Archivi del mese: aprile 2013

dibattito su Dossetti a radio radicale

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30/04/2013 · 19:34

Fiducia, democrazia, disciplina

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26/04/2013 · 21:29

http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/letta-ce-la-fara-grazie-alla-scuola-pisana-e-alla-lezione-di-andreatta_b_3149328.html?utm_hp_ref=italy

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24/04/2013 · 21:42

Le differenze tra Napolitano 1 e 2

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24/04/2013 · 10:46

la mia recensione su mondoperaio ad un volume sulla storia dell’mrp francese

biblioteca/schede di lettura

Il fecondo declino del cattolicesimo politico francese

Stefano Ceccanti

 

Questo libro molto stimolante del giovane storico Michele Marchi indaga in sostanza le ragioni del successo, per molti inaspettato, del Mrp francese (il Movimento Repubblicano Popolare, di ispirazione cattolico democratica) subito dopo la seconda guerra mondiale, ed anche le ragioni della sua scomparsa (paradossalmente feconda) pochi anni dopo. L’Autore, nell’introduzione, mette anzitutto le mani avanti contro parallelismi troppo immediati tra Francia ed Italia, segnalando alcuni elementi strutturali di differenza. Nel nostro paese vi è la presenza diretta del Vaticano, mentre invece in Francia l’influsso della Santa Sede è indiretto (lo si vede bene ad esempio nella maggior cautela vaticana rispetto ai vescovi verso Pétain ); poi vi è una maggiore forza comunista (che satellizza anche i socialisti, a differenza della Francia dove la Sfio è pro-atlantica), la quale puntella inevitabilmente il ruolo egemone della Dc sul resto del sistema politico.

Marchi passa quindi a illustrare le premesse istituzionali e culturali del ragionamento, affondando giustamente l’analisi nelle origini della III Repubblica. E’ lì, infatti, nello scontro del 1877 tra il maresciallo Mac Mahon e la maggioranza repubblicana (la quale, pur eterogenea, torna vincitrice dallo scioglimento anticipato), che si determinano due conseguenze. La prima è che il sistema perde un ruolo forte del Capo dello Stato (a cominciare dal potere di scioglimento) senza che quella forza, come nel caso inglese, si sposti sul governo. Nasce quindi una forma di governo di tipo assemblearistico che, specie dopo le novità politiche e sociali di inizio secolo, sarà alla base della debolezza francese nel secondo conflitto bellico. Lo scontro del 1877 è però anche uno scontro sulla linea di frattura clericali/laicisti, il che pone le premesse per la separazione ostile e alquanto traumatica del 1905 e sul medio periodo per la crescita dell’Action Française nel primo dopoguerra come conseguenza in ambito cattolico. Con essa si fondono, in modo nuovo, nazionalismo e riferimento al cattolicesimo, con un’aggressività tale da affermare un’autonomia marcata anche rispetto al papa, al punto da provocare una delle poche condanne cattoliche verso destra degli ultimi decenni.

La condanna del politique d’abord di Maurras porta con sé due conseguenze: una è per certi versi negativa, giacché conduce a un aggiramento del politico attraverso il sociale (Pelletier) con una certa debolezza a capire le dinamiche politiche propriamente intese; mentre l’altra è positiva, perché spinge la nuova azione cattolica specializzata per ambienti (studenti e lavoratori in primis) ad un confronto senza troppe inibizioni con la modernità che aveva rotto con la Chiesa sia sul versante del pensiero laico sia di quello marxista: confronto la cui fecondità si sarebbe vista già in occasione della lettura critica della guerra di Spagna, e che sul lungo periodo avrebbe aiutato in modo decisivo l’aggiornamento del Concilio Vaticano II.

