Archivi del mese: febbraio 2014

http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/dalla-conferenza-del-presidente-della-corte-meno-sospetti-sullitalicum_b_4867647.html

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27/02/2014 · 18:31

Il Pd nel Pse. l’allineamento dei pianeti, mio articolo su Europa

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27/02/2014 · 09:35

Obnova (la Fuci Ucraina) spiega la rivoluzione

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23/02/2014 · 20:34

domani alla Camera ore 14

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19/02/2014 · 10:57

http://www.youtube.com/watch?v=_g13kSLOYrk

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19/02/2014 · 10:29

come Renzi può eliminare il peccato originale, mio pezzo su Europa

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19/02/2014 · 08:54

Verso il Sinodo- Come valutare le convivenze? don Antonio Cecconi da “La Settimana”

INTERROGATIVI ETICO-PASTORALI

Come giudicare i fidanzati conviventi?

 

 

Cara Settimana,

            vorrei aprire un dibattito su una questione pastorale delicata e di non facile soluzione. Papa Francesco, convocando un sinodo sulla famiglia e distribuendo un questionario su alcuni problemi scottanti inerenti la  famiglia, ha permesso di “sdoganare” alcune problematiche che non sono mai state affrontate con determinazione.

            Parto dalla mia esperienza. Al cammino verso il matrimonio dei fidanzati della mia unità pastorale nell’anno in corso stanno partecipando otto coppie, sette delle quali convivono. La realtà della convivenza è assai diffusa e quasi generalizzata, il dato di fatto emerge anche dal confronto tra parroci. Per molti fidanzati conviventi, questi percorsi sono occasione di un ritorno alla chiesa dopo anni di distanza, almeno sacramentale; ma anche trai “vicini” – i regolarmente praticanti, chi fa parte di gruppi o associazioni cattoliche, quelli impegnati come catechisti, animatori e nel servizio di carità – non mancano coppie che scelgono la convivenza pre-matrimoniale.

            Credo che sia mancata da parte nostra, in questi anni, un’attenzione al diffondersi del fenomeno, alle sue motivazioni e in senso più ampio all’evoluzione/involuzione dell’essere coppia e fare famiglia nel nostro tempo: matrimoni celebrati quasi sempre oltre i trent’anni, differiti per motivazioni psicologiche (le adolescenze prolungate!) ma anche per crescenti precarietà lavorative e difficoltà abitative. Avverto un aumento di distanza e un calo di empatia da parte della chiesa, in particolare di noi preti, verso il mondo giovanile, al di là della (ristretta?) cerchia dei fedelissimi.

            E così nell’impatto con giovani che vivono la stagione del fidanzamento in questo tempo e in questa società, al posto di una cordiale accoglienza delle persone con il loro vissuto e dell’offerta di arricchirlo e purificarlo con la luce del Vangelo, si rischia di partire dal giudizio sulla convivenza: poiché si tratta di una condizione durevole liberamente scelta e configurabile come “occasione prossima di peccato”, in assenza di un preciso impegno a interromperla si rifiuta l’assoluzione e conseguentemente la comunione eucaristica. Con la stessa logica, si ritiene di non poter amministrare la Cresima ai fidanzati conviventi, consigliando ai nubendi non cresimati di posticiparla al matrimonio, per non riceverla “in stato di peccato”.

            Mi chiedo se non sia possibile e doveroso un altro tipo di approccio, partendo dal dato di fatto che per gran parte delle coppie di fidanzati – conviventi o no – l’intimità sessuale è un comportamento “normale” (cf. le vacanze che molti fidanzati trascorrono insieme more uxorio). Dal che dedurremo che molti fidanzamenti sono intrinsecamente peccaminosi? Io rilevo da molti anni che i fidanzati che vengono a confessarsi nell’imminenza delle nozze, specialmente i più lontani dalla pratica religiosa e da frequentazioni ecclesiali, non hanno avvertenza di peccato contro il sesto comandamento, o ce l’hanno solo se avviene fuori della coppia stabile. A quel punto come mi devo porre nella confessione? Fare domande? Di che tipo? Con quale linguaggio? Rischiando un approccio simile al mettersi a guardare dal buco della serratura? Personalmente avverto questo rischio, e sono peraltro testimone di situazioni in cui un confessore ha prodotto nel penitente disagio, talvolta fino ad di allontanarlo dalla pratica religiosa.

