Archivi del mese: agosto 2015

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31/08/2015 · 09:59

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31/08/2015 · 09:52

L’editoriale di La Croix: la distanza dal Fn non è negoziabile

glise catholique et FN, une conviction non négociable

27/8/15 – 18 H 06

 

Faut-il accepter de parler avec ceux dont on combat les idées ? Telle est, au fond, la question que pose aux catholiques l’invitation de Marion Maréchal-Le Pen à une université d’été du diocèse de Fréjus-Toulon. On peut répondre à cette question par la négative : une telle invitation offre une caution d’Église à un parti dont le discours est, sur des points importants, incompatible avec les convictions chrétiennes. C’est la raison pour laquelle jusqu’à aujourd’hui, les institutions de l’Église catholique ont évité tout contact public avec les responsables du Front national.

Le diocèse de Fréjus-Toulon a décidé de rompre avec cet usage, en invoquant le fait que Marion Maréchal-Le Pen est une élue de la République, que son parti est légal et qu’il a un poids important dans l’électorat, spécialement dans la région Provence-Alpes-Côte d’Azur. Ceux qui ont invité l’élue de la 3e circonscription du Vaucluse ajoutent qu’aucun parti politique n’a un programme tout à fait conforme à ce qu’affirme la doctrine sociale de l’Église. Sur ce critère, aucun dialogue ne serait alors possible avec qui que ce soit.

Sauf que le Front national pose un problème particulier. Au fil de son histoire, plus sans doute qu’aucun autre, ce parti a cherché à s’affirmer comme favorable aux valeurs du catholicisme. « Le FN a certainement la doctrine politique et sociale la plus proche du programme social de l’Église », déclarait par exemple Jean-Marie Le Pen en août 2007. Parce qu’elle met en avant son appartenance catholique, la députée du Vaucluse se situe aujourd’hui dans cette filiation.

En l’invitant à son université d’été, le diocèse de Fréjus-Toulon prend dès lors le risque d’accréditer l’idée d’une proximité entre le FN et le catholicisme. Il est donc de première importance de réaffirmer qu’il y a des convictions non négociables pour les catholiques. L’une d’entre elles porte sur l’accueil de l’étranger. Et il faut que cela soit dit samedi à la Sainte-Baume en présence de Marion Maréchal-Le Pen.

 

Guillaume Goubert

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Il mio articolo per L’Unità

Cattolici e politica: né egemonia né martirio. Ripartire da Scoppola

Politica

L'intervento del segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, al Meeting di Rimini, 21 agosto 2015. ANSA/ PASQUALE BOVE

Ceccanti: “Descrivere in modo apocalittico l’insieme della rappresentanza politica, come potrebbe ad esempio sembrare da alcune singole frasi di mons. Galantino, significherebbe anche parlare negativamente di sé”

La Chiesa cattolica fa spesso fatica a ragionare nei suoi rapporti con la politica fuori dai due schemi molto semplici a cui è abituata: quello dell’egemonia e quello del martirio. La novità delle nostre società avanzate è però esattamente il fatto, come nota il teologo Severino Dianich, che la presenza della Chiesa non può essere ricondotta né all’una né all’altro. Non all’egemonia perché il cattolicesimo è una minoranza (in alcuni contesti la più forte, ma sempre tale) oltre che articolata al proprio interno. Indubbiamente una minoranza ha il diritto e il dovere di far valere posizioni in ultima analisi rimesse al consenso che riesce ad ottenere. Se però ragiona in termini di utilizzo della propria forza per l’egemonia è probabile che ottenga risultati diversi da quelli sperati.

