Archivi del mese: gennaio 2015

Leggere Damilano su Mattarella per capire bene la biografia

«Non ci sono le immagini». Nelle ultime ventiquattr’ore uno spettro si aggira per gli studi televisivi e le redazioni dei giornali. Il fantasma del nuovo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Non esistono sue dichiarazioni televisive, risse in un talk show, foto sotto l’ombrellone. Disperazione tra i cronisti. Ieri, a quanto raccontano, si era concordato un set in una via del centro di Roma, al riparo dai curiosi, per scattare qualche foto del nuovo Capo dello Stato da spedire sui circuiti internazionali alla grande stampa estera. Niente da fare, il candidato ha fatto sapere che preferiva aspettare. Un silenzio più forte di tante vacuità, un’assenza che riscatta da sola l’ansia di visibilità di un’inutile classe dirigente. Leggerà una pagina dell’Ecclesiaste, pronosticano gli amici, nel suo primo discorso da presidente in Parlamento: «Vanità delle vanità, tutto è vanità…». Oppure, laicamente, potrebbe anche citare il siciliano Franco Battiato, per dire come sarà la sua presidenza: «Ne abbiamo attraversate di tempeste e quante prove antiche e dure ed un aiuto chiaro. Da un’invisibile carezza di un custode».

Ha saputo martedì, ufficialmente, di essere candidato alla presidenza della Repubblica, quando l’ha chiamato il numero due del Pd Lorenzo Guerini. Con il grande elettore Matteo Renzi si è sentito due giorni dopo. Non ha chiesto nulla, non ha fatto nulla per ricevere la carica. Com’era successo nel 2008, quando era stato escluso dalle liste per il Parlamento. Non aveva chiesto deroghe nel nuovo Pd e i suoi colleghi di partito che oggi si spelleranno le mani lo avevano escluso. Ha continuato a lavorare all’ultima sentenza nella foresteria della Corte costituzionale dove è andato a vivere due anni fa dopo la morte della moglie Marisa. La sua Santa Marta, come quella in Vaticano di papa Bergoglio, in linea con quanto disse anni fa a proposito dell’occupazione del potere: «Un partito, un politico, nelle istituzioni si deve sentire ospite, anche se protagonista». Sarà ospite, in punta di piedi, e non un padrone di casa, anche nel palazzo di fronte. Il Quirinale.

«C’è l’amico Mattarella che farà il suo intervento…». È il 28 febbraio 1984, sono le nove del mattino quando Amintore Fanfani invita alla tribuna il primo iscritto a parlare della giornata al XVI congresso della Dc, nel grande catino del Palaeur. «Prima di dargli la parola ci consentirà di ricordare, nel suo nome, un uomo che si è sacrificato nell’interesse dell’Italia, della Sicilia e del Partito». I non molti presenti si alzano in piedi in omaggio di Piersanti Mattarella, il presidente della regione Sicilia ucciso da un delitto politico-mafioso quattro anni prima. Sul palco, davanti alla nomenclatura del partito, c’è un uomo di quasi 43 anni, gli occhiali spessi, i capelli già candidi sul volto ancora da ragazzo. Comincia a parlare: «La ringrazio, ben sapendo che questi applausi, ovviamente, non riguardano assolutamente me…». E conclude: «Non voglio essere né illusorio, né fuori dalla realtà: tanti hanno in questi giorni ricordato saggi greci, antichi filosofi, io vorrei più modestamente richiamare la preghiera di Francesco che non chiedeva tanto di essere aiutato quanto di aiutare, che non chiedeva tanto di ricevere quanto di dare, che non chiedeva tanto di essere compreso quanto di comprendere…»

