Archivi del mese: febbraio 2015

ottimo pezzo di Fabbrini sul sole 24 ore sulla leadership http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2015-02-28/i-pregiudizi-ruolo-leader-081352.shtml?uuid=ABmZo81C

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in diario

SECESSIONE SENZA COSTITUZIONE
PRESENTAZIONE DEL FASCICOLO N. 3/2014
DI PERCORSI COSTITUZIONALI
Lunedì 2 marzo, ore 15.30
Società italiana per l’Organizzazione internazionale (SIOI)
Piazza San Marco 51, Roma
Ore 15.30 Indirizzo di Saluto
FRANCO FRATTINI, Presidente della SIOI
Ore 16. 00 Apertura dei lavori
GIUSEPPE DE VERGOTTINI, Direttore Rivista Percorsi Costituzionali
Ore 16.30 La problematica secessionista nel diritto costituzionale ed internazionale
BENIAMINO CARAVITA DI TORITTO, Professore dell’Università la Sapienza di Roma
UMBERTO LEANZA, Vicepresidente della SIOI
Ore 17.00 Tavola rotonda “Autodeterminazione – autonomia – secessione”
Ore 17.45 Apertura del dibattito e interventi dal pubblico
Ore 18. 00 Conclusioni
TOMMASO EDOARDO FROSINI, Co-Direttore Rivista Percorsi Costituzionali
Segue: Riunione del Comitato scientifico di Percorsi costituzionali
(riservato ai membri del Comitato scientifico della rivista)

Lascia un commento

Archiviato in diario

Decreti e ostruzionismo: soluzioni di sistema e non polemiche contingenti http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/decreti-legge-ostruzionismo-servono-soluzioni-sistema-non-polemiche-contingenti_b_6759778.html