È il bilancio degli ultimi decenni: si è creduto di arginare, in un patto col centrodestra, l’avanzata della secolarizzazione identificando alcuni temi cosiddetti non negoziabili (in realtà negoziati: si metteva un bollo dei vescovi su mediazioni opinabili) e dando per il resto una delega all’area politica privilegiata. Quello schieramento si è rivelato però incapace di governare, la secolarizzazione è avanzata (forse persino accelerata da un’immagine di Chiesa a vocazione egemonica) e i risultati ottenuti sono stati fatalmente demoliti dalle Corti, in indubbio raccordo con porzioni maggioritarie dell’opinione pubblica, oltre che con ineludibili principi costituzionali. Sopravvivono qua e là nostalgie di quella posizione, che giustamente il nuovo pontificato, che rappresenta una linea alternativa, lascia esprimere con libertà, nella differenza. Così vediamo riproporre dal cardinal Bagnasco l’idea che per le persone omosessuali bastino diritti individuali, mentre anche molti uomini di Chiesa hanno ben spiegato nelle settimane scorse che quello schema non è più perseguibile dopo la sentenza 138/2010 della Corte costituzionale che impone al legislatore di regolare le unioni civili. Cosa sostituire a quell’impostazione non è però semplice. Una tentazione immediata è quella di reagire all’estremo opposto, quello del martirio, equiparando in negativo tutti gli attori politici.

Le nostre società sono caratterizzate da una separazione istituzionale tra confessioni religiose e Stato e in questo senso ribadire un’alterità, che l’egemonia negava di fatto, va sempre bene. Tuttavia le istituzioni non sono separate dalla società civile. Descrivere in modo apocalittico l’insieme della rappresentanza politica, come potrebbe ad esempio sembrare da alcune singole frasi di mons. Galantino, significherebbe in ultima analisi anche parlare negativamente di sé: la classe politica non nasce nel vuoto, origina dal voto e dall’elaborazione della società civile in cui le comunità religiose sono attivamente presenti. Per di più questa impostazione rischia di essere una profezia falsa che si autoadempie: la Chiesa è una grande potenza formativa: se descrive l’intera politica come negativa invita a eludere l’assunzione di responsabilità in quel campo, con gravi danni collettivi.

Non si tratta di cambiare di meno l’approccio rispetto allo schema dell’egemonia, ma di più. Il modello del martirio ha vari elementi in comune con quello dell’egemonia. Anzitutto il procedere secondo lo schema verità/errore capovolto di segno; nel primo caso la politica è strumentalizzata come portavoce della verità, individuata in modo unilaterale; nel secondo è vista come luogo dell’errore. In entrambi si procede ragionando in termini di principi astratti: nel primo per benedire o criticare delle mediazioni su alcuni temi “tradizionali” (a cominciare dalla famiglia letta secondo l’ottica del solo diritto canonico); nel secondo per criticare su altri temi qualsiasi mediazione (ad esempio, in qualche caso, sull’immigrazione dove, al di là di legittime e giuste critiche puntuali, non si può comunque caricare su un Governo nazionale un compito sproporzionato e senza limiti).

In entrambi la comunità ecclesiale deve essere centralizzata intorno ai vescovi perché lo schema verità/errore non tollera differenze esplicite. Poco importa che nell’egemonia lo fosse verso destra e nel martirio possa apparire verso sinistra, in ultima analisi le differenze e il protagonismo dei laici che hanno la responsabilità effettiva delle scelte (quelli che si trovano davvero sul campo e in grado di confrontarsi sulle mediazioni concrete) risultano compresse. È infatti piuttosto anomalo che ci si confronti sulla famiglia soprattutto col cardinal Bagnasco e sull’immigrazione con mons. Galantino anziché in prima istanza con responsabili laici di gruppi, movimenti e associazioni con maggiori competenze sui temi in questione. Nel dibattito di queste settimane non si tratta quindi di fare il tifo pro o contro singole persone o posizioni, ma di discernere ciò che aiuta davvero la politica a migliorare (e la Chiesa a crescere valorizzando la responsabilità dei laici cristiani) rispetto a ciò che invece finisce per produrre, anche non volendo, rischi di abbandono dell’impegno. Per questo vale la pena come indicazione di metodo ripartire dalla citazione di Pietro Scoppola che proprio mons. Galatino ha inserito nella sua recente lectio degasperiana: «La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza per l’impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più che per quello che è». Qui siamo nello schema della politica come responsabilità, che riconosce al tempo stesso la necessità e parzialità delle mediazioni, fuori dallo schema binario egemonia/martirio, verità/errore.

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Libera Chiesa in libero Stato – il mio articolo sul quotidiano nazionale

LE DEMOCRAZIE pluraliste si rapportano alle confessioni religiose sulla base di tre principi: libertà di esprimere le proprie convinzioni non solo rispetto alle questioni di culto ma più in generale anche a orientamenti nella vita pubblica; eguaglianza, per cui esistono spazi incomprimibili anche a prescindere dal numero di aderenti; separazione tra istituzioni pubbliche e chiese. L’equilibrio tra questi tre principi non è facile: occorre la disponibilità a farsi carico delle ragioni degli altri e, in particolare, il senso della dignità del proprio ruolo da parte dei responsabili politici.