            Provo ad avanzare qualche proposta, sollecitando chi ha più esperienza e più dottrina del sottoscritto a contribuire al dibattito e magari correggere quanto possa esserci di sbagliato in ciò che espongo.

            Parto da fatto che il matrimonio, rispetto agli altri sacramenti, presenta qualche “anomalia” o peculiarità: gli sposi non sono destinatari, ma ministri del sacramento. Ritengo che il dato teologico basilare, pur affermato in via di principio, non abbia sviluppi consistenti e coerenti; prova ne è il fatto che a livello di dottrina, di morale e di liturgia permane il protagonismo clericale. Non è questa la sede e soprattutto mi manca la competenza per sviluppare l’assunto, mi limito ad affermare la necessità e l’urgenza di riconsegnare il matrimonio agli sposi cristiani, tra cui vi sono molte persone esperte e mature sotto il profilo teologico, pastorale e spirituale. Bisogno trovare il modo, noi preti (vescovi compresi), di andare a scuola da loro e soprattutto di riscrivere insieme agli sposi cristiani – in forza della specifica grazia sacramentale che li assiste – l’etica teologica che li riguarda.

            Aggiungo qualche altra riflessione personale. Come negli altri sacramenti, anche nel matrimonio Dio ha bisogno di “materia” umana per farla segno e strumento della sua grazia. L’agire divino suppone la nostra umanità per elevarla, purificarla, arricchirla, trasfigurarla e in definitiva farla diventate “canale” attraverso cui passa l’azione salvifica. Possiamo dire (penso al bel libro di Rocchetta Abbracciami!) che, attraverso l’abbraccio di un uomo e una donna, passa l’infinito abbraccio d’amore che è la Trinità? Che cos’è la materia del matrimonio se non l’amore degli sposi e dei fidanzati che si vogliono sposare? A chi tocca giudicare la congruità, l’adeguatezza, la consistenza di quella “materia” se non prima di tutto alla coppia che ne è protagonista? Qualcuno dal di fuori è più adeguato a indicare la “giusta materia” rispetto a chi la vive dal di dentro?

            Mi si dirà subito che l’amore è un cammino che va affinato, vagliato, purificato, educato, corretto… Certamente, e penso sia questo il compito dell’accompagnamento dei fidanzati da parte della comunità cristiana, per metterli in grado di definire e attuare responsabilmente il loro progetto, in un percorso in cui la celebrazione del sacramento – forse di questo più che di ogni altro – non può separare l’atto formale da tutto un cammino di comunione di vita. E ciò che precede l’atto sacramentale del matrimonio non va considerato come una serie di atti umani che manifestano l’iniziale e progressiva volontà di divenire coppia, fino a sfociare nella formula “Io accolgo te…” con cui i due diventano definitivamente una carne sola? L’intimità sessuale che da quel momento in poi vivranno riceve semplicemente il “permesso” della Chiesa per cui “non è più peccato”? O non è piuttosto tutto il con-vivere della coppia elevato da allora in poi a strumento di una grazia che si esplicherà in molte direzioni: amore reciproco, fecondità e apertura alla vita, diffusività di amore e accoglienza nella Chiesa e nella società?

            Mi rendo conto che restano aperti molti problemi, tra cui la scelta quasi obbligata della contraccezione prima del matrimonio. Ma anche su questo aspetto, come sulla contraccezione nel matrimonio, non sarebbe tempo di riprendere il discorso con un più accentuato protagonismo delle coppie credenti, per troppi anni lasciate ad “arrangiarsi” in una diffusa congiura del silenzio sul tema? E come si comportano gli sposi adulti, impegnati nella vita ecclesiale, quando un loro figlio va a convivere? Un genitore parte dal giudizio negativo sulla scelta – che può non condividere – del figlio o da un di più d’amore con cui lo accompagna? E come Chiesa nel suo insieme, ma prima di tutto noi parroci, non siamo chiamati ad amare così i fidanzati di questo tempo?

            Spero che la riflessione in corso nelle nostre chiese, anche grazie al questionario cui papa Francesco ha dato ampia diffusione in vista del sinodo sulla famiglia, dia qualche risposta e apra qualche prospettiva, affinché l’amore umano sia sempre più un luogo di salvezza e di speranza.

 

don Antonio Cecconi

Calci (PI)

 

 

 

Uscito su Settimana n° 5 del 2 febbraio 2014

pag. 2 – rubrica dialogo aperto

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