Non ha mai parlato in pubblico di quel giorno che gli ha cambiato la vita, il 6 gennaio 1980, il giorno dell’Epifania. Il massacro del fratello Piersanti davanti alla sua famiglia, quel corpo che Sergio prova a soccorrere mentre la vita scivola via. Fino a quel momento Sergio Mattarella era stato un tranquillo professore universitario di diritto parlamentare con studio in via della Libertà, la stessa del fratello, davanti a casa. A sparare è il killer dagli occhi di ghiaccio e dalla strana andatura, che cammina a balzi, «un robot che sparava come se sparasse a una pietra o una sedia», testimoniò la vedova Irma Chiazzese. «Zio, corri giù, c’è stato un incidente a papà», lo chiama il nipote Bernardo. «La scena che gli si para davanti, con quell’auto crivellata di colpi e piena di sangue, è violenta, allucinante, insostenibile», scrive Giovanni Grasso in “Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia” (Edizioni San Paolo). «È come se avessimo accompagnato papà fino alla fine», racconta la figlia di Piersanti Maria. È quel giorno di violenza inaudita, di vittoria della politica sporca e della mafia che eliminano la migliore classe dirigente negli anni Settanta e Ottanta, il sentimento di quelle ore, sempre custodito con pudore, che spinge Sergio all’impegno politico. «Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale…», scriveva il 28 novembre 1943 Giaime Pintor al fratello Luigi. La vita, i fratelli, il sangue, la politica. La nuova Resistenza, la chiama Sandro Pertini in quegli anni drammatici.

In uno dei rarissimi testi in cui parla del fratello, pubblicato sul sito del Movimento studenti di Azione cattolica, Sergio Mattarella scrive: «Piersanti non aveva la vocazione a diventare un eroe. Era una persona normale che amava la vita e il futuro, amava sua moglie e i suoi figli, era aperto di carattere, allegro nei rapporti personali, anche sul lavoro. Ma avvertiva fortemente il senso della dignità propria e di quella del ruolo che rivestiva; si rifiutava di piegarsi alla prepotenza, alla sopraffazione della mafia o alla minaccia della violenza; non aveva intenzione di far finta di non vedere. Era consapevole del pericolo che poteva aver di fronte ma sapeva che si deve vivere in maniera decorosa, potendo essere sempre orgogliosi delle proprie scelte… Ricordare le persone che affermavano il rispetto delle regole per il bene di tutti, il bene comune, e il cui assassinio ha punteggiato dolorosamente la storia del nostro paese, significa condividerne valori e criteri di comportamento: il messaggio che riceviamo da Piersanti Mattarella risiede nella convinzione che la vita va impiegata spendendo bene, evangelicamente, i talenti che si sono ricevuti».

Vale come un auto-ritratto. I talenti ricevuti da spedere, i valori da rimettere in gioco, sono la stella polare del giovane Mattarella, figlio del ministro Bernardo, uno dei fondatori della Dc, membro dell’Assemblea Costituente, eletto il 2 giugno 1946 con 38.764 voti. Studiano a Roma, nel collegio di San Leone Magno. Il fratello Piersanti è uno dei giovani dirigenti dell’Azione cattolica negli anni Cinquanta, Sergio è un ventenne che negli anni del Concilio, il rinnovamento della Chiesa, è responsabile degli studenti cattolici del Lazio con l’assistente don Filippo Gentiloni (futura firma del “Manifesto” per le questioni religiose e zio di Paolo, il ministro degli Esteri), conosce preti come don Luigi Di Liegro, che sarà il carismatico e amatissimo direttore della Caritas romana, e don Alessandro Plotti, futuro vescovo di Pisa. «Erano gli anni di papa Giovanni XXIII e di Paolo VI, gli anni del Concilio: anni di entusiasmo, di speranza, di innovazione», scrive. Sono gli anni della Meglio Gioventù versione cattolica, letture, incontri, amicizie, «gli anni della mia formazione: hanno disegnato il mio senso della vita e la mia fisionomia come persona», scrive Mattarella.

La politica è sempre stata di casa. Il padre è un notabile della Dc, accusato negli anni Sessanta di vicinanza alla mafia da Danilo Dolci che viene condannato per diffamazione. Accuse poi riprese dagli esponenti del Psi craxiano negli anni Ottanta quando Sergio dà vita alla prima giunta Dc-Pci a Palermo con il sindaco Leoluca Orlando (l’attuale), suo grande amico prima di una rottura dolorosa. «In Italia tutti sanno che i cognomi di Orlando e Mattarella erano indicati in una precedente generazione come autorevoli amici degli amici», scrive don Gianni Baget Bozzo sull’ “Avanti!”. Anche il numero due del Psi Claudio Martelli picchia duro sulle famiglie Mattarella e Orlando «consigliori» dei mafiosi. «Mattarella ha scritto la replica su un foglietto: disgusto e disprezzo…», scrive sul suo diario l’allora capo ufficio stampa della Dc Giuseppe Sangiorgi. Tanto più che le minacce della mafia continuano. «Dovete proteggere Sergio», implora il segretario della Dc Ciriaco De Mita, il leader di riferimento, la moglie Marisa, sorella della moglie di Piersanti. «Mattarella è andato un attimo in casa sua prima di una cena ufficiale. A casa ha trovato la moglie in lacrime. Pochi minuti prima aveva ricevuto una telefonata anonima: suo marito, le hanno detto, con la lista che sta facendo per le elezioni di Palermo farà la stessa fine del fratello Piersanti».

