Un voto nella storia

di Stefano Ceccanti da “L’Unità”

Finalmente ci siamo, sta per essere realizzata una riforma attesa da tanto, troppo tempo.

Varie ironie sono state utilizzate e diffuse nei giorni passati contro quegli esponenti del Governo che avevano parlato per questa riforma di un’attesa durata settant’anni. Eppure le ironie erano infondate. Basterebbe rileggersi almeno due padri costituenti. Il primo, Meuccio Ruini, proprio nella seduta di approvazione finale della Carta, il 22 dicembre 1947, elogiava la relativa flessibilità delle norme sulla revisione nell’articolo 138 che evitavano una “statica immobilità”, cosa utile soprattutto su nodi insoluti, quali erano a suo avviso soprattutto “la composizione delle Camere e il loro sistema elettorale”. Ancora più chiaro fu Costantino Mortati, alcuni anni dopo, dichiarando: “Alla Costituente io, quale relatore della parte del progetto di Costituzione riguardante il Parlamento, fui tenace sostenitore di un’integrazione della rappresentanza stessa che avrebbe dovuto affermarsi ponendo accanto alla Camera dei deputati un Senato formato su base regionale… Direzione a cui bisogna avvicinarsi per dare una ragion d’essere a una seconda Camera, che non sia, come avviene per l’attuale Senato, un inutile doppione della prima”. I parlamentari che votano la riforma, e coloro che l’hanno preparata come gli esperti nominati dal Governo Letta, non pretendono quindi di essere dei giganti alla pari con i padri costituenti, pensano più umilmente di essere, secondo una ben nota metafora, dei nani sulle spalle dei giganti, dai quali hanno ricevuto anche il compito di completare la scrittura di alcune pagine rimaste necessariamente imperfette secondo giudizi che furono formulati già allora, come ha più volte spiegato anche il Presidente Napolitano. Chiarito questo sul piano del rapporto con l’eredità preziosa che ci è stata tramandata sul piano costituzionale, resta la critica di metodo ad una riforma che non sarebbe condivisa perché, sin dal passaggio alla Camera, votata quasi solo dalla maggioranza. Il punto è però, con contenuti al novanta per cento identici, questa riforma era stata elaborata, difesa negli interventi e votata nella precedente lettura al Senato anche da quasi tutta l’opposizione di centro-destra, poi ritiratasi dopo l’elezione del Presidente Mattarella. Anche se questi ultimi voti sono limitati quasi solo alla maggioranza è pertanto impossibile negare che i contenuti siano stati ampiamente condivisi. Per il resto il livello di condivisione e il giudizio sull’operato di ciascuno, saranno poi tra un anno misurati dall’appello finale al corpo elettorale: niente di più chiaro e democratico.

Senza disperderci nei dettagli, che pur andranno giustamente e diffusamente spiegati già nelle prossime settimane e soprattutto nella campagna referendaria, in questi giorni in cui il dibattito si fa stringente, più partecipato (anche se troppo spostato su cavilli e procedure, quantità di emendamenti e canguri) vale la pena di tentare di spiegare in modo semplice le due grandi novità che hanno alle spalle le due grandi ragioni di questa riforma costituzionale.

La prima è che le sorti della maggioranza di governo dipenderanno solo dal voto per la Camera dei deputati: un voto, una scheda, una maggioranza. C’era infatti una volta un Paese con appartenenze forti e fisse per cui dando agli elettori lo stesso giorno una scheda per la Camera (con le leggi Mattarella erano due) ed una per il Senato quasi tutti votavano allo stesso modo. Anche la differenza di età per il diritto al voto (25 anni per il Senato, 21, scesi poi a 18, per la Camera) non faceva problemi perché le identità politiche si tramandavano per via familiare. Non è stato quindi casuale se i risultati elettorali siano stati sostanzialmente identici dal 1949 al 1987. Già qualche problema emerse col voto del 1992 ma, soprattutto col secondo sistema dei partiti, nulla è diventato scontato: nel 1994 Berlusconi vinse bene alla Camera ma ebbe bisogno di transfughi al Senato; a rovescio Prodi nel 1996 ottenne una maggioranza autosufficiente con l’Ulivo alla Camera, ma dipendeva da Rifondazione Comunista alla Camera; nel 2006 lo stesso Prodi vinse bene alla Camera ma non al Senato; nel 2013 non ha vinto nessuno. Ciascuno di noi avrà dunque ragionevolmente una scheda sola per determinare maggioranza e Governo: impossibile negare la razionalità di questa scelta. Questa prima grande novità ha un corollario necessario: l’unica Camera che fa per così dire da ponte tra il voto degli elettori e la formazione del Governo deve prevalere nell’approvazione della gran parte delle leggi senza più fare la spola ad oltranza tra una Camera e l’altra finché non si raggiunga un accordo come purtroppo accade oggi con lentezze e confusioni.

