Il mio articolo per L’Unità

Cattolici e politica: né egemonia né martirio. Ripartire da Scoppola

Politica

L'intervento del segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, al Meeting di Rimini, 21 agosto 2015. ANSA/ PASQUALE BOVE

Ceccanti: “Descrivere in modo apocalittico l’insieme della rappresentanza politica, come potrebbe ad esempio sembrare da alcune singole frasi di mons. Galantino, significherebbe anche parlare negativamente di sé”

La Chiesa cattolica fa spesso fatica a ragionare nei suoi rapporti con la politica fuori dai due schemi molto semplici a cui è abituata: quello dell’egemonia e quello del martirio. La novità delle nostre società avanzate è però esattamente il fatto, come nota il teologo Severino Dianich, che la presenza della Chiesa non può essere ricondotta né all’una né all’altro. Non all’egemonia perché il cattolicesimo è una minoranza (in alcuni contesti la più forte, ma sempre tale) oltre che articolata al proprio interno. Indubbiamente una minoranza ha il diritto e il dovere di far valere posizioni in ultima analisi rimesse al consenso che riesce ad ottenere. Se però ragiona in termini di utilizzo della propria forza per l’egemonia è probabile che ottenga risultati diversi da quelli sperati.

È il bilancio degli ultimi decenni: si è creduto di arginare, in un patto col centrodestra, l’avanzata della secolarizzazione identificando alcuni temi cosiddetti non negoziabili (in realtà negoziati: si metteva un bollo dei vescovi su mediazioni opinabili) e dando per il resto una delega all’area politica privilegiata. Quello schieramento si è rivelato però incapace di governare, la secolarizzazione è avanzata (forse persino accelerata da un’immagine di Chiesa a vocazione egemonica) e i risultati ottenuti sono stati fatalmente demoliti dalle Corti, in indubbio raccordo con porzioni maggioritarie dell’opinione pubblica, oltre che con ineludibili principi costituzionali. Sopravvivono qua e là nostalgie di quella posizione, che giustamente il nuovo pontificato, che rappresenta una linea alternativa, lascia esprimere con libertà, nella differenza. Così vediamo riproporre dal cardinal Bagnasco l’idea che per le persone omosessuali bastino diritti individuali, mentre anche molti uomini di Chiesa hanno ben spiegato nelle settimane scorse che quello schema non è più perseguibile dopo la sentenza 138/2010 della Corte costituzionale che impone al legislatore di regolare le unioni civili. Cosa sostituire a quell’impostazione non è però semplice. Una tentazione immediata è quella di reagire all’estremo opposto, quello del martirio, equiparando in negativo tutti gli attori politici.

Le nostre società sono caratterizzate da una separazione istituzionale tra confessioni religiose e Stato e in questo senso ribadire un’alterità, che l’egemonia negava di fatto, va sempre bene. Tuttavia le istituzioni non sono separate dalla società civile. Descrivere in modo apocalittico l’insieme della rappresentanza politica, come potrebbe ad esempio sembrare da alcune singole frasi di mons. Galantino, significherebbe in ultima analisi anche parlare negativamente di sé: la classe politica non nasce nel vuoto, origina dal voto e dall’elaborazione della società civile in cui le comunità religiose sono attivamente presenti. Per di più questa impostazione rischia di essere una profezia falsa che si autoadempie: la Chiesa è una grande potenza formativa: se descrive l’intera politica come negativa invita a eludere l’assunzione di responsabilità in quel campo, con gravi danni collettivi.

Non si tratta di cambiare di meno l’approccio rispetto allo schema dell’egemonia, ma di più. Il modello del martirio ha vari elementi in comune con quello dell’egemonia. Anzitutto il procedere secondo lo schema verità/errore capovolto di segno; nel primo caso la politica è strumentalizzata come portavoce della verità, individuata in modo unilaterale; nel secondo è vista come luogo dell’errore. In entrambi si procede ragionando in termini di principi astratti: nel primo per benedire o criticare delle mediazioni su alcuni temi “tradizionali” (a cominciare dalla famiglia letta secondo l’ottica del solo diritto canonico); nel secondo per criticare su altri temi qualsiasi mediazione (ad esempio, in qualche caso, sull’immigrazione dove, al di là di legittime e giuste critiche puntuali, non si può comunque caricare su un Governo nazionale un compito sproporzionato e senza limiti).

In entrambi la comunità ecclesiale deve essere centralizzata intorno ai vescovi perché lo schema verità/errore non tollera differenze esplicite. Poco importa che nell’egemonia lo fosse verso destra e nel martirio possa apparire verso sinistra, in ultima analisi le differenze e il protagonismo dei laici che hanno la responsabilità effettiva delle scelte (quelli che si trovano davvero sul campo e in grado di confrontarsi sulle mediazioni concrete) risultano compresse. È infatti piuttosto anomalo che ci si confronti sulla famiglia soprattutto col cardinal Bagnasco e sull’immigrazione con mons. Galantino anziché in prima istanza con responsabili laici di gruppi, movimenti e associazioni con maggiori competenze sui temi in questione. Nel dibattito di queste settimane non si tratta quindi di fare il tifo pro o contro singole persone o posizioni, ma di discernere ciò che aiuta davvero la politica a migliorare (e la Chiesa a crescere valorizzando la responsabilità dei laici cristiani) rispetto a ciò che invece finisce per produrre, anche non volendo, rischi di abbandono dell’impegno. Per questo vale la pena come indicazione di metodo ripartire dalla citazione di Pietro Scoppola che proprio mons. Galatino ha inserito nella sua recente lectio degasperiana: «La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza per l’impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più che per quello che è». Qui siamo nello schema della politica come responsabilità, che riconosce al tempo stesso la necessità e parzialità delle mediazioni, fuori dallo schema binario egemonia/martirio, verità/errore.

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