Piersanti era il più promettente e intelligente tra gli allievi di Aldo Moro, aveva rotto con la Dc di Vito Ciancimino e di Salvo Lima e aperto al Pci siciliano negli anni della solidarietà nazionale, era già stato deciso che sarebbe tornato a Roma come deputato quando l’omicidio di Moro lo convinse a restare in Sicilia. Una scelta che gli costò la vita.Anche Sergio, eletto alla Camera nell’83, milita nella piccola corrente morotea. I suoi amici sono Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, lo storico Pietro Scoppola, il costituzionalista Leopoldo Elia con cui ingaggia a cena epiche gare di nozionismo. Sugli articoli della Costituzione tedesca? No, su chi conosce più formazioni di calcio a memoria, testimonia l’amico Pierluigi Castagnetti.

Moro doveva diventare presidente della Repubblica già nel 1971, fu bruciato a voto segreto dalla destra Dc che gli preferì Giovanni Leone. E nel 1978, come disse Sandro Pertini, «lui, non io, vi parlerebbe da questo posto, se non fosse stato barbaramente assassinato». Mattarella al Quirinale è una silenziosa rivincita. Da Moro Mattarella sembra aver ereditato la timidezza davanti alle telecamere («Moro deve compiere un sovrumano sforzo di eroica volontà per presentarsi alla televisione», scriveva Vittorio Gorresio). La riservatezza: entrate nella leggenda di Moro con il soprabito d’estate sul lungomare di Terracina fotografato da Vezio Sabatini per un servizio di Guido Quaranta su “Panorama”. L’ispirazione politica: l’apertura a sinistra, l’idea della fragilità della democrazia italiana, attraversata da nemici occulti. Le mafie, le massonerie, le P2. «Occorre recuperare credibilità e questo vuol dire soprattutto moralità», dice Mattarella in quel lontano discorso al congresso della Dc del 1984. «Moralità significa uno sforzo intenso e particolare contro la corruzione. Moralità significa, in alcune zone del Paese ma ormai in tutto il Paese, una lotta intensa, seria, autenticamente rigorosa, nei confronti della mafia, della camorra e di tutte le altre forme di criminalità organizzata. Significa avere una continua attenzione per evitare che si ripetano infiltrazioni o presenze e inquinamenti come quella che ci ha dolorosamente colpiti e preoccupati e inquieti, la scoperta delle trame della loggia P2». Ma la questione morale, come già avvertiva Berlinguer, non è solo lotta alla corruzione e alla mafia: «Significa avere rispetto della articolazione della società, liberando e risparmiando spazi da una eccessiva presenza del pubblico e della politica. Significa che alla frammentazione del Paese non si dà soltanto una pur necessaria risposta istituzionale ma anche una risposta di linea politica, far rivivere nel nostro Paese un più intenso, più completo, più vasto senso della convivenza, del pubblico interesse, dell’interesse generale: il bene comune».