L’appuntamento difficile con Vichy, come spiega bene Marchi, divide poi nettamente la Chiesa. Da un lato stanno i vescovi, che finiscono per leggere male l’indifferenza rispetto alle forme di governo proclamata da Leone XIII, provocando un corto circuito. Infatti, usando come criterio chiave per orientarsi lo spazio che il regime intende dare alla Chiesa, senz’altro più ampio di quello della III Repubblica e delle sue leggi del 1905 (al di là del conflitto specifico sull’educazione dei giovani, che però è difesa in nome dell’autonomia della Chiesa, non di una libertà generale), essi trasformano l’indifferenza di principio in adesione, anche con tratti di entusiasmo naif. Vi sono qui indubbi parallelismi con l’episcopato spagnolo nei confronti di Franco. Dall’altro lato vi sono i molti giovani cattolici che, insieme a de Gaulle, sono convinti di impersonare davvero un nuovo atteggiamento della Chiesa e che, al momento della vittoria, cercano di far valere le proprie ragioni, a cominciare dalla scelta simbolica del Generale di escludere il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, dal Te Deum per la Liberazione della capitale, il 26 agosto 1944. Anche se l’epurazione dei vescovi sarà poi minimale, in nome della “ragion di Stato”, per non sconcertare i fedeli elettori nel clima di scontro con i comunisti che richiedeva un coinvolgimento di tutti i settori moderati, in realtà l’influenza episcopale sarà fortemente ridotta, l’iniziativa passerà decisamente al laicato cattolico protagonista della Resistenza in modo molto più netto. Lo evidenzia anche il nome dell’Mrp che eviterà volutamente un riferimento esplicito al cristianesimo per non rinchiudersi in un ghetto confessionale e per rimarcare l’autonomia da un episcopato delegittimato.  

Qui però maturano contemporaneamente le forze (sul momento maggiori) e le debolezze (minori) del Mrp, ossia l’intento di mescolare “il riformismo di ispirazione cristiana, il gollismo e l’anticomunismo”, e quello che Marchi chiama il “gioco triangolare” tra Mrp, vescovi e de Gaulle. I dirigenti dell’Mrp erano socialmente di sinistra, sia pure di una sinistra chiaramente non comunista (è viva l’idea di un laburismo cristiano al momento non percorribile per il laicismo della Sfio): ma ottengono i voti perché in realtà sul versante della destra democratica non c’è al momento nessuna offerta credibile. Per di più, a differenza della Dc italiana, abituata a prendere voti a destra per perseguire poi politiche anche di sinistra, sia pure in modo non costante, vi era sin dalla fase costituente la presenza ingombrante di de Gaulle. Mentre in Italia il processo costituente è dominato dai partiti del Cln, che quindi danno vita ad un testo costituzionale rivendicato in continuità con la Resistenza, in Francia il legame si spezza. Il detentore della legittimità resistenziale, de Gaulle, colui che ricollega in modo fecondo “religione cattolica e patriottismo” senza le degenerazioni di Maurras, usando come argomento negativo chiave quello della continuità dell’assemblearismo che aveva spianato la strada alla sconfitta bellica è decisivo nel far bocciare nel referendum il primo testo votato dalla Costituente e poi nell’indebolire il sostegno al secondo, che riesce a passare solo di misura . La questione istituzionale resta aperta sino alla rivincita nel 1958-1962, con il Mrp associato agli altri partiti nella polemica contro l’assemblearismo, mentre in Italia è chiusa definitivamente fino alla caduta del Muro di Berlino.

