Archivi del mese: dicembre 2015

Dal quotidiano nazionale di oggi

La sfida del referendum

di Stefano Ceccanti

Quasi nessuno si è accorto che è stato per primo il Presidente Mattarella lo scorso giorno 21, precedendo quindi Renzi, a sottolineare la centralità del prossimo referendum sulla riforma costituzionale Queste le sue parole: “Non entro nel merito di scelte che appartengono alla sovranità del Parlamento e che.. saranno poi sottoposte a referendum popolare. Osservo soltanto che il senso di incompiutezza rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre ad alimentare sfiducia, all’interno verso l’intera politica e all’esterno verso la capacità del Paese di superare gli ostacoli”- Mattarella vede quindi nel referendum un passaggio “che mira a concludere la lunga transizione avviata da un quarto di secolo, e purtroppo segnata da intese mancate e tentativi falliti”.

E’ per questa ragione sistemica che Renzi non ha potuto fare a meno di porre una sorta di questione di fiducia di fronte al corpo elettorale. Del resto che senso ha avuto questa legislatura e quale giustificazione ci si è dati per le larghe intese iniziali del Governo Letta e per quelle più ristrette dell’esecutivo Renzi se non il dotarsi di nuove regole tali da evitare di riprodurre l’impasse iniziale, quando non si riusciva né ad eleggere un Presidente né a far partire un Governo? Ovviamente, nel mondo reale, alle ragioni sistemiche si aggiungono quelle di parte. Il Presidente del Consiglio vede in questa prova la possibilità di un grande reset di sistema, molto più agevole delle amministrative i cui risultati sono più incerti. Né avrebbe aiutato l’eventuale contestualità delle due scadenze, in origine ipotizzata. Il trionfo delle europee non fu ripetuto nello stesso giorno alle comunali: gli elettori distinguono nettamente le competizioni, anche quando sono simultanee.

Una scelta del genere comporta rischi, ma a ben vedere non sono minori quelli che dovranno affrontare i suoi principali avversari. Anzitutto il Movimento 5 Stelle che continuerà ad opporsi a un riforma che, al di là dei dettagli opinabili, semplifica il sistema. E’ abbastanza normale che i movimenti contestatari si oppongano a riforme del sistema perché vogliono presentare il proprio successo come l’unica risorsa per uscire dalle secche, ma non è detto che gli elettori seguano. Anche Bossi (e non solo Craxi) invitò nel 1991 all’astensione sul primo referendum elettorale, ma fu smentito da molti dei suoi elettori. Ancor più complicata la posizione di Forza Italia che aveva votato con convinzione al Senato il testo esatto che sarà sottoposto agli elettori e sarà quindi gioco facile che vengano utilizzati in campagna gli interventi in Aula dei suoi senatori. Ammesso che Berlusconi voglia davvero fare campagna per il No, si ritroverà in uno schieramento a trazione dei 5 Stelle: non facilmente comprensibile per i suoi elettori.

Alla fine è probabile che nel senso comune, anche degli elettori non del tutto in sintonia col Presidente del Consiglio, prevalga l’argomento del Presidente Mattarella: meglio un passaggio importante per chiudere (quasi) la transizione che restare nell’indistinto. Anche perché un’alternativa al Presidente del Consiglio dovrebbe essere già pronta: cosa che al momento non appare, esattamente come non appariva nel 1985 quando le opposizioni congiunte persero nel referendum sulla scala mobile contro il Governo Craxi.

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Da L’Unità di oggi

Unioni civili. Sgomberare il campo da quattro equivoci

di Stefano Ceccanti

Una serie di equivoci potrebbero creare interpretazioni sbagliate rispetto alla necessaria approvazione della legge sulle unioni civili. Le interpretazioni distorte sono sbagliate anche se non bloccherebbero la legge, ma creerebbero comunque conflitti inutili.