Un democristiano anomalo, l’ha presentato Renzi. E qualcuno già lo chiama «un presidente alla memoria». Mattarella, piuttosto, è un rappresentante tipico del cattolicesimo democratico e della sinistra dc, la via democristiana alla democrazia. Una cultura politica fortissima che è moderazione, equilibrio, dialogo con l’avversario, senso delle istituzioni e dello Stato. In una parola: mediazione. Parola-chiave della politica anni Sessanta-Settanta che funzionava quando la Dc e i partiti rappresentavano il collegamento privilegiato tra il Palazzo e la società. Ma che si trasforma in immobilismo e infine palude quando il sistema è ormai paralizzato e non c’è più nulla da mediare. La sinistra Dc che era stata la parte più avanzata e riformista del partito diventa alla fine degli anni Ottanta sinonimo di irresolutezza, indecisione, mancanza di coraggio, di generali senza truppe incapaci di strappare. Mattarella non fa eccezione. E questo spiega all’inizio degli anni Novanta la separazione, la rottura tra i maestri del cattolicesimo democratico che appare estenuato e le generazioni più giovani che si impegnano nei movimenti anti-mafia, nella Rete di Orlando uscito dalla Dc o nei comitati per i referendum elettorali o del nascente Ulivo.

La Dc va in crisi quando il Paese si disgrega sotto mille spinte populiste e territoriali, vedi la Lega al Nord. Mattarella resta fedele alla sua vecchia impostazione, ma appare quasi un sopravvissuto, un politico d’altri tempi. Il suo cattolicesimo adulto, tormentato, inquieto, vicino alla sensibilità del cardinale Carlo Maria Martini che incontra più volte, «la spiritualità del conflitto», come la chiama Scoppola, è minoritario nella stagione dei meeting di Comunione e liberazione a Rimini. E non ha niente a che fare con la politica personalizzata, urlata, ammiccante. «La sobrietà di vita è una delle cifre degli statisti», ha detto nel mese di luglio ricordando l’amico Giovanni Goria alla Camera che fu il premier più giovane della storia repubblicana (fino a Renzi) e morì prematuramente. Ma la sua non è una sobrietà alla Mario Monti, non si traduce in un loden, neppure la sobrietà è esibita. È un uomo in grigio. Un uomo invisibile. Ma non spento, per nulla incolore o malinconico. Potrebbe sottoscrivere quanto disse Enrico Berlinguer a Giovanni Minoli: «La cosa che mi infastidisce di più è quando scrivono che sarei triste, perché non è vero». Di ironia sottile, fredda, anglosassone. Di passione contenuta, intransigente. Per questo temuto da Silvio Berlusconi. Il suo anti-berlusconismo non è politico, va molto al di là della decisione di dimettersi da ministro per protestare contro la legge Mammì sulle tv nel 1990. È un anti-berlusconismo etico, una scala di valori contrapposta, inconciliabile con l’Arcore style. È (anche) a lui che si riferiva quando attaccava «Il bombardamento commercializzato dei modelli di vita che ha accentuato il pericolo del conformismo». Alternativo antropologicamente al berlusconismo, al fighettismo, al libertinismo, specie quello intellettuale.

Sembrava destinato a un tranquillo notabilato, lui che leader non è mai stato, «cammina nella penombra», lo descrive l’amico Angelo Sanza. Invece a richiamarlo in servizio per la politica attiva è stato un leader molto lontano da lui, per stile, mentalità, cultura, anche se non per origine e provenienza. Si è sempre detto che Renzi era l’erede di Berlusconi, ma la scelta di Mattarella fa intuire un’altra parentela, un’altra famiglia di provenienza, anche se misconosciuta. Il cattolicesimo democratico, che ha sempre militato dalla parte opposta del berlusconismo. Una stirpe fondata esattamente un secolo fa, con il discorso di Caltagirone del 1905 di un altro siciliano, don Luigi Sturzo. Potenza delle culture politiche, capaci di sopravvivere alle stagioni, agli inverni più rigidi, alle tempeste più violente. Un secolo dopo, ecco un altro cattolico, siciliano, il primo al Quirinale. Proiettato verso il futuro.