Di fronte alla sfida gaullista l’Mrp cadeva in sostanza in una deriva confessionalistica strutturalmente minoritaria (tanto più in un paese come la Francia), e lasciava a de Gaulle l’iniziativa sugli elettori moderati, mentre iniziava un’erosione qualitativa significativa verso sinistra dei gruppi dirigenti delle associazioni di azione cattolica e dei sindacalisti, che acquisiva visibilità pubblica col sostegno al Governo Mendès France. Una volta che era emersa una sinistra non comunista diversa dal laicismo della Sfio (peraltro delegittimata tanto quanto l’Mrp dalla gestione delle vicende della decolonizzazione) diventava decisamente impossibile la prosecuzione dell’esperienza dell’Mrp, anche perché il momento magico dell’immediato dopoguerra aveva nascosto un importante dato strutturale. Mentre in Italia e in Germania le esperienze associative erano centrate sulla parrocchia, sulla dimensione territoriale, dove prima si aggregavano i praticanti e poi ci si apriva al dialogo con le altre subculture (la Dc era infatti la sovrapposizione di un’iniziativa politica autonoma di laici cattolici come il Ppi, che andava però a innestarsi sull’Azione Cattolica degli anni ’30 e ’40 centralizzata e parrocchializzata), viceversa la Francia era il luogo dell’associazionismo specializzato per ambienti che partiva dalla condivisione laica dell’esperienza di vita. I militanti di quell’associazionismo, per esempio quello studentesco ed operaio, si sentivano sul piano politico tanto ispirati cristianamente quanto collocati a sinistra, e tanto più quanto la sinistra perdeva le proprie caratteristiche comuniste e laiciste.

In altri termini avevano già in larga parte interiorizzato, esattamente come i praticanti domenicali regolari che seguivano de Gaulle, quell’impostazione bipolare che la Quinta Repubblica avrebbe poi formalizzato nel 1958 e nel 1962. Lo spiega bene Maurice Schumann nella citazione che Marchi riporta verso la fine, segnalando come l’evoluzione del sistema avesse disseminato positivamente i quadri Mrp, sia tra i socialisti sia nel centrodestra, fuori da ogni logica confessionalistica, con le sole preclusioni verso i comunisti e il Fronte nazionale. Con Edmond Michelet verso destra, Jacques Delors verso sinistra e Jean Lecanuet duramente sconfitto al centro, nelle prime elezioni presidenziali dirette del 1965 il sistema si rimodellava, per i cattolici e per tutti.

Moriva uno strumento partitico, ma non moriva, almeno per il momento, la cultura politica di una minoranza vitale e feconda, anche grazie al sapiente accompagnamento dei vescovi degli anni ’60 e ’70 verso un pluralismo fondato su una base comune pro-europea. In seguito – ma qui il libro non arriva – dentro il cattolicesimo francese, anche in conformità a dinamiche complessive del pontificato di Giovanni Paolo II, sono prevalsi movimenti più identitari che hanno però finito col restringere il radicamento complessivo (già minoritario) del cattolicesimo francese, e quindi per facilitare anche una radicalizzazione in senso opposto della sinistra, confermata dai consensi popolari. La presenza dei cattolici a sinistra resta più di carattere culturale, sia attraverso riviste classiche come Témoignage Chrétien, sia con strumenti nuovi quali il portale http://www.chretiensdegauche.eu/ (anche se si è costituito qualche embrione di presenza politica originale nel Partito Socialista quali i Poissons Roses – http://www.poissonsroses.org/).

Si tratta comunque di presenze che hanno posizioni interne pluraliste sia nel rapporto con la Chiesa francese sia rispetto alle scelte odierne quali quella del matrimonio omosessuale. Su quest’ultimo punto merita però di sottolineare che se la Chiesa sembra soddisfatta di aver acquisito un nuovo protagonismo pubblico, facendo da perno per le manifestazioni critiche nelle piazze, proprio nello stesso periodo a livello molecolare, registrato nei sondaggi, il consenso su quella scelta è invece paradossalmente aumentato nella società francese. Il cattolicesimo democratico avrà certo avuto i suoi limiti e doveva comunque ripensarsi, ma le nuove tendenze identitarie non sembrano essere una risposta feconda.

 

 M. Marchi, Alla ricerca del cattolicesimo politico. Politica e religione in Francia da Pétain a De Gaulle; Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012, pp. 412, euro 24,00.