GLI ESPONENTI della religione di maggioranza tendono infatti a occuparsi solo della libertà, quelli delle minoranze solo dell’eguaglianza, atei e agnostici solo della separazione e la politica a rincorrere solo il breve periodo. Il recente sistema dei partiti, debole e frammentato, ha conosciuto un equilibrio: lo scambio tra Chiesa cattolica ruiniana e centrodestra. Alla Chiesa il diritto di indicare le mediazioni sulle questioni cosiddette etiche, per il resto ampia delega al centrodestra. Ma questo non l’ha sfruttata e ha trascinato nel proprio insuccesso anche la Chiesa italiana, vista all’ultimo conclave come un problema e non come una risorsa, anche perché la secolarizzazione si è accentuata e le leggi ottenute, come la 40, anomale rispetto alle altre democrazie, sono state travolte dal combinato disposto opinione pubblica-Consulta. La Chiesa di Francesco sa benissimo che anche la legge sulle unioni civili è solo questione di mesi e che il ritardo è dovuto non alle sacche di resistenza ma solo alla lentezza del nostro Parlamento, quando non è in sede di conversione dei decreti o blindato dalla fiducia. Tutto bene quindi dentro dentro il triangolo libertà, uguaglianza e separazione? Non proprio. Sul versante della politica restano le scorciatoie di applaudire o criticare sulla base di opportunità immediate. Sul versante della Chiesa c’è il rischio di proseguire, nonostante la volontà di girare pagina, una centralizzazone sui vescovi in materie tipicamente opinabili, limitando le responsabilità del cattolicesimo laico diffuso nella società e spingendolo verso il disimpegno dalle istituzioni. Un rischio da tener ben presente per spendere bene la libertà al servizio di tutti.

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Dal Corsera di oggi

«Noi guardiamo alla Carta E il dibattito nella Chiesa è ancora apertissimo»

Lei, senatore Giorgio Tonini del Pd, è un cattolico. Però è impegnato a condurre in porto il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. Non si trova in difficoltà dopo le dichiarazioni del cardinal Angelo Bagnasco ?
«Sinceramente no. Penso che la discussione sia apertissima nella Chiesa su molti aspetti di carattere pastorale, pensiamo solo all’imminente Sinodo che discuterà su tanti temi, dai sacramenti ai divorziati fino alle unioni omosessuali. Grazie a papa Francesco, e all’impulso iniziale di Benedetto XVI, il dibattito in vista del Sinodo mi sembra molto acceso e tutt’altro che diplomatico, con posizioni molto diverse sul piano sia dottrinale che pastorale».
Tornando alla sua posizione…
«Beh, ciascuno si muove secondo coscienza e avendo come riferimento la visione del mondo alla quale si ispira. Per un credente c’è la visione cristiana, indubbiamente. Come parlamentare il punto di riferimento è la Costituzione e le sue interpretazioni da parte della Corte costituzionale».
E qui arriviamo al disegno di legge Cirinnà. Voi dite che non è un’equiparazione al matrimonio. Perché ?
«La sentenza 138 del 2010 della Corte costituzionale fu chiara: i concetti di famiglia e di matrimonio “non si possono ritenere cristallizzati all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore” ma questa interpretazione “non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma”, ovvero sull’inserimento delle coppie omosessuali nella normativa sul matrimonio. Per questa ragione noi, nel disegno di legge, non abbiamo come riferimento l’articolo 29 della Costituzione, che parla di matrimonio, ma l’articolo 2, il garante dei diritti inviolabili dell’uomo “nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Quindi anche nelle unioni tra persone dello stesso sesso. E la sentenza del 2010 prevede, proprio legandosi all’articolo 2, “la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale”. Siamo come si vede, su un crinale molto difficile. Però dobbiamo trovare il giusto equilibrio. E lo dico, anche qui, da cattolico perché la buona coscienza credo sia la mediazione avendo come criterio la ricerca del bene possibile».
C’è molto ostruzionismo sul disegno di legge. Che previsioni fa ?
«Ci sono stati rallentamenti da Ncd e da Forza Italia ma il disegno di legge non si è mai fermato. Si arriverà in porto, ne sono sicuro».
Paolo Conti

