Il mio editoriale sul quotidiano nazionale di oggi

Il dovere di cambiare

di Stefano Ceccanti

L’intervento più atteso di eri era, a ragione, quello del Presidente Napolitano, il vero padre della riforma, come ha sostenuto la ministra Boschi. Il testo corrisponde infatti largamente all’elaborazione dei saggi della Commissione del Governo Letta, in particolare alle due esigenze di fondo che si incontrano nel nuovo Senato. La prima è che i cittadini, come diceva Ruffilli, possano essere arbitri del Governo, ma per questo solo una Camera deve dare la fiducia, altrimenti vi è il rischio di risultati contraddittori come quelli delle ultime elezioni. La seconda è il superamento del conflitto tra Stato e Regioni, che ingolfa la Corte, non solo riscrivendo meglio le competenze legislative reciproche, ma portando i legislatori regionali in Parlamento dato che una zona di sovrapposizione è comunque inevitabile.

In realtà il testo della Commissione dei saggi era più ampio, rafforzava sensibilmente il Governo: l’esecutivo si poteva sostituire solo con la sfiducia costruttiva, il presidente del Consiglio poteva proporre la revoca dei ministri e, a certe condizioni, chiedere e ottenere elezioni anticipate. Solo perché il Governo e il Presidente erano così nettamente rafforzati, si prevedeva il premio anche alla coalizione e non solo al partito. A questo diverso equilibrio faceva forse allusione ieri il Presidente Napolitano: in effetti si farebbe ancora in tempo dopo il referendum a perfezionare ulteriormente il sistema con questa ulteriore riforma costituzionale che consentirebbe di ritoccare anche quella elettorale. Tuttavia, mentre il Presidente Napolitano faceva queste aperture, Forza Italia usciva dall’aula, il che non fa pensare purtroppo che questa prospettiva sia fattibile. Peraltro, se il centro-destra continua così, con questi gravi errori, a trazione leghista ed estremista, che ci sia il premio di lista o di coalizione, andrebbe fuori dal ballottaggio a cui parteciperebbero e 5 Stelle. Dopo aver perso molti parlamentari che hanno votato a favore, rischia di non recuperare elettori.

Restano alcuni difetti, in particolare, il quorum troppo elevato, tre quinti, per l’elezione del Presidente che rischia di produrre una paralisi. Però c’è tempo fino al 2022 per correggere. Non è che con questa riforma siamo esentati da una cultura della manutenzione costituzionale, riforme mirate per soluzioni che si rivelino imprecise sono sempre possibili con la tecnica dell’emendamento. Del resto i Costituenti, come ha ricordato ieri Napolitano, vollero l’articolo 138 sulla revisione non eccessivamente rigido.

Visto che i passaggi successivi sono praticamente scontati, si è aperta di fatto ieri una campagna referendaria che durerà un anno. Non sarà una sfida tra destra e sinistra, tra Governo e opposizione, ma tra un cambiamento possibile che sradichi definitivamente il complesso del tiranno, la delegittimazione reciproca, e una cultura dell’immobilismo che scambia la valorizzazione della Costituzione con una specie di museo delle cere, che i costituenti per primi avrebbero rifiutato. I riformatori di oggi sono certo nani sulle spalle dei giganti di allora, ma anche i nani sono chiamati alla responsabilità, non all’immobilismo.

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