 

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il mio articolo su l’unità di oggi

SEMIPRESIDENZIALISMO? Si’, GRAZIE

di Stefano Ceccanti

 

Partiamo dal documento dei saggi sulle istituzioni. Esso è una buona base di partenza su molti aspetti, a cominciare dalla consapevolezza che il problema di fondo è costituzionale. Appendere il Governo ai risultati di due Camere diverse è una spada di Damocle che va rimossa. Il testo invece inciampa nel delineare l’alternativa tra forma parlamentare e semi-presidenziale.  Essa e’ esposta a partire da una logica astratta. I criteri di coerenza col complessivo sistema costituzionale, contrasto alla personalizzazione ed elasticità sono giustissimi, ma non possono essere usati come degli a priori. La questione va affrontata in chiave induttiva a partire dalla situazione del sistema dei partiti e dalla evoluzione effettiva dei poteri costituzionali. O esistono prospettive dimostrabili e incentivabili per rafforzare tale sistema (che appare quasi liquefatto con molti micro-personalismi) e allora la forma parlamentare ha piu’ senso o, al contrario, esse non esistono e allora bisogna puntare sulla prospettiva semi-presidenziale che parte dalle istituzioni. Le norme costituzionali non hanno la stessa forza in entrambi i casi: in quello della forma parlamentare ne hanno di meno perché è la coerenza del sistema dei partiti che la supporta; in quello della semi-presidenziale invece è la forza dell’elezione diretta e i poteri propri del Presidente che trainano il sistema perché si è consapevoli della sua debolezza. Cosa sarebbero i nostri Comuni e Regioni senza l’elezione diretta?

A ciò si aggiunge nel testo dei saggi un’incoerenza interna: si dice che la soluzione parlamentare e’ più forte perché consente a un Capo dello Stato che non e’ capo dell’esecutivo di gestire le crisi, ma poi, nelle proposte, si riducono i poteri del Presidente sulla nomina del Governo e sullo scioglimento anticipato, rendendosi conto che se essi vengono usati costantemente in modo incisivo affermano un ruolo governante del Presidente. Proprio qui si colloca il nostro dibattito, dopo la necessaria  rottura della prassi della non rielezione. Nonostante l’intento di tenere distinta la scelta del nuovo Presidente dalla prefigurazione di una maggioranza, sulla scelta ha pesato la consapevolezza che la sua fisarmonIca nell’uso dei due poteri-chiave, nomina e scioglimento, sarebbe stata del tutto aperta da subito, non solo in seguito.  Per questo l’elezione è stata vissuta da molti cittadini e grandi elettori come se fosse stata diretta. Cio’ spiega come lo scontro sia stato piu’ intenso del solito, con partiti massimamente deboli da un lato e una Presidenza strategicamente mai cosi’ centrale dall’altro. E’ proprio a questo punto che, volere o volare, si pone il problema dei tempi e dei modi con cui modifiche di fatto debbano essere regolate dal diritto, analogamente a quanto accadde in Francia nel doppio passaggio tra 1958 e 1962. Prima venne l’interpretazione costituzionale dei poteri sbilanciata sul Presidente e solo dopo l’elezione diretta, per sanare lo scarto tra poteri e responsabilità. Tanto più perché questa scelta va a nozze col doppio turno di collegio, il modello da sempre preferito dal Pd, ma che, da solo, senza elezione diretta, vista la debolezza del sistema, oggi non ci darebbe la governabilità. La Terza e la Quinta Repubblica francese avevano il doppio turno di collegio in comune, ma la Terza, senza elezione diretta, aveva Governi di soli nove mesi, che scesero a sei con la forma parlamentare razionalizzata della Quarta. La situazione è tale che non ci possiamo permettere che le prossime elezioni non siano decisive. Il modello francese per intero ci mette su questa strada, l’alternativa parlamentare è ormai logorata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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PETRUCCIOLI ed altri sul nuovo Qdr

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23/04/2013 · 12:12