Il primo è che si sarebbe all’anno zero, mentre ci muoviamo dentro i binari della giurisprudenza della Corte costituzionale. Essa, al momento (ma non sembra destinata a cambiare nel breve periodo), per un verso non consente di estendere il matrimonio alle coppie di persone omosessuali senza passare prima per una revisione costituzionale, ma per altro verso riconosce a tali coppie lo status di formazioni sociali tutelate dall’articolo 2 Cost. E’ a partire da questo riconoscimento che invita il legislatore a regolamentare diritti e doveri. Un invito chiaro già nella sentenza 138 del 2010 e poi ribadito ancora con più forza nella 170 del 2014. Se seguiamo la scia della Corte non ha quindi nessun senso affermare che si sta seguendo una cultura individualistico-radicale, rimprovero che andrebbe rivolto a chi parlava di diritti individuali. Le persone che costituiscono formazioni sociali vanno tutelate perché le loro formazioni contribuiscono alla forza dei legami sociali. Per questo la legge ricomprenderà oltre alle unioni anche una tutela minima delle coppie di fatto omosessuali (che non scelgono l’unione) ed eterosessuali (che non scelgono il matrimonio): è la finalità sociale che spinge a tale scelta, che altrimenti andrebbe solo lasciata all’autonomia individuale, che si sarebbe già espressa nel non scegliere la forma istituzionalizzata.

Il secondo equivoco è che ci possano essere forme di disciplina coercitiva, o di partito o di corrente o di area culturale (con qualcuno che si possa sentire investito di una rappresentanza “cattolica” o “laica”) per cui si starebbe procedendo in modo incerto o non convinto o contraddittorio: questo è un ambito in cui il programma di governo non prevede nulla ed è ampiamente ammissibile il voto segreto. Ognuno pesa solo per le ragioni che porta, non per i vincoli che può esigere o i mandati che ritiene di avere e che comunque nessuno in ambito politico potrebbe dare.

Il terzo equivoco è che lo status di formazione sociale sia riconosciuto solo dal momento in cui la legge sia operativa: un equivoco che porta a drammatizzare il rilievo delle singole votazioni che si verificheranno. Ciò vale anzitutto per il punto più discusso, la stepchild adoption. In assenza di una legge vi è già oggi un diffuso orientamento giurisprudenziale che la riconosce a coppie stabili di persone omosessuali, anche qui non in nome dei loro diritti individuali ma del valore sociale della loro formazione sociale che già accoglie in sé il figlio, a favore del quale è estesa la tutela. Se a scrutinio segreto dovesse passare lo stralcio di tale norma, giusta o sbagliata che fosse tale scelta, il Parlamento starebbe decidendo non di proibire la stepchild adoption, ma di farla decidere ai giudici.

Il quarto equivoco, ma dovrebbe essere già ampiamente noto, è che questa legge abbia qualcosa a che fare con l’utero in affitto, già duramente perseguito nel nostro ordinamento, praticato all’estero da coppie quasi tutte eterosessuali e non reprimibile in modo efficace dal legislatore nazionale oltre le sue frontiere.

Se quindi ragioniamo su quello che già preesiste alla legge e su ciò che essa non può fare, forse è possibile vivere il passaggio parlamentare con la necessaria serenità di chi non pensa a un confronto tra verità ed errore, ma tra sensibilità legittimamente diverse, soprattutto su base generazionale. Sapendo poi che sulla ragionevolezza dei trattamenti differenziati tra matrimonio e unione dovranno anche pronunciarsi poi  la Corte costituzionale e di quella di Strasburgo.

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Italicum. Da “Il Foglio” di oggi

Il male maggiore?

Basta guardare alla Spagna per capire che qui da noi l’Italicum è un “bene possibile”

