistra che è ugualitaria ma non liberale né in economia né sui diritti. E della parziale forzatura rispetto a Libertà Eguale avremo modo di riparlare.
La domanda finale è quindi la seguente: quando questo simbolo andrà sulla scheda e si troverà come concorrenti per un verso il simbolo e il nome del Partito della Rifondazione Comunista e per altro verso il Pd e una lista coalizzata con la parola sinistra, ossia due cose molto chiare e identificabili, sarà riconosciuto come comprensibile anche da una parte di quegli elettori che sull’onda della copertura mediatica immediata a un partito che nasce dimostrano interesse? Tutti i partiti appena nati godono infatti al momento di una sovra copertura mediatica e quindi di una sovrarappresentazione nei sondaggi. Fini u questo docet.
Tanto più che nel frattempo dovrà chiarire quali sono le sue impostazioni programmatiche in particolare sull’Unione europea su cui nella sua constituency sono presenti chiare impostazioni anti-euro e anti-Ue
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Anche oggi sui giornali quattro articoli che spiegano bene la vera alternativa, quella tra putiniani e federalisti

 

Giustamente il direttore de La Stampa Molinari ritorna con vari articoli (oltre al suo editoriale in particolare uno di Mastrolilli) sulle azioni di Putin in Italia, non per costruire teorie del complotto o per negare l’ovvio (tutti cercano sempre di interferire nelle scelte altrui), ma per chiarire la grande posta geopolitica delle prossime elezioni italiane tra federalisti europei e putiniani. E’ quello che Sergio Fabbrini sul Sole invita a tematizzare esplicitamente e che Massimo Adinolfi sul Messaggero specifica nel senso dell’evocazione della speranza invece che dell’insistenza sulle paure.
L’elettorato può reagire in modo diverso se è posto di fronte alla domanda vera e alla speranza che essa può portare con sé.
I grandi movimenti di voto non sono mossi tanto da pregi e difetti di un singolo leader politico, da una squadra o dall’estensione delle coalizioni, ma dalla speranza che si riesce a evocare nonostante i propri limiti.
“E’ meno quello che siamo della grande speranza che speriamo”, ricordava il romanziere peruviano Arguedas. Speriamo che il centrosinistra riesca a veicolare questo, né va dell’Italia e dell’Italia in un’Unione Europea più forte.

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Il quadro comparativo delle proposte di Juncker e Macron sulla Ue

juncker macron versione francese

juncker macron versione inglese

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Il partito putiniano italiano a cui opporre il partito europeista

Al di là del caso specifico posto dall’ex-Presidente Biden e di quanto esso abbia pesato sul referendum (ragionevolmente poco), non si tratta di insinuazioni ma di affermazioni che hanno riscontri precisi, quello di cui parlano vari articoli de La Stampa di oggi, il cui direttore è un maestro del tema. In particolare spiccano l’intervista di Carpenter e le prove esibite da Iacoboni sul sostegno costante di Putin a Lega e M5S.
Sostegno del tutto logico. Il biennio 2018-2019 ha come posta decisiva la riforma della governance Ue in tutti i Paesi chiave che hanno il potere di deciderla: Francia, Germania, Italia e Spagna. Da questo punto di vista riuscire a bloccare anche uno solo dei Paesi trainanti dal punto di vista geopolitico russo sarebbe fondamentale. Il tentativo al momento è fallito in Francia, dove i finanziamenti alla Le Pen sono stati espliciti, e anche in Spagna, dove l’appoggio ai secessionisti catalani è stato ingente. Non aveva chances in Germania, ma le ha in Italia. Perché non sostenere le forze che vorrebbero proporre un referendum sull’Ue indebolendo il progetto?
Ragione in più per il centrosinistra di Governo per fare una campagna forte proprio sulla riforma della governance Ue, anche per differenza agli ex scissionisti che ammiccano a nuovi streaming con intese post elettorali col M5s.
La campagna andrebbe fatta intensivamente su questo, accantonando altre questioni che creano solo cortine fumogene sulla posta vera in campo, come la Commissione banche, i vtalizi o discutere retrospettivamente la legge elettorale che abbiamo e con cui ragionevolmente voteremo solo stavolta.
Ha ragione Fabbrini: è tema di una campagna come quella degasperiana del 1948 sulla connessione con l’area euro-atlantica. Il resto è inutile.

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Cos’è la sessione di bilancio: audiovideo della lezione di Enrico Morando

morando

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Più Europa e meno ossessione delle coalizioni (ovvero il Risiko applicato alla politica)

 

Mentre i quotidiani sono ancora ossessionati dal risiko delle coalizioni, sopravvalutandone l’impatto sul voto, nonché dell’aggregazione strutturalmente minoritaria sull’estrema sinistra (che come tutte le realtà nuove gode di una copertura mediatica al momento della fondazione, chi si ricorda Fli di Fini e le profezie sui consensi al momento della nascita?), in Europa accadono cose importantissime.
La novità di ieri è l’intervento di Schulz al congresso Spd: sì alla grande coalizione purché ci sia una svolta federale europea a partire dai temi posti da Macron alla Sorbona.
Al di là della scelta della formula (che ha ovviamente le sue controindicazioni se diventa quasi permanente) il discrimine dell’Ue è evidentemente quello decisivo e ciò sarà ben evidente al momento delle elezioni italiane. E’ su quello che si possono giocare, dotandosi di una linea chiara, quella che il Governo ha già, come si ricava solo dall’articolo di Trovati
Per inciso non si capisce perché Schulz non abbia fatto su quel tema la campagna elettorale. Macron parlò due giorni dopo le elezioni tedesche, ma il carattere cruciale della svolta Ue era già evidente.
Insomma, nessuno sottovaluta la cucina politica delle coalizioni, che sono come i carri armati di Risiko (se non ce li hai non combini granché, soprattutto nei primi giri), ma a Risiko si vince se realizzi l’obiettivo che ti è assegnato, se lo persegui coerentemente e lo puoi realizzare anche con meno carri armati di altri. Qui invece si sarebbe spinti da alcuni commentatori a ricaricare carri armati dimenticandosi della carta degli obiettivi.

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Dopo quello del Senato, ecco il parere sui collegi della I Commissione Camera

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