Riforme costituzionali. la replica di Giorgio Tonini a Bersani su Facebook

Sulle riforme costituzionali, Bersani invoca il buon senso, ma sfugge al confronto di merito. Ed è difficile parlarsi e intendersi nel Pd, come sarebbe necessario, andando al di là dello stucchevole battibecco su gufi e servi, Vietnam e Napalm, senza fare i conti, in modo serio e argomentato, con i contenuti della riforma elettorale (Italicum) e di quella costituzionale (ddl Boschi).
Dice Bersani, sul Corriere della Sera di ieri: “Io sostengo la tesi che la combinazione fra riforma costituzionale e riforma elettorale ci consegna un sistema costruito per l’uomo solo al comando, senza contrappesi”. E aggiunge, gratificandomi di una citazione: “Tonini nega, ma chi ha buon senso sa che è così”. Argomento singolare, ma andiamo avanti. Quello a cui stiamo lavorando, dice Bersani, “non è un sistema parlamentare, né presidenziale, è un sistema del ‘ghe pensi mi’. In quale democrazia un premier si nomina gran parte dei parlamentari, capo dello Stato e istituzioni di garanzia?”.
Naturalmente in nessuna democrazia avvengono cose del genere. Bersani ha descritto un regime dittatoriale. Ma davvero noi stiamo costruendo un mostro del genere? Data l’autorevolezza della fonte (Bersani non è uno qualunque…), molti potrebbero credere che è così e che dalle parti del Pd siamo tutti impazziti. Davvero stiamo pensando di mettere nelle mani del premier, oltre al governo, la nomina dei parlamentari, quella del Presidente della Repubblica e quella dei componenti delle istituzioni di garanzia, come Corte costituzionale o Csm? La risposta è ovviamente no, le cose non stanno affatto così. Ma allora, mi duole dirlo, ma è giusto e necessario che si sappia, Bersani ha detto tre cose non vere, una dietro l’altra.
Primo: non è vero che, con la riforma, il premier potrà “nominarsi gran parte dei parlamentari”. Il combinato disposto dell’Italicum col ddl Boschi ci darà un chiaro e certo vincitore delle elezioni, depositario di un altrettanto chiaro mandato popolare a governare. Ma niente di più. Il mandato a governare, infatti, è soggetto alla fiducia della Camera (e non più del Senato), nella quale il vincitore delle elezioni disporrà di 340 deputati su 630, dunque di una maggioranza di soli 25 seggi. Altro che “uomo solo al comando”: la verità è che basteranno 25 deputati ribelli per far cadere il governo, o quanto meno per metterlo in minoranza. Un evento tutt’altro che impossibile, se solo si tiene presente che, dei 340 deputati di maggioranza, almeno 240, cioè più dei 2/3, saranno eletti con le preferenze, dunque (al contrario di quanto afferma Bersani) dovranno la loro elezione a chiunque tranne che al leader-premier. Il quale dovrà quindi disporre non solo del carisma adatto a vincere le elezioni, ma anche dell’autorevolezza e della capacità di mediazione necessari a mantenere nel tempo un consenso parlamentare così precario.
Secondo: non è vero che, con la riforma, il premier avrà il potere di “nominarsi il capo dello Stato”. È vero esattamente il contrario. Oggi, per eleggere il Presidente della Repubblica, dopo il quarto scrutinio, basta la maggioranza assoluta dei grandi elettori. Il testo della riforma, ora all’esame del Senato, prevede il quorum minimo, dal settimo scrutinio in poi (prima è più alto), dei 3/5 dei votanti (tra deputati e senatori). È stata la Camera, su esplicita richiesta della minoranza pd (Bersani se ne dovrebbe essere accorto…), a introdurre questa correzione in senso garantista. Iper-garantista, si dovrebbe dire, posto che con un quorum siffatto il Presidente della Repubblica sarà necessariamente scelto dalle opposizioni, che disporranno di una insuperabile minoranza di blocco. Tanto per essere chiari, applicando il nuovo quorum all’ultima elezione, assai probabilmente Mattarella non sarebbe stato neppure candidato dal Pd e si sarebbe dovuto scegliere il presidente nella rosa proposta da Berlusconi. Si può discutere se questo cambiamento sia positivo o negativo. Per me è molto rischioso. Ma una cosa è certa: se il ddl Boschi sarà approvato così com’è, l’elezione del capo dello Stato non sarà messa nelle mani del premier, ma semmai in quelle del leader dell’opposizione.
Terzo: non è vero che il premier potrà “nominarsi le istituzioni di garanzia”. Per la Consulta (ma analogo discorso vale per il Csm), il testo approvato dalla Camera e ora all’esame del Senato mantiene inalterato il sistema attuale: per eleggere ognuno dei cinque giudici scelti dal parlamento (gli altri dieci restano come adesso, cinque nominati dal Quirinale e cinque espressione della magistratura) resta necessario il quorum minimo dei 3/5 dei membri delle due camere: un quorum semplicemente inarrivabile per qualunque maggioranza politica. 630 deputati, sommati a 100 senatori, fanno infatti 730 grandi elettori, dunque il quorum è 438 parlamentari. Il vincitore delle elezioni politiche avrà dalla sua 340 deputati, per arrivare a 438 dovrebbe avere con sé anche 98 senatori su 100: semplicemente impossibile, posto che i senatori saranno eletti dai consigli regionali garantendo rappresentanza anche alle minoranze. Se poi al quorum si aggiunge la garanzia del voto segreto, si capisce che il vero problema sarà domani, esattamente com’è oggi, quello di riuscire ad eleggerli i giudici costituzionali, non quello di sottrarli alle grinfie del premier.
Insomma, il pacchetto Italicum-ddlBoschi è tutt’altro che privo di criticità. Ma nessuna va nel senso, paventato da Bersani, di una torsione autoritaria del nostro sistema democratico. E allora perché procurare tanto, infondato, allarme? Possibile che si debba avvelenare fino a questo punto un confronto, tanto delicato e complesso come quello sulle riforme elettorali e costituzionali, a meri fini di lotta interna? Pensaci, caro Bersani, e usa un po’ di buon senso…

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