di Stefano Ceccanti

Ha senz’altro ragione Angelo Panebianco (“Corriere” del 28 dicembre) quando ci ricorda che il collegio uninominale maggioritario è il modo più semplice e trasparente di eleggere i parlamentari, sfuggendo all’alternativa tra liste bloccate e preferenze. Tuttavia che esso sia anche sempre la formula magica che ci consente una legittimazione diretta dei Governi, un raccordo stringente tra cittadini, maggioranza parlamentare e Governo, non è affatto automatico. Perché tale obiettivo si realizzi è infatti necessario che nella gran parte dei collegi si ripeta lo scontro tra i due medesimi partiti o schieramenti, come accade nel Regno Unito. In assenza di questo requisito, il sistema rischia di girare a vuoto, scontentando sia i proporzionalisti (per i quali sarebbe sacra la corrispondenza tra voti e seggi, tranne poi il piccolo problema successivo di come costituire un Governo) sia i maggioritaristi (che vogliono un esito di norma chiaro delle elezioni in termini di governo). I francesi avevano il doppio turno di collegio sotto la Terza Repubblica, ma questo non produceva risultati chiari sul piano nazionale a causa della frammentazione delle forze politiche. Per questa ragione, quando la proporzionale della Quarta Repubblica si rivelò inadeguata agli standard decisionali di una grande democrazia, il dibattito che sorse nel 1956 non fu solo e non tanto sul ritorno al collegio uninominale maggioritario, ma su come collegarlo all’elezione diretta del vertice dell’esecutivo. Per Duverger si sarebbe trattato di eleggere direttamente lo stesso giorno il Premier e i deputati, per Vedel il Presidente della Repubblica e i deputati: sarebbe stata la prima scheda a nazionalizzare il voto e ad orientare quindi la seconda, ritornando poi automaticamente al voto in caso di dimissioni o di sfiducia. Si tratta esattamente del modello di forma di governo che poi noi negli anni ’90 abbiamo trapiantato efficacemente in regioni e in comuni, sia pure agganciato a un sistema a premio. Lo stesso De Gaulle, che restaurò nel 1958 il collegio uninominale, sapendo che quell’anno sarebbe stata la sua persona a nazionalizzare la competizione nei collegi, decise poi nel 1962 di abbinarvi l’elezione diretta del Presidente per stabilizzare il sistema. Per di più nel 2000, per renderlo ancora più coerente sfuggendo all’anomalia della coabitazione, si decise che dal 2002 il mandato del Presidente sarebbe stato quinquennale come quello dell’Assemblea e che l’elezione del primo sarebbe stata un mese prima rispetto a quello della seconda con un effetto di traino e di nazionalizzazione analogo, se non superiore, a quello pensato da Duverger e Vedel. Il partito che vince la presidenziale, magari partendo da meno del 30% al primo turno, vede tutti i suoi elettori ben mobilitati per l’elezione dei deputati, mentre quelli delle forze sconfitte tendono a smobilitare per lasciare comunque governare il Presidente neo-eletto. Al termine dei quattro turni di elezione è lecito attendersi una maggioranza in seggi ben più consistente del 54% dell’Italicum, per di più con un continuum di maggioranza più ampio che parte dal Capo dello stato anziché dal Primo Ministro. Se nel 2017 si votasse solo nei collegi o se le elezioni per l’Assemblea venissero prima di quelle del Presidente non è affatto detto che si avrebbe una legittimazione diretta di un Governo per la legislatura. Un po’ difficile pertanto mettere coerentemente insieme da parte di alcuni critici dell’Italicum le riserve sulla concentrazione di poteri che si realizzerebbe da noi con gli elogi del sistema francese che è ben più secco.

Ma il richiamo al dibattito francese del 1956 è utile anche per un altro profilo, lo spettro dei partiti anti-sistema. Com’è noto in quel momento il partito più organizzato era il Pcf di Thorez e il partito emergente di protesta era quello del cartolaio Poujade (di cui faceva parte anche Jean-Marie Le Pen) che raccoglieva lo scontento contro le coalizioni deboli ed eterogenee bloccate al centro del sistema. “Ci porterete a un ballottaggio in cui potrebbero vincere o Thorez o Poujade”: era lo spettro sollevato contro la campagna di Duverger e Vedel su “Le Monde”. Essi invece cercavano di spiegare che proprio l’adozione di un sistema che avrebbe messo in palio il Governo avrebbe sia riorientato l’offerta politica (ad esempio creando un’area più organizzata di sinistra non comunista perché il Pcf con un proprio candidato non avrebbe potuto vincere al ballottaggio, avrebbe spaventato gli altri elettori, anche se fosse arrivato in testa al primo turno, esattamente come accade oggi al Fn) sia sgonfiato il voto di protesta perché ne avrebbe rimosse le cause, di impotenza e di mancanza di trasparenza. Ma, per di più, cosa propone in positivo chi oggi al posto di Thorez e Poujade agita gli spettri di Salvini o Grillo vincenti al ballottaggio? Di fatto sostiene un sistema in cui non dovrebbe vincere nessuno col voto ed in cui, però, quegli stessi soggetti (o almeno una parte di loro) dovrebbero aiutare a formare una coalizione dopo il voto.  Chi l’ha detto, però, che nel momento in cui c’è bisogno di una coalizione essa si formi davvero? Proprio il caso spagnolo per alcuni lunghi mesi ci dimostrerà che questo sguardo pessimista sugli elettori e ottimista sulle doti compromissorie delle dirigenze politiche è alquanto astratto: l’esito più probabile resta tuttora, a meno di imprevisti, quello di elezioni a ripetizione mentre la crisi si aggrava. Non tutta l’Europa ha la cultura politica consensuale tedesca che, peraltro, non è esente da lasciare cadaveri: si veda la sorte della Spd, alleato minore di Governo, erosa sia dalla Merkel a cui si rivolgono gli elettori favorevoli all’esecutivo sia da Linke e Verdi a cui si rivolgono i contrari.