Lascia un commento

Archiviato in diario

Riforme -Fabbrini: pericolo uomo solo al comando? Sciocchezze
Vero problema è leadership per governare trasformazione epocale Roma, 25 feb. (askanews) – Le riforme istituzionali in agenda in Parlamento rappresentano veramente una minaccia di involuzione autoritaria? E’ realistico pensare ad un Renzi dittatore, ad una sorta di Re Sole o di nuovo Mussolini? Sono queste le domande che in forma di spot un po’ catastrofici vengono lanciate agli italiani per ingenerare il dubbio sulla validità della riforma in discussione. In modo più elegante – ma con la stessa finalità – si paventa il pericolo di un uomo solo al comando. Come stanno le cose? Veramente la riforma può portare ad una diminuzione della nostra democrazia? Ad una svolta autoritaria? Askanews ha chiesto il parere del professore Sergio Fabbrini, docente di Scienza della politica e direttore della School of governement della Luiss. “La vera questione è quella della leadership in presenza della trasformazione strutturale in atto con un evidente declino dei tradizionali partiti-massa, i partiti ideologici. In questo contesto – spiega Fabbrini – la leadership si pone come tema centrale del rinnovamento”. Ma qui c’è chi sostiene l’esistenza della minaccia dell’uomo solo al comando. “Dal punto di vista del governo e dei sistemi di governo – argomenta Fabbrini – nessuna democrazia è compatibile con un uomo solo al comando. Ma è altrettanto vero che le democrazie grandi, importanti, sono guidate: hanno un leader che lavora all’interno di una squadra che a sua volta contribuisce alla definizione del suo programma e che lo tiene anche sotto controllo. In queste democrazie esistono anche delle opposizioni più o meno organizzate che hanno un ruolo importante. Dal punto di vista della struttura democratica, di sistemi di governo, quello dell’uomo solo al comando mi sembra più che altro uno slogan che serve ad evocare paure ancestrali in un paese come il nostro dove abbiamo avuto un’interruzione di 20 anni della democrazia, appunto con un uomo solo al comando, con l’esperienza fascista”. “Oggi – aggiunge – nessun governo democratico può stare con un uomo solo al comando. Dietro questa paura c’è una sottovalutazione che risiede nel fatto che non si comprende qual è il ruolo del leader. Il leader è indispensabile per prendere decisioni che oggi in un contesto grandemente cambiato rispetto al passato, basta pensare all’internazionalizzazione, verrebbero prese da altri. Il leader è altresì necessario per l’identificazione politica e programmatica e dunque assolve ad una funzione sistemica. Si tratta di regolarne l’attività non di negarne l’importanza. Mi colpisce che questa critica dell’uomo solo al comando venga spesso da posizioni dove c’è davvero un uomo solo al comando: penso a Sel e in un passato recente all’Italia dei valori, ma anche alla Lega”.(Segue) Min 251535 FEB 15
Roma, 25 feb. (askanews) – C’è chi sostiene che queste critiche vengano messe in campo da oligarchie politiche, ma non solo, che si sentono minacciate dalle riforme. “Sì, dietro queste critiche ci sono paure e tra queste anche quella di sopravvivere ai cambiamenti. La storia dei partiti di massa si è basata su oligarchie. Il partito tradizionale, come lo abbiamo conosciuto, presuppone una società chiusa mentre oggi la realtà supera la dimensione nazionale, basta pensare alla Ue, ai vari G8 e G20 dove peraltro siedono dei leader e non dei partiti. La storia dei vecchi partiti – sottolinea Fabbrini – non è certo messa in discussione dai Sanchez o dai Renzi, ma dai cambiamenti epocali. Il partito oligarchico, dei professionisti della politica, dei rivoluzionali di professione, ormai appartiene alla storia. Dietro, soprattutto, c’è un’idea di democrazia assembleare, consociativa, dove le decisioni si prendono cercando di mettere tutti d’accordo. Ma oggi la democrazia è quella dove c’è una maggioranza che è messa in condizione di governare e con un’opposizione che critica e che deve essere messa in condizione di prendere il posto della maggioranza quando sbaglierà e sarà sconfessata dagli elettori”. E’ lo schema della cosiddetta democrazia decidente… “Certamente. La democrazia decidente – puntualizzaFabbrini – è quella dell’alternanza, che è poi quella che funziona in tutti i grandi paesi, nelle maggiori democrazie, dalla Gran Bretagna alla Francia, alla Germania e agli Usa anche se con modalità diverse. Al contrario c’è da noi un’idea che l’Italia debba rimanere un paese spaventato, dove bisognava diffondere il potere perché poi nessuno lo potesse realmente prendere. E’ l’idea che se si crea una maggioranza in una camera, si possa limitarla o bloccarla nell’altra. Si arriva così ad una sfiducia totale e il paese è rimasto paralizzato incapace di risolvere i suoi seri problemi. A 150 anni dall’unità d’Italia abbiamo ancora un’indecente questione meridionale quando la Germania a 25 anni dalla caduta del muro di Berlino ha risolto la questione dei lander dell’est. Insomma l’Italia non decidente è la causa del protrarsi dei problemi”. Molti politologi indicano anche il peso di corporazioni che si sono di fatto divise il potere economico e la società. “Sì, c’è un’Italia delle corporazioni, degli interessi consolidati che si muove e fa sentire il suo peso quando si tratta di cambiare. Un esempio in questi giorni lo vediamo nelle resistenze di varie categorie: notai, tassisti, farmacisti tanto per citare alcuni. E’ un’Italia che ci ha portato alla paralisi e dalla quale è necessario, urgente, uscire”, prosegue il direttore della School of governement della Luiss. Con una leadership? “Sì, ma tenendo presente che oggi il partito (un partito-programma) è ‘con’ il leader e non è ‘del’ leader. Senza leader non ci sono antenne per innovarsi. Ma il leader non può essere (e fare) da solo: ha bisogno di una squadra, di istituzioni e di una politica che non pensi più al primario dell’ospedale o al direttore del Tg Rai, ma alle linee di sviluppo, al programma per il Paese”. Min 251535 FEB 15