Il figlio della Repubblica si affida a un padre. L’uomo del Selfie fa eleggere l’uomo senza immagini. Nel modo opposto allo stile dell’eletto. Mai e poi mai Sergio Mattarella avrebbe usato i metodi di Renzi: forzature, spintoni, spallate, rovesciamenti di campo. L’irruenza, il contrario della prudenza mattarelliana. Renzi usa uno dei migliori esponenti della Prima Repubblica per chiudere per sempre con la stagione della Seconda e prepararsi a fondare la Terza. Sergio Mattarella, eletto presidente questa mattina di un sabato, il 31 gennaio 2015, potrebbe essere il capo dello Stato che celebrerà nel settantesimo anniversario dalla nascita della Repubblica insieme al referendum popolare che ne dichiarerà il (parziale) mutamento. Garante della Costituzione in vigore e di quella che verrà, come ha detto Renzi. E forse mostrerà al premier nato trentacinque anni dopo le parole del grande storico cattolico francese Henri-Irénée Marrou sulla conoscenza storica, il senso di ciò che accade, la piccola politica delle miserie quotidiane e la grande storia: «non viviamo soltanto per costruire e distruggere questi edifici provvisori, come una generazione di termiti, ma per dare un senso, riconoscere un valore al pellegrinaggio, a volte trionfale, a volte doloroso, che l’umanità compie da sempre attraverso il corso della sua storia». Sarà il mite custode della Repubblica. Anche inflessibile (speriamo).

Condividi:

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in diario

L’ufficio legislativo pd Senato spiega la nuova legge elettorale

 

 

 

 

 

 

 

L’ITALICUM: LA NUOVA LEGGE ELETTORALE

APPROVATA AL SENATO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30 gennaio 2015

A cura di Carlo Ferrajoli e Fabiana Pierbattista

Il 27 gennaio 2015, il Senato ha approvato l’A.S. 1386 che contiene la riforma del sistema elettorale per la Camera dei deputati.

Le principali caratteristiche del sistema sono:

  • la divisione del territorio nazionale in 20 circoscrizioni regionali, ciascuna delle quali suddivisa in collegi plurinominali per un totale di 100 collegi;
  • l’attribuzione dei seggi si svolge su base nazionale e proporzionale, con una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza al massimo di 340 seggi;
  • gli eletti sono individuati all’interno di collegi plurinominali con “liste corte”, composte da un capolista predeterminato e altri candidati sui quali l’elettore può esprimere una o due preferenze.
  • la soglia di sbarramento per accedere all’ attribuzione dei seggi è unica e basata sulla percentuale dei voti validi a livello nazionale: 3% per tutte le liste. Resta ferma la soglia al 20% dei voti validi della circoscrizione per la lista rappresentativa di minoranza linguistica riconosciuta;
  • l’attribuzione alla lista vincente che supera il 40 per cento dei voti validi a livello nazionale di un premio di maggioranza fino a un massimo di 340 seggi su 618;
  • nel caso in cui la lista che ha conseguito la maggioranza delle preferenze non raggiunga il 40 per cento dei voti, si procede al ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto il maggior numero di voti validi; anche in questo caso alla lista vincente sono attribuiti 340 seggi;
  • la legge elettorale riguarda la sola Camera dei deputati, in previsione dell’approvazione della riforma costituzionale che dispone il superamento dell’attuale sistema di bicameralismo perfetto e la permanenza di un’unica Camera elettiva.

Le principali novità introdotte dal Senato, che ha così modificato il testo approvato in prima lettura della Camera dei deputati, sono:

  • assegnazione dei seggi ed eventualmente del premio di maggioranza alla sola lista (non anche a coalizioni, com’è nel testo licenziato dalla Camera dei deputati);
  • soglia per accedere al premio di maggioranza, riferita alla sola lista e determinata nel 40 per cento dei voti validi (non più nel 37 per cento);
  • soglia unica per accedere alla rappresentanza parlamentare, riferita alla sola lista e determinata nel 3 per cento dei voti validi (non già soglie diversificate e più elevate, del 4,5 per cento per liste infra-coalizione, dell’8 per cento per liste non coalizzate o coalizzate con coalizioni che risultino sotto-soglia, del 12 per cento per le coalizioni);
  • premio di maggioranza quale assegnazione comunque di 340 seggi e dunque ‘unificato’, il medesimo sia nel caso di conseguimento del 40 per cento dei voti validi sia nel caso di non conseguimento e successo elettorale solo nel ballottaggio conseguentemente necessario;
  • numero dei seggi per collegio plurinominale, da determinarsi tra un minimo (invariato) di 3 seggi ed un massimo (aumentato rispetto al testo Camera) di 9 seggi (non più 6, dunque);
  • introduzione della doppia preferenza di genere, a pena di nullità della seconda preferenza;
  • previsione che “nei collegi di ciascuna circoscrizione”, il numero complessivo di capolista di un medesimo sesso non possa eccedere il 60 per cento;
  • presentazione da parte dei singoli partiti, poiché i competitori sono liste e non già coalizioni, del programma elettorale, dello statuto del partito e il nome del loro leader unitamente al contrassegno;
  • previsione, nelle liste, di capolista ‘bloccati’, pluri-candidabili, in un numero di collegi fino a dieci (non già otto come nel testo Camera, che peraltro prevede una candidabilità plurima per ogni candidato);
  • modalità di assegnazione dei seggi in eccesso;
  • possibilità per gli elettori che si trovano all’estero, per motivi di lavoro, studio o cure mediche, per un periodo di almeno tre mesi, di votare per corrispondenza nella Circoscrizione estero;
  • costituzione nella circoscrizione Friuli Venezia Giulia di uno dei collegi plurinominali in modo da favorire l’accesso alla rappresentanza dei candidati appartenenti alla minoranza linguistica slovena;
  • applicazione della nuova disciplina elettorale a decorrere dal 1° luglio 2016.