Per queste ragioni per quanto io condivida con Panebianco l’invito pragmatico a evitare il benaltrismo di alcuni critici che avrebbero in mente sistemi migliori per i quali non avrebbero comunque i voti in Parlamento (e che spesso comunque sarebbero ben più maggioritari di quello che stiamo per sperimentare), eviterei di usare per l’Italicum il concetto di “male minore”. Parlerei piuttosto di “bene possibile”, quello più adeguato alle condizioni di partenza del sistema dei partiti. Mentre Madrid ci mostra il “male maggiore” in cui potremmo precipitare senza di esso.

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Massimo Bordin su “Il Foglio”

Dibattito post natalizio sul potere di grazia del presidente della Repubblica

Dibattito post natalizio fra costituzionalisti sul potere di grazia del presidente della Repubblica. Il professore Gaetano Azzariti, sul Manifesto, critica garbatamente il presidente Mattarella ricordandogli una sentenza della Consulta pubblicata quando Mattarella ne faceva ancora parte. Sentenza in cui la grazia presidenziale viene riferita esclusivamente a “motivi umanitari”. Motivi che nel caso dell’ex capo centro della Cia, recentemente graziato per la nota vicenda vicenda Abu Omar, sicuramente non ricorrono. Non motivi umanitari ma una saggia ragione di Stato è alla base della grazia presidenziale, ha replicato il professore Stefano Ceccanti dalle colonne dell’Unità, pur senza polemizzare direttamente. Della vicenda di Abu Omar qua si è già parlato e che la ragion di Stato c’entri, nella grazia concessa, mi pare innegabile. Ma il problema che solleva Ceccanti è forse più ampio, quando scrive “Negare l’esistenza di un qualsiasi spazio alla ragion di Stato significherebbe mettere il potere giudiziario nel ruolo di ‘dominus’ dei rapporti internazionali”. Ecco, devo parlarne con i miei amici radicali. Va bene il “diritto alla conoscenza”, “le massime magistrature internazionali e lo stato di diritto”. Ma se poi si incarnano in Ingroia e Scarpinato?
Massimo Bordin da “Il Foglio”

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Da L’Unità di oggi/2

Mattarella e le ragioni di Stato

Grazia agli agenti Cia, ineccepibile la decisione di Mattarella

di Stefano Ceccanti

Sia pure con tutti i limiti, sempre più pregnanti, che giustamente si impongono in un moderno Stato democratico costituzionale, deve continuare ad esistere una ragion di Stato, ossia “un ampio potere discrezionale, sul cui esercizio è escluso qualsiasi sindacato dei giudici comuni, poiché il giudizio sui mezzi idonei a garantire la sicurezza dello Stato ha natura politica”, per usare le parole della Corte costituzionale nella sentenza 24/2014 sul segreto di Stato?