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Il mio articolo sul Foglio di oggi

Perché Mattarella non potrà dire di no a Renzi in caso di voto anticipato

In questa legislatura non ci saranno altri governi e senza riforme costituzionali le elezioni sono più vicine

di Stefano Ceccanti | 19 Agosto 2015 ore 10:49

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Non credo che fino all’autunno 2016, data del referendum sulla riforma costituzionale, vi sarà nessuna crisi di governo. Questo non è un dato miracolistico o provvidenzialistico, ma ha a che fare con una consapevolezza diffusa, anche se molti a parole lo negano: non c’è politicamente spazio per altri governi nella legislatura. L’abbattimento dell’esecutivo porterebbe con sé fatalmente l’implosione dell’intero sistema, recando vantaggi solo agli imprenditori della paura e dell’irresponsabilità, che restano minoritari in Parlamento. L’assenza di alternative tende a retroagire sulle spinte alla crisi di governo neutralizzandole, per quanto ovviamente la politica possa essere spiegata in modo razionale e ammesso che non prevalgano pulsioni suicide di alcuni. Il punto di difficoltà è noto: l’elettività diretta del Senato che non è un accidente, ma il presupposto necessario della differenziazione del bicameralismo, come sanno benissimo anche coloro che vi si oppongono e che lo usano come leva contro il governo. Peraltro una leva di ben dubbia ammissibilità sulla base del Regolamento del Senato, avendo già entrambe le Camere approvato un Senato non elettivo nei passaggi precedenti

Le ragioni fondamentali che tenderebbero a escludere crisi di governo sono fondamentalmente tre. La prima ha a che fare con la dinamica della legislatura. Abbiamo già avuto all’inizio di essa un governo di tregua, un surrogato della Grande coalizione, che però non ha retto alla prova dell’efficacia della sua azione, anche perché le forze politiche che lo sostenevano non vi si identificavano pienamente come accade invece nelle Grandi coalizioni. Per reazione il partito di maggioranza relativa si è poi esposto direttamente a guidare il governo attraverso il suo nuovo segretario chiamandolo a guidare l’esecutivo con una maggioranza più piccola e più omogenea, l’unica compatibile con un’ipotesi di rapporto positivo con gli altri Governi europei. A questo punto l’eventuale caduta non sarebbe arginabile con formule diverse e raccogliticce, esattamente come si sta profilando in Grecia con i dilemmi di Tsipras tra rinsaldamento della maggioranza ed elezioni. Ovviamente sul piano costituzionale il discorso è potenzialmente diverso e, come tutti i Presidenti che si sono avvicendati sotto il secondo sistema dei partiti, anche il Presidente Mattarella a quel punto cercherebbe rigorosamente di verificare l’esistenza di un’altra maggioranza, ma come potrebbe il partito di maggioranza relativa dare il suo consenso (che sarebbe comunque necessario) a una penalizzazione così forte del proprio operato? Come potrebbe smentire se stesso e il proprio segretario? Per questa ragione è evidente che il ruolo di moral suasion presidenziale si sta già esercitando in queste settimane e ancor più lo sarà nelle prossime a scopo preventivo perché potrebbe invece essere ben poco efficace in seguito.