 

La rappresentanza delle minoranze linguistiche in Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige viene garantita con l’introduzione dei collegi uninominali maggioritari, che mantengono un rapporto con le liste nazionali, sia attraverso una quota proporzionale, sia attraverso un collegamento dei candidati dei collegi alle liste nazionali. Infatti, è consentito sommare i voti espressi nelle circoscrizioni del Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta a quelli delle altre regioni per il calcolo della soglia di sbarramento del 3% e della soglia del 40% necessaria per beneficiare del premio di maggioranza. Naturalmente gli stessi voti non concorrono alla ripartizione dei seggi assegnati nella restante parte del territorio nazionale visto che i voti in Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta consentono già l’elezione di rappresentanti in Parlamento in collegi uninominali.

 

 

 

 

 

 

Italiani eletti all’estero

Per quanto riguarda l’elezione dei parlamentari all’estero non vi sono modifiche alla disciplina vigente (Legge 459/2001) che prevede che i cittadini italiani residenti all’estero possono eleggere sei senatori e dodici deputati nell’ambito di una “circoscrizione Estero” divisa in quattro ripartizioni:

  • Europa, con la Federazione Russa e la Turchia;
  • America meridionale;
  • America settentrionale e centrale;
  • Africa, Asia, Oceania e Antartide.

Gli elettori esprimono due voti di preferenza nelle ripartizioni geografiche alle quali sono assegnati due o più deputati o senatori (Europa, America meridionale e America settentrionale, per la Camera; Europa e America meridionale, per il Senato) e un solo voto di preferenza nelle altre ripartizioni.

Lascia un commento

Archiviato in diario

Sul sito Senato il testo ufficiale della legge elettorale approvata http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/310085.pdf

Lascia un commento

Archiviato in diario

Giustizia: siamo alla resa dei conti tra due poteri, tutto nasce dall’inchiesta Stato-mafia

di Alessandro Barbera

La Stampa, 26 gennaio 2015

Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti le toghe hanno supplito alla politica durante il terrorismo e Mani Pulite, ma adesso va recuperato l’equilibrio tra le istituzioni.

Professor Ceccanti, i rapporti fra politica e magistratura sono ai minimi termini. Siamo di fronte ad un corto circuito istituzionale?

“Non c’è dubbio. E il punto di massima frizione ha a che vedere con l’indagine sui presunti rapporti Stato-mafia. Non tanto per il fatto di aver chiamato a deporre il presidente della Repubblica, ma per quanto accaduto prima”.

Ovvero?

“Ad un certo punto la Procura di Palermo decise che le telefonate erano utilizzabili perché – questa la tesi – essa stessa aveva il potere di decidere quando il presidente agiva o meno all’interno delle sue funzioni, interpretate unilateralmente in senso restrittivo: di fatto lo stravolgimento del dettato costituzionale”.

C’è stato un accanimento nei confronti di Napolitano?

“Nulla accade per caso. Una parte della magistratura aveva individuato in lui la massima autorità politica in carica. E in effetti è quel che è accaduto fra il 2011 e il 2012, quando Napolitano fu costretto dagli eventi a ricoprire quel ruolo. Quando c’è una maggioranza che funziona, gli attacchi della magistratura sono rivolti al governo. Oggi c’è un presidente del Consiglio che vuole riportare l’equilibrio fra i poteri dello Stato alla sua fisiologia e un pezzo della magistratura si oppone”.