Lascia un commento

Archiviato in diario

http://www.youdem.tv/doc/275791/leadership-partiti-primarie-come-cambiano-in-italia-europa-usa-stefano-ceccanti.htm?utm_source=Twitter&utm_medium=social&utm_content=Youdem&utm_campaign=governo

Lascia un commento

Archiviato in diario

http://www.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/decreti-jobs-act-nessun-vulnus-democrazia_b_6741834.html?utm_hp_ref=italy

Lascia un commento

Archiviato in diario

Convegno Pd 23 febbraio “Leadership, partiti, primarie. Come cambiano in Italia, Europa, Usa”

Intervento di Stefano Ceccanti

“Lo sconvolgimento del sistema dei partiti in Spagna”

  1. Il trentennio di stabilità: Psoe e Pp sommati con l’80% dei voti

Per circa trent’anni, dai primi ’80, quando Alianza Popular (poi dal 1989 Partido Popular) subentrò all’Ucd di Suarez come perno di centrodestra del sistema in alternativa al Psoe, il sistema dei partiti è stato in Spagna particolarmente stabile. Per una curiosa coincidenza esattamente 34 anni fa oggi, col tentato golpe di Tejero, si assisteva in realtà all’ultima fase di vista di quella Ucd che aveeva guidato i Governi della transizione e, che insieme al Psoe, costituiva il perno della maggioranza costituzionale.

Dopo quel periodo la vita politica è stabilmente marcata dalla centralità di Psoe e Pp, col primo che dal 1982 realizza una lunga egemonia fino al 1996, poi sostituito dal PP per otto anni, quindi dal Psoe per sette e quattro anni fa di nuovo dal PP..

I due maggiori partiti nazionali (PAES-partidos de ambito estatal), sommati, veleggiavano intorno all’80% dei voti. Grazie al sistema elettorale il primo di essi poteva costituire un Governo monocolore di maggioranza assoluta o, comunque, di maggioranza relativa (molti preferiscono parlare in questo caso di “Governi di minoranza”, personalmente però ritengo più corretto parlare di maggioranza relativa), con l’appoggio di uno o più partiti regionalisti (PANE- partidos de ambito no estatal). Va ricordato, per fare qualche breve precisazione costituzionale, che la sola Camera dei deputati ha il rapporto fiduciario e prevale su quasi tutte le leggi rispetto ai dissensi col Senato. Quest’ultimo è eletto direttamente per quattro quinti ed è integrato per un quinto da eletti dei Consigli regionali. Il rapporto fiduciario intercorre col solo Presidente del Governo, non con l’intero esecutivo. Il candidato alla Presidenza del Governo è individuato dal Re insieme al Presidente della Camera ed è quindi soggetto al voto palese di investitura della Camera; solo in seguito nomina i ministri; ha il potere di scioglimento delle Camere. Può essere sfiduciato solo con mozione costruttiva.

2-     La crisi e la somiglianza con le politiche italiane del 2013: il nuovo equilibrio tripolare (col quarto incomodo)

A causa soprattutto della crisi economica e degli scandali di corruzione il Pp ha visto logorarsi in modo pesante il suo rapporto con l’opinione pubblica, fino a scendere intorno a un quarto dell’elettorato in occasione delle Europee del 2014, ma il Psoe non è stato individuato come un’alternativa credibile, essendo anch’esso ridimensionato in tale occasione intorno a poco meno di un quarto dell’elettorato. Quindi per la prima volta con le europee scorse i due partiti, sommati, sono scesi sotto il 50% dei voti.

Dopo un periodo transitorio in cui lo slittamento aveva beneficiato soprattutto i postcomunisti di Izquierda Unida, arrivata al 10% alle europee del 2014 e al centrista Upd, salito al 6%, la protesta si è indirizzata verso la sinistra populista di Podemos, già all’8% alle europee e oggi stimato sopra il 20% (vedasi le rilevazioni del CIS riportate costantemente da El Pais e da El Mundo) e, in parte, verso il nuovo partito di centrodestra Ciudadanos nato in Catalogna e poi diffusosi anche nel resto del Paese. Con tre forze intorno al 25% e una al 10% il quadro assomiglia molto a quello italiano delle politiche 2013.