Se la risposta è positiva, specie in relazione ai rapporti tra Stati sovrani, è ovvio che nessuna obiezione pregiudiziale può essere argomentata contro la decisione del Presidente Mattarella sulla grazia ad alcuni agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar, che fa seguito ad un’analoga decisione del suo predecessore Napolitano rispetto a un colonnello dell’aviazione Usa coinvolto nella stessa operazione. Del resto casi simili legati alla ragion di Stato si ritrovano in pressoché tutti i settennati precedenti. Un’obiezione pregiudiziale che sarebbe del resto incomprensibile nel momento in cui l’Italia fa valere anche argomenti simili rispetto all’India sul caso dei marò: i rapporti tra Paesi non possono essere risolti solo dai rispettivi poteri giudiziari, ma hanno anche un profilo politico che devono affrontare le rispettive autorità politiche. Negare l’esistenza di un qualsiasi spazio alla ragion di Stato significherebbe mettere il potere giudiziario nel ruolo di dominus dei rapporti internazionali, cosa che nessuno Stato può sensatamente permettersi. Qui, per di più, c’erano effetti paradossali evidenti da rimuovere perché la giustizia italiana, specie grazie alla sentenza della Corte costituzionale sul segreto di Stato già richiamata prima, non aveva punito nessuno degli agenti italiani che avevano collaborato con gli Usa. A pagare, sia pure solo simbolicamente perché nessuno li avrebbe mai consegnati all’Italia, sarebbero stati solo gli agenti americani.

Esiste certo un altro problema, quello dovuto a un’altra sentenza della Corte, la 200 del 2006 sul potere presidenziale di grazia. Essa, per consentire che un Capo dello Stato possa attivarsi anche a prescindere dal Ministro della Giustizia, per diminuire la politicità della decisione di un organo di garanzia ha eccessivamente puntato sul significato umanitario della grazia. In realtà la concessione della grazia ha motivazioni multiple e quelle di cui più si discute nell’opinione pubblica sono sempre state quelle con indubbi profili prevalentemente politici. Nessuno dei due Presidenti che si sono succeduti dopo quella sentenza si è del resto trincerato dietro quella ipocrisia. I due comunicati, molto espliciti e trasparenti, di Napolitano e di Mattarella sui casi legati al sequestro di Abu Omar sono in questo sostanzialmente identici: segnalano soprattutto l’identità di vedute col Ministro della Giustizia (e quindi la copertura politica della decisione) e il cambiamento di indirizzo dell’Amministrazione Obama, che, soprattutto, non pratica più le contestate “extraordinary renditions”. Indubbiamente a causa della sentenza del 2006 nessuno potrebbe chiamare in causa il Governo per la scelta operata dal Ministro della Giustizia, a differenza di quanto si può astrattamente fare nelle altre forme di governo parlamentari e persino in quella semi-presidenziale francese. Tuttavia questa anomalia non può impedire al Presidente e al Governo di utilizzare, ove ne ricorra l’opportunità, ad un uso trasparente del potere di grazia in nome della ragion di Stato. Altrimenti avremmo, solo in Italia, uno Stato dimidiato.

 

ceccanti mattarella

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Da L’Unità di oggi

Una legislatura ri-costituente

Di Carlos Garcia de Andoin

Il quadro che ha lasciato il voto del 20 dicembre è complesso, molto complesso. Al PP non consente di governare con il sostegno di Ciudadanos; né al PSOE né un’alleanza di sinistra. Così la pressione va nella direzione della grande coalizione tedesca, richiedendo ai socialisti responsabilità e sacrificio. Non la vedo fattibile. Con tale abbraccio per il PSOE darebbe il primato a sinistra a Podemos. Non sono possibili neanche intese di governo più limitate.

Per quanto ci sforziamo nessuna delle opzioni è praticabile. Sembra che siano possibili solo nuove elezioni. Quindi non vi è alcuna via d’uscita? Penso che esista un’alternativa, e a saperla utilizzare, sarebbe una grande opportunità per la convivenza e il bene comune. Dobbiamo cambiare presupposto. Non siamo di fronte a un’altra legislatura normale, per la quale abbiamo bisogno di un governo stabile e di un programma per quattro anni, ma di fronte ad una legislatura eccezionale. Noi cittadini abbiamo messo i partiti di fronte alla sfida di ridefinire e concordare di nuovo il nostro quadro di convivenza in grave crisi di legittimità e di rappresentanza. Non ci resta altra ipotesi che guidare il legislatore a riformare la Costituzione, con una legislatura breve, di un anno e mezzo.