A cosa dobbiamo il cortocircuito?

“C’è una corrente di pensiero – lo chiamerei di populismo giudiziario – per cui l’interprete vero del corpo elettorale, e più in generale della Costituzione, è la magistratura”.

La genesi dello scontro è nel potere di supplenza iniziato nel 1992?

“Dal Dopoguerra sono due i periodi di supplenza della magistratura verso la politica: negli anni del terrorismo e con Mani pulite. Ora si cerca di farla vivere al di là delle ragioni obiettive di quei periodi. Se posso aggiungere, vedo nei miei colleghi costituzionalisti una certa timidezza nel denunciarlo: sta a loro difendere la logica dell’equilibrio tra i poteri”.

Come se ne esce?

“Approvando la riforma istituzionale ed elettorale. Ma non una riforma qualsiasi, bensì una capace di assicurare governi di legislatura”.

Il fatto che Renzi non sia stato eletto direttamente è un problema? Per essere coerenti con quel che dice bisognerebbe votare.

“È il primo leader dai tempi di De Gasperi ad avere insieme, e in modo non episodico, il ruolo di capo del governo e del partito di maggioranza. In passato è successo solo, per piccole parentesi, a De Mita e Fanfani”.

Secondo alcuni la soluzione è la riforma della Giustizia.

“Non facciamo confusione. Quella serve a far funzionare meglio un servizio per i cittadini: oggi costa molto e funziona male. L’equilibrio tra i poteri lo realizzano l’Italicum e la riforma costituzionale. Sulla riforma della Giustizia c’è un veto corporativo della stessa magistratura, sulle riforme istituzionali obiezioni contrarie a trovare il giusto equilibrio fra i poteri”.

Lascia un commento

Archiviato in diario

Le riforme vere dividono i partiti al loro interno Sergio Fabbrini 25 gennaio 2015 Il sole 24 Ore

Le riforme vere dividono. Ciò vale per le riforme economiche come per le riforme istituzionali. Consideriamo queste ultime. In sistemi politici strutturati su una pluralità di poteri di veto, come il nostro, difficilmente le riforme possono essere realizzate in modo consensuale. I vari tentativi falliti nel passato (con le diverse Commissioni Bicamerali istituite a partire dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso) sono la dimostrazione che non si può cambiare con il consenso di tutti. Ma soprattutto le riforme vere dividono gli schieramenti politici al loro interno, secondo modalità che non hanno a che fare con la divisione tra destra e sinistra, come è emerso con la riforma elettorale e parlamentare di questi giorni. La sinistra del Pd si è alleata con la componente più tradizionalista di Forza Italia per opporsi alle riforme, la maggioranza del Pd si è alleata con la maggioranza di Forza Italia per farle andare avanti. Non è cambiata solamente la maggioranza, ma anche l’opposizione. Si tratta di un doppio dislocamento di forze che ha una sua logica.

Vediamo gli oppositori. La battaglia sull’Italicum e sul monocameralismo dimostra che, se nel passato le riforme non sono state fatte, ciò fu dovuto non solo alla destra, ma anche alla sinistra. Contrariamente alla sua auto-rappresentazione, la sinistra storica del Pd è stata parte del problema, non già della soluzione. Infatti, fino a quando ha avuto il controllo del partito, le resistenze ad avviarsi sulla strada che conduce ad una democrazia competitiva sono state formidabili. Lo stesso discorso vale per la componente tradizionale della destra italiana, quella storicamente legata all’esperienza della Democrazia Cristiana. Il punto è che entrambe queste componenti hanno una visione proporzionalistica della democrazia, vista come la condizione per conservare la propria identità storica. Naturalmente, entrambe hanno poi dovuto accettare l’idea che anche l’Italia, come altre grandi democrazie, aveva bisogno dell’alternanza al governo tra schieramenti opposti. Ma quell’idea fu addomesticata attraverso la pratica della coalizione. Con la coalizione, i partiti hanno potuto rimanere fedeli alla propria tradizione, limitandosi quindi ad allearsi per conseguire la maggioranza di governo. Tant’è che la coalizione, consentendo ai partiti di non cambiare, si è trasformata nella proporzionalizzazione delle alternative (come l’Unione o il Polo delle Libertà). Sappiamo come è finita. Nondimeno, nelle parole dei Vannino Chiti o dei Raffaele Fitto si legge la grande nostalgia per quella esperienza. Il bicameralismo simmetrico e il proporzionalismo coalizionale avevano consentito di preservare partiti oligarchici, costruiti intorno a notabili (a destra) e capetti (a sinistra). Le stesse persone hanno continuato a rimanere nei gruppi dirigenti di quei partiti, indipendentemente dai risultati elettorali da essi conseguiti.