La seconda novità sta nel rapporto tra centro e periferia. Abbiamo vissuto in un contesto fortemente centralista, che era stato intaccato solo debolmente dalla ritardata attuazione delle Regioni ordinarie dal 1970. Nel 1995 con una riforma elettorale e nel 1999 con unica costituzionale, ambedue condivise, abbiamo dato stabilità ed efficienza ai contenitori regionali identificando un vincitore delle elezioni e dandogli la possibilità di governare per cinque anni, seguendo la strada segnata dall’elezione diretta del sindaco. A quel punto nel 2001 abbiamo potuto riempire l’edificio regionale di nuovi contenuti, sia pure con qualche eccesso di zelo che ora stiamo rimuovendo, togliendo materie su cui è invece più opportuna la competenza statale. Qual è stato però il problema? Non tanto gli elenchi di competenze perché, tranne quegli eccessi di zelo, non c’è comunque nessuno che sia in grado di scrivere elenchi senza evitare sovrapposizioni. La ragione è presto detta: sia i parlamentari sia i consiglieri regionali vengono sollecitati da cittadini elettori che hanno problemi e istanze da far valere. Di fronte a queste domande esigenti ciascuno di loro cerca di rispondere in modo efficace e quindi prende gli elenchi di competenze per trovare una base di appoggio per una propria competenza, per rispondere lui al cittadino e non per rinviare all’altro suo collega che lavora nell’altra assemblea. Nasce da questa giusta volontà di risposta l’intreccio inevitabile di competenze. Come risolverla? Nell’unico modo razionale possibile, mettendo a confronto nel Parlamento nazionale i legislatori che rappresentano i cittadini nel loro insieme (alla Camera) e quelli che rappresentano la loro istituzione, cioè dei consiglieri regionali che siederanno anche in Senato. Molti si chiedono: e se avessimo semplificato al massimo togliendo del tutto il Senato? In fondo alcuni Paesi ne fanno a meno. Come avremmo però risolto il conflitto tra centro e periferia? Abbiamo ricostruito dal 1995 al 2001 un edificio di nuovo regionalismo a cui manca il tetto, i Paesi monocamerali sono in genere piccoli e non hanno questa esigenza, non hanno Regioni con ampia autonomia legislativa. E’ giusto semplificare con coraggio, ma qui non si poteva non mettere un tetto: altrimenti continuerebbe a piovere dentro, cioè, fuor di metafora continuerebbero a piovere cause alla Corte costituzionale, costringendola a sacrificare l’altro lavoro, quello di garanzia dei diritti dei cittadini. Sta qui anche la principale ragione che si collega allo sviluppo economico del Paese. Si è qui insistito sui risparmi di spesa per l’unificazione delle strutture tra Camera e Senato, per la riduzione del numero dei senatori, ma quelle sono novità per lo più simboliche, incidono poco sul bilancio dello Stato. Il vero vantaggio che ricade sugli operatori economici e che attrae investitori stranieri è la riduzione del conflitto davanti alla Corte, per il quale per mesi e anni non si sa quale legge sia regolarmente vigente. Si dice, infine, su questo secondo aspetto, che la mediazione raggiunta sull’elezione non è chiara perché il principio scritto in Costituzione, quello per cui gli elettori, votando i consiglieri regionali, avranno anche un modo, che sarà chiarito dalla legge, per capire quali dei consiglieri da loro votati andranno in Senato. Da quando in qua la Costituzione dovrebbe contenere subito per intero una legge elettorale? E, soprattutto, questa sarebbe un’anomalia e una novità? Ma quando gli elettori americani votano per il Presidente, l’elezione forse più importante nel mondo, non eleggono formalmente solo dei grandi elettori che poi a loro volta eleggeranno il Presidente? E nei sistemi parlamentari europei non si fa lo stesso coi Presidenti del Consiglio, che sono di norma legittimati dal voto dei cittadini, ma che poi debbono avere la fiducia della Camera politica per entrare davvero in carica?

Ovviamente il modo concreto con cui queste due ragioni sono state declinate dal testo si possono laicamente prestare a tante obiezioni e si può astrattamente dire che c’erano anche tante altre modalità per dare corpo a queste ragioni, ma, fermo restando che le ricette che sembrano migliori per alcuni, professori e politici, non lo sono per altri, l’ottimo è sempre nemico del bene e troppo spesso un’accusa per eludere le proprie responsabilità. Un voto per una sola Camera che dia la fiducia al Governo e un Senato delle istituzioni territoriali che chiuda il conflitto centro-periferia nel testo ci sono. Questo è quello che conta.

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