Una legislatore ri-costituente, perché la costituente fu quella del 1978. Per quanto alcuni pretendano che siamo di fronte una nuova transizione, a un processo ex novo. No. Quell’accordo ha portato ai tre migliori decenni di storia. E così oggi ci tocca, sulla base di quell’accordo e da questa esperienza storica, ridefinire e rifare il patto, la legge delle leggi. L’eccezionalità del compito è quella che permette e giustifica, anche contro natura, di dar vita a un Governo di natura e durata eccezionale. Una legislatura ri-costituente e breve, che si concluda con un referendum costituzionale e nuove elezioni.

Solo allora si potrebbe chiedere il PSOE di facilitare, con l’astensione, l’investitura di un Presidente e di un governo di minoranza del Pp. Richiesta che non dovrebbe essere esclusa neanche dal PP se fosse invece il PSOE a ottenere un maggiore sostegno in Aula per questo lavoro eccezionale.

Non si tratta di riscrivere la Costituzione dall’inizio alla fine. Il Paese potrebbe crollare, come spesso è accaduto nel XIX e XX secolo. Qualcosa che è capitato di recente con lo Statuto della Catalogna. A favore dell’apertura del dossier della riforma costituzionale gioca una mappa di forze parlamentari tutte in grado di avere un peso sufficiente per determinare il nuovo patto comune, ma nessuna sufficiente a conformarlo a sua immagine. Sono molto ben rappresentate le tre fratture fondamentali: bipolarismo classico e partiti emergenti; centralisti e regionalisti; destra e sinistra. I partiti emergenti sono entrati con forza, ma i partiti classici persistono. Questo spingerà alla riforma del sistema elettorale, con una migliore rappresentanza, ma anche alla ricerca di nuovi modi per garantire la governabilità. In Italia, dove hanno sofferto come nessuno l’instabilità dei governi, l’hanno raggiunta con l’introduzione di un secondo turno. Inoltre, le forze regionaliste potranno svolgere un ruolo primario, ma vi sono saldi contrappesi nel successo delle forze emergenti nei loro territori. E ‘un’opportunità per uscire dalla stagnazione verso Catalunya. Inoltre, la leggera maggioranza sociale verso sinistra spingerà ad una correzione più sociale rispetto ai diritti fondamentali sociali. Sarebbe un processo politico che darebbe ruolo politico a tutti gli attori politici.

Il lettore può pensare che sto facendo di necessità virtù. Assomiglia di più alla clausura dei cardinali per costringerli fuori dall’impasse così frequente nelle elezioni papali. E il famoso caso di Viterbo dove, dopo la morte di Clemente IV (1268) si dovettero rinchiudere i cardinali nel palazzo vescovile. Ma non era abbastanza. Così, dopo quasi tre anni di sede vacate, senza accordo, i suoi abitanti, disperati, decisero di non fornire cibo agli elettori, tranne pane e acqua. I cardinali, allora si affrettarono a eleggere Gregorio X. Questa volta i cittadini hanno messo i partiti in una trappola da cui non si può sfuggire. La riforma della Costituzione, sì o sì. Il dialogo e l’accordo, sì o sì

Già consigliere della vice-presidenza del Governo del Psoe e già coordinatore nazionale dei Cristianos socialistas del Psoe

Traduzione da “El Correo” di Stefano Ceccanti

 

andoin spagna

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Convegno 28 gennaio

Dipartimento di Scienze politiche “Sapienza” Università di Roma

Master in Istituzioni parlamentari “Mario Galizia” per consulenti d’Assemblea

CONVEGNO FINALE
PRIN 2010-2011

Parlamenti nazionali e Unione europea
nella governance multilivello

In memoria di
Antonio Zorzi Giustiniani
(1949-2015)

Aula degli Organi collegiali
Università di Roma “La Sapienza”
Roma, Giovedì 28 gennaio 2016
ore 9.00

Programma:

Ore 9,00 Saluti
M. R. Prof. Eugenio Gaudio

Fulco Lanchester, coordinatore nazionale del PRIN 2010-2011 “Parlamenti nazionali e Unione europea nella governance multilivello”