Vediamo i riformatori. A sinistra, c’è voluto un cambio di generazione e di cultura per uscire dalla trappola identitaria. A destra è probabile che ci sia stata una valutazione disincantata dei rapporti di forza, oltre che un evidente fiuto politico. Fatto si è, comunque, che l’esito della convergenza tra i due gruppi potrebbe consistere in un cambiamento strutturale della nostra democrazia. Con l’Italicum si possono creare le condizioni di un bi-partitismo, con governi non più prigionieri di coalizioni frammentate e litigiose. Con il monocameralismo politico, si possono creare le condizioni di governi più stabili. Tuttavia, altri provvedimenti saranno necessari per sostenere questi cambiamenti. Come, ad esempio, l’emendamento approvato dal Senato che richiede ai partiti, per poter partecipare alle elezioni, di dotarsi di uno statuto che ne fissi le regole di funzionamento interno. Un’occasione da non perdere per introdurre la cultura maggioritaria all’interno dei partiti. Partiti oligarchici sono inconciliabili con democrazie competitive. Non si può avere competizione per la guida del governo senza avere competizione per la guida del partito. L’alternanza nella guida del governo e l’alternanza nella guida del partito sono due facce della stessa medaglia. Per questa ragione, la leadership del primo deve coincidere con la leadership del secondo. Chi conquista la maggioranza per guidare sia il governo che il partito deve essere messo nelle condizioni di esercitare la propria leadership. Chi non condivide quest’ultima, dovrà aspettare la prossima elezione o il prossimo congresso, a meno che in gioco non ci siano questioni che hanno a che fare con la moralità o con i grandi principi. Allo stesso tempo, è necessario anche rafforzare l’opposizione all’interno della Camera dei deputati, riconoscendo come governo-ombra il secondo partito più votato (ovvero quello che è andato al ballottaggio). Un governo-ombra può essere creato con una riforma del regolamento parlamentare, ma richiede anche un investimento pubblico per dotarlo delle strutture informative e di policy per assolvere il suo compito di principale controllore del governo. Non occorre scomodare Max Weber o Joeph Schumpeter per capire le implicazioni della competizione. In un mercato competitivo, le imprese che crescono sono quelle guidate da imprenditori che sanno inventare nuovi prodotti e sperimentare nuove tecniche. In una democrazia competitiva, i partiti che governano sono quelli guidati da leader che propongono programmi di governo convincenti e credibili. In entrambi i casi, chi sbaglia o chi perde dovrà essere sostituito. Insomma, se le riforme istituzionali avranno successo, allora vuol dire che nuove mentalità e nuove organizzazioni avranno la possibilità di affermarsi anche in Italia.

Lascia un commento

Archiviato in diario

MOVIMENTO ECCLESIALE di IMPEGNO CULTURALE

– Movimento Laureati di Azione Cattolica –

Gruppo Romano – MEIC Roma Sapienza

sede: cappella universitaria – piazza Aldo Moro 1

Cari e Illustri amici del MEIC

giovedi  29 gennaio 2015 , alle ore 18,

presso la cappella universitaria della Sapienza,

continuano gli incontri del MEIC Sapienza per il 2015

Il tema dell’incontro sarà:

Spunti per un dialogo politico su democrazia di popolo e fede cristiana”

Il relatore sarà il nostro amico e socio MEIC

  1. Mario ARDIGO’

Lascia un commento

Archiviato in diario

Audiovideo del convegno di oggi: il sistema delle fonti nella riforma costituzionale http://www.radioradicale.it/scheda/431629

Lascia un commento

Archiviato in diario