A questo punto ciascuna delle tre forze principali si muove di fatto (senza ammetterlo esplicitamente) nell’ottica di una possibile coalizione (o comunque di un Governo di maggioranza relativa) da negoziare da posizioni di forza, dato che il sistema elettorale (media grandezza collegi di 6-7 con soglia di sbarramento implicita pari al 14%), se gli equilibri non si alterano in modo significativo, non potrà produrre un chiaro vincitore. Tutti e tre i partiti finiranno di poco sovrappresentati in seggi in modo analogo, forse un po’ meno Podemos che è più debole nelle circoscrizioni rurali dove lo sbarramento implicito è più alto e che sono sovrarappresentate in seggi rispetto alla popolazione. Anche in caso di Governo di maggioranza relativa ci sarà comunque una novità: si dovrà ricorrere (al di là del quarto incomodo) a qualche forma di accordo stabile con almeno un altro partito nazionale, mentre i precedenti monocolori che si avvicinavano comunque alla maggioranza assoluta si appoggiavano solo su partiti regionalisti (PANE), non su un altro partito nazionale (PAES).

Ovviamente questi scenari, quelli di cui si discute oggi, sono proposti rebus sic stantibus, in presenza di un elettorato mobilissimo che in nove mesi può ancora cambiare di molto le sue preferenze.

Per inciso l’ascesa di Podemos (a danno soprattutto del Psoe) e di Ciudadanos (a danno sopratttto del PP) sdrammatizza le spinte indipendentiste in Catalogna, dato che erodono consensi alle due forze secessioniste, Ciu ed Erc, ora intorno al 40%. Questo non vuol dire che la questione territoriale, in una Costituzione molto generica sul rapporto centro/periferia e con un Senato accusato di essere una “Camara muerta” in quanto almeno per quattro quinti non rappresentativa delle autonomie, non resti però aperta. Il Psoe, che ha una posizione baricentrica tra PP (immobilista) e i partiti regionalisti propende per un modello tipo Bundestrat.

3.- Le strategie in campo: il Psoe baricentrico nelle alleanze e alla ricerca del primato

Le logiche di Podemos e Pp convergono: ciascuno è interessato a individuare l’altro come vero avversario e indebolire il Psoe, che può essere per entrambi, se ben ridimensionato, un alleato minore, anche perché Podemos e Pp non sono coalizzabili tra di loro. Podemos può così fare il pieno a sinistra e dell’elettorato deluso dal Governo, il PP cercare di sfondare al centro, anche se questo secondo tentativo è zavorrato dal peso di alcune aree di destra del PP e dal mancato rinnovamento generazionale della leadership.

Di fronte a questa tenaglia il Psoe ha di fronte a sé tre scadenze per riprendersi e per cercare invece di arrivare primo, decidendo dopo se seguire un’ipotesi di accordo sull’asse destra-sinistra, quindi con Podemos, o invece sull’asse europeisti-euroscettici, quindi col PP, ipotesi che si sa preferita da Felipe Gonzalez, Di alleanze però nessuno parla perché sarebbe controproducente in questa fase e, del resto, nessuna delle due sarebbe priva di rischi, soprattutto se affrontata da junior partner. Il problema del Psoe è che, nel bene e nel male, è l’unico partito che potrebbe essere compatibile e necessario per qualsiasi alleanza, il baricentro del sistema (Podemos è coalizzabile solo col Psoe; il PP è coalizzabile con Ciudadanos e il Psoe; Ciudadanos è coalizzabile col PP e col Psoe): il che è una risorsa se sei il partito più grande in cui viene identificato il Governo, un danno se invece sei lo junior partner che fa fatica a differenziarsi dal maggiore (come ben sanno i liberali inglesi, i liberali e i verdi tedeschi nelle piccole coalizioni  e la Spd nelle grandi, nonché l’Ncd in Italia)-

