Un precisissimo Napolitano sulla riforma costituzionale

Caro Eugenio,

l’ampio spazio che mi hai dedicato nel tuo editoriale di domenica ancora in uno sforzo di dialogo sulla materia che oggi ci vede divergere, è un nuovo segno della nostra amicizia. Amicizia antica, nutritasi di molte radici, esperienze e sentimenti comuni, che, pur nella diversità dei rispettivi percorsi personali, non rinuncia a ogni possibile chiarimento e avvicinamento che possa riuscire utile non solo a noi ma ben più in generale.

E vengo al dunque nello stesso tono, aperto a comprendere e rispettare le ragioni dell’altro, che ha caratterizzato il tuo editoriale. Scusandomi peraltro se dovrò ritornare brevemente su qualche argomento da me sviluppato nell’intervento del 15 luglio in sede di discussione generale della 1^ Commissione del Senato, e forse anche da te non abbastanza considerato.

1. Innanzitutto, non ho, nemmeno nella mia lettera al Corriere della Sera , sostenuto che il testo della riforma debba essere approvato così come è attualmente. Ho anzi messo in evidenza in quel mio articolo l’importanza del richiamo da parte della presidente Finocchiaro sia ai consensi espressi da molti senatori e molti studiosi “auditi” in Commissione, sia dei consigli da essi ricevuti per “modifiche e puntualizzazioni” del testo in discussione al Senato, purché non risultino “dirompenti” rispetto all’impianto già definito della riforma.

2. Tu hai scritto che a me “preme più che mai vedere la riforma portata a buon fine da Renzi”: ma a me sarebbe egualmente premuto che una tale riforma venisse varata da qualsiasi precedente Presidente del Consiglio. Si sta finendo per parlare dell’approvazione di questa riforma essenzialmente in funzione di come si giudica, di che cosa ci si aspetta o si teme dall’attuale Presidente del Consiglio. Ma questi era anni luce lontano dall’entrare nel firmamento politico nazionale quando la necessità e l’idea di una revisione costituzionale, relativa in particolare al superamento del bicameralismo paritario venivano affermate da tutt’altre personalità politiche e di governo: a cominciare da subito dopo l’Assemblea Costituente, fino ai mesi del governo Letta (dalle conclusioni del gruppo di lavoro da me istituito nel marzo 2013 alla relazione della Commissione di cui fu presidente il ministro Quagliariello).

3. Come si può ritenere che la riforma in discussione costituirebbe il “contrario”, segnerebbe la fine, della democrazia parlamentare? La posizione in materia di revisione costituzionale che tu riconosci caratterizzarmi da molti anni, è in realtà quella propria di molte personalità politiche e istituzionali confluite nel centrosinistra. Voleva forse Leopoldo Elia “il contrario della democrazia parlamentare” quando propugnava “una nuova forma di governo parlamentare”, vedendo nella “criticità dell’assetto costituzionale di vertice della Repubblica il punctum dolens più evidente”? O voleva forse il centrosinistra buttare a mare la democrazia parlamentare quando votò, nella Commissione bicamerale del 1997-1998, per il passaggio al “premierato”, al governo cioè del primo ministro?

4. La questione essenziale è che non si lasci in piedi, attraverso l’elezione a scrutinio universale anche del Senato della Repubblica, la compresenza di due istituzioni rappresentative della generalità dei cittadini, sottraendo al Senato solo (e a quel punto insostenibilmente!) il potere di dare la fiducia al Governo. L’essenziale è dar vita a un nuovo Senato che arricchisca la democrazia repubblicana dando ad esso la natura di una istituzione finora assente che rappresenti le istituzioni territoriali. Altrimenti di fatto il superamento del bicameralismo paritario non ci sarebbe. Rimarrebbero intatti i fattori di fragilità e debole capacità deliberativa dell’esecutivo, si lascerebbe il paese in quell’assoluta incertezza e tortuosità dei percorsi di approvazione delle leggi, che ha offerto spinte e alibi al degenerativo precipitare del rapporto Governo-Parlamento nella spirale dei decreti legge, dei voti di fiducia, dei maxiemendamenti e articoli unici. È dunque in discussione non uno schema astratto di riforma o un qualche puntiglio politico, bensì una esigenza vitale per un valido funzionamento, specie nell’attuale fase storica, del sistema democratico italiano. Senza farsi dominare da quella “paura dei pericoli” (evocata in una guizzante definizione di Gramsci), che può solo far naufragare per l’ennesima volta nell’inconcludenza il necessario processo riformatore. Si tenga ragionevolmente conto di ciò, nella libertà di sollevare legittimamente, senza far polveroni, qualsiasi questione relativa a posizioni, questioni, modi di governare che riguardino il Presidente Renzi.

Per finire, ringraziando te e la Repubblica per l’ospitalità, lascia che ti tranquillizzi: sono certo che non mi troverò, per nessun aspetto, in una posizione imbarazzante rispetto a qualsiasi parere possa esprimere il Presidente Mattarella, in quanto in ogni caso mi rimetterò con pieno rispetto all’autonomo esercizio del suo insindacabile mandato. E magari lasciamo stare certe analogie, che non tu ma qualche altro evoca con strumentale e ridicola rozzezza, fra un altro Emerito di somma autorità spirituale e un ex Presidentedella Repubblica che la nostra Carta ha voluto senatore di diritto e a vita, ovvero membro attivo di una istituzione parlamentare a cui possa dare in piena indipendenza il contributo della sua esperienza. Non un titolo onorifico o una sine cura, ma un compito e un dovere di operoso impegno.

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