La seconda ragione è relativa al tipo di questione su cui il governo è messo alla prova. I governi Dini e Monti sono potuti nascere in alternativa alle elezioni a partire da una specifica issue, quella della inevitabile riforma pensionistica, per operare una scelta impopolare difficile per i partiti sotto una copertura tecnica. Il governo D’Alema su una questione anch’essa indifferibile, l’intervento militare in Serbia, che non poteva essere affrontata da una coalizione in cui l’Ulivo doveva convivere, attraverso la cosiddetta desistenza e l’appoggio esterno, con Rifondazione Comunista. In tutti questi casi il Quirinale ha potuto agire in raccordo con governi esteri su cui le nostre decisioni incidevano in modo rilevante e sulla spinta dell’emergenza. Viceversa la materia istituzionale è la più politica di tutte, impatta direttamente sulle strategie dei partiti, ha effetti solo intra-nazionali (anche se è ben compresa all’estero nella sua strategicità), non può essere gestita senza un accordo chiaro che parta dalla maggioranza di governo, sperabilmente aperta ad altri. Come il Presidente Mattarella ben sa per averlo gestito allora da Ministro per i rapporti col Parlamento (e come ben sapevano allora i parlamentari) il governo De Mita sarebbe caduto se i parlamentari non avessero votato in conformità all’accordo De Mita-Craxi sulla limitazione del voto segreto nei Regolamenti parlamentari. Per inciso: una delle riforme più benefiche della storia della Repubblica. Al contrario di quanto sostiene la vulgata assemblearistica (le riforme delle regole sarebbero materia solo parlamentare, come se i governi non avessero in quell’ambito iniziativa legislativa e non l’avessero usata in modo stringente da più di trent’anni) e come ha dimostrato in negativo anche la scorsa legislatura in cui il governo Monti aveva lasciato questo ambito ai partiti con l’esito nullo che ben ricordiamo, nel nostro contesto i governi non possono eludere tra le proprie priorità la materia istituzionale e una volta abbattuto un esecutivo su questo non c’è modo di rincollare i cocci. Non a caso Napolitano non riuscì a dar vita al governo Marini dopo la crisi del Prodi II perché la riforma elettorale costituì una pietra di inciampo ineludibile.

La terza ragione attiene a come si è configurato il sistema dei partiti dopo le elezioni del 2013, quando la sensazione di inconcludenza della forze politiche tradizionali ha aperto il varco a una crescita enorme di una forza che si autoesclude da collaborazione nel sistema e che si nutre non dei propri meriti ma solo dell’incapacità altrui. Rispetto a questo tipo di sfida non c’è niente di peggio di Governi e di maggioranze che diano l’impressione di navigare a vista, con obiettivi minimali, con continui negoziati interni alle maggioranze. La teoria dell’usato sicuro si è rivelata in assoluto la peggiore, rispetto alla quale anche l’eventuale ricorso anticipato alle urne per colpa di settori irresponsabili sarebbe comunque un male minore, anche a costo di votare col cosiddetto Consultellum in entrambe le Camere o in una sola di esse anticipando l’entrata in vigore dell’Italicum alla Camera.

Tenendo conto di queste ragioni, tuttavia, e ferma restando l’impossibilità di allargare di nuovo la maggioranza di governo, vi sono due possibili scenari. Il primo, quello relativamente meno auspicabile tra i due, prevede il passaggio della riforma solo allo scopo di non far cadere la legislatura, per convergenza d singoli o di piccoli gruppi. Sempre meglio di scenari traumatici, ma di minore valenza sistemica. Il secondo, prevede, invece, che Forza Italia rientri nella maggioranza per le riforme. Un obiettivo che è reso più semplice dal disallineamento temporale tra il referendum (ormai di fatto già slittato all’autunno 2016) e le elezioni amministrative (primavera 2016), che permette di distinguere meglio accordo sulle riforme e alternatività sulle competizioni elettorali. Tuttavia Forza Italia dovrebbe modificare le proprie richieste di merito: quelle attuali appaiono paradossalmente contrarie anche ai suoi interessi di parte. L’elettività del Senato porterebbe con sé un aumento dei poteri di veto di un Senato espressivo delle autonomie in cui per molti anni sarà strutturalmente in minoranza e che quindi potrebbe danneggiarla qualora riuscisse a vincere alla Camera. L’inserimento del premio di coalizione allo stato attuale delle cose la consacrerebbe come partner minore della Lega e spingerebbe i centristi, di fronte a tale prospettiva, ad allearsi col Pd almeno al secondo turno, isolando ancor di più Forza Italia.

L’effetto invece di un referendum che vedesse coesi nell’aggiornamento costituzionale i due poli tradizionali, pur destinati ad essere poi alternativi, comincerebbe invece a prosciugare il terreno da alcune delle ragioni che hanno alimentato la protesta. Sempre che la politica si riveli, alla fine, razionale o che non prevalga in molti l’idea di un voto con un sistema che, dopo, lascerebbe aperti molti scenari. In genere, però, nessuno di essi beneficia chi fa cadere la legislatura.

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