Le tre scadenze cruciali per il Psoe, per acquisire una primazia, con una sorta di possibile effetto valanga sono:

-marzo: le elezioni anticipate in Andalusia, dove la Presidente uscente Susana Diaz ha un buon appoggio popolare e Podemos non è ancora ben strutturata;

-maggio: le municipali e le altre regionali, a cui potrebbe arrivare sull’onda del voto andaluso e dove Podemos non si presenta come tale ma con liste civiche, salvo nelle regionali dove si presenta da sola e dove si faranno, dopo il voto, le prove di alleanze politiche;

-luglio con le primarie per la premiership dove potrebbero sfidarsi Diaz, qualora vincente a marzo, e il segretario Sanchez. Per inciso in Spagna nessuno si è posto il problema formalistico di una primaria per un carica che dal punto di vista strettamente giuridico è di derivazione parlamentare. E’ del tutto pacifico che a questo dato giuridico si aggiunge il dato politico per cui, anche in caso di coalizione post-elettorale essa non potrà che essere guidata dal leader designato dal primo partito della coalizione, dotato quindi di legittimazione diretta.

4- La prima volta delle primarie aperte

Si tratterà delle prime primarie del tutto aperte, come nel modello italiano e delle Presidenziali francesi. La scelta di apertura totale è stata dettata dall’esperienza negativa di fine anni ’90 quando si sfidarono il segretario Almunia e lo sfidante Borrell: allora la scelta fu limitata ai soli iscritti che erano poco meno di 400 mila (oggi sono la metà). Votarono allora poco meno di 200 mila, ma con quella ristretta base elettiva che sovra-rappresentava l’elettorato di appartenenza (il Psoe aveva circa 9 milioni e mezzo di voti) venne scelto lo sfidante, situato più a sinistra. Per di più si fece la scelta di mantenere Almunia alla guida del partito creando un bicefalismo poco governabile con tensioni continue. Borrell si dimise un anno dopo a causa di uno scandalo in cui era stato coinvolto e a quel punto Almunia diventò il candidato, ereditando la piattaforma più a sinistra di Borrell, con cui perse le elezioni del 2000.

La dura sconfitta delle scorse europee ha provocato le dimissioni del segretario Rubalcaba. A quel punto, essendo le elezioni ancora lontane, il Psoe ha deciso comunque di darsi subito un segretario, rinviando le primarie per il Premier al 2015, posto che a novembre sono previste le elezioni. Pur avendo per il momento distinto potenzialmente i ruoli c’è però da scommettere che in caso di sconfitta di Sanchez non si ripeterebbe la bicefalia che danneggiò il Psoe a fine anni ’90.

5- Qualche lezione per l’Italia

In primo luogo bisogna dire che per i socialisti spagnoli il Pd, unico partito che sembra vincente in Europa, costituisce un riferimento da imitare, a cominciare dalle primarie aperte, e non viceversa.

In secondo luogo è da segnalare la fiducia della sola Camera al solo Presidente del Governo, per la quale può bastare anche la sola maggioranza relativa, con i sì che devono battere i no, senza contare assenti e astenuti, cosa che semplifica la nascita del Governo.

In terzo luogo il caso spagnolo dimostra che il Psoe ha imparato la lezione delle primarie di fine anni ’90: è necessario aprire la competizione, rinunciando a gestire la scelta del candidato Premier da parte dei dirigenti del partito (che sono comunque interessati a vincere, anche se la procedura appare oligarchica occorre farlo senza troppi timori, altrimenti aprendosi a metà, ai soli iscritti militanti, si rischia l’effetto boomerang di candidature testimoniali-identitarie, non idonee ad attrarre gli elettori di opinione).

Lascia un commento

Archiviato in diario