Ore 9.30
Francisco Balaguer Callejón, Relazione introduttiva

Ore 10,00
I sessione
Il ruolo dei Parlamenti nazionali in materia di libertà, sicurezza e giustizia e in materia di adesione e recesso
(Unità di ricerca Milano Statale)

Presiede Enzo Cannizzaro

Paola BilanciaRelazione introduttiva

Filippo ScutoParlamenti nazionali e controllo di sussidiarietà nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia: l’esperienza del Regno Unito

Gloria MarchettiParlamenti nazionali e controllo di sussidiarietà nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia: le esperienze della Svezia e dei Paesi Bassi

Francesca SgróParlamenti nazionali e controllo di sussidiarietà nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia: le esperienze della Germania e dell’Austria

Federico Gustavo PizzettiSpinte secessioniste e accesso-recesso dall’Unione europea: il ruolo dei Parlamenti nazionali

Ore 11,30– Coffee break

Ore 12,00
II sessione
Il ruolo di coordinamento dei Parlamenti nazionali tra livello europeo e substatale
(Unità di ricerca Napoli “Parthenope”)

Presiede Antonio D’Atena

Anna PapaIl ruolo delle Regioni nella multilevel governance europea

Loredana CarpentieriL’appartenenza all’Unione europea e la tutela della sovranità statale e substatale nella declinazione del sistema fiscale italiano

Elisabetta de FranciscisL’influenza del Trattato di Lisbona sul sistema federale tedesco

Paolo FusaroRegolamenti parlamentari e partecipazione delle regioni al controllo di sussidiarietà

Daniela MessinaIl Comitato delle Regioni

Ore 13,30 – Light Lunch

Ore 14,30
III sessione
La cooperazione interparlamentare nell’Unione europea
(Unità di ricerca Roma “Sapienza”)

Presiede Francisco Balaguer Callejón

Laura FrosinaForme e limiti della cooperazione interparlamentare

Astrid ZeiIl ruolo e l’evoluzione della COSAC dopo il Trattato di Lisbona

Giulia Aravantinou LeonidiLa cooperazione interparlamentare a livello informale

Paola Piciacchia, Il dialogo politico e la sua crescente espansione

Giulia CaravaleIl rafforzamento della cooperazione interparlamentare nelle proposte di alcuni Parlamenti nazionali

Ore 15,45
IV sessione
I Parlamenti nazionali nella governance economica europea
(Unità di ricerca Pisa)

Presiede Vincenzo Lippolis

Rino CasellaLe procedure di bilancio in Francia alla luce della nuova governance economica europea                                                                                                                      

Francesca Nugnes, Il bilancio dell’Unione Europea

Amanuel Sikera, Le competenze dell’Unione in ambito fiscale

Vanessa Manzetti, La disciplina del pareggio di bilancio in Spagna

Peter Geti, Tecnocrazia e democrazia: i vincoli di stabilità alla prova dei fatti

Ore 17,00
V sessione
I Parlamenti nazionali e le autorità indipendenti
(Unità di ricerca Siena)

Presiede Michela Manetti

Roberto Borrello, Autorità di regolazione e motori di ricerca

Andrea Frosini, Il coordinamento tra Parlamenti nazionali e autorità indipendenti: il caso delle autorità garanti per la protezione dei dati personali

Ore 17,30
Relazione finale
Fulco Lanchester


Ore 18,00
Tavola rotonda conclusiva: Giuliano Amato, 
Augusto Barbera, Fulco Lanchester, Luciano Violante.

 Abstract:

Il 31 gennaio 2016 si conclude il progetto PRIN 2010-2011, “Parlamenti nazionali e Unione europea nella governance multilivello”, coordinato a livello nazionale da Fulco Lanchester.
Il progetto si è fondato sull’attività di ricerca svolta dalle cinque unità nazionali (Università Roma “Sapienza”-Fulco Lanchester; Università Statale di Milano-Paola Bilancia; Università di Pisa-Antonio Zorzi Giustiniani; Università di Napoli “Parthenope”-Anna Papa; Università di Siena-Michela Manetti) e sul contributo di docenti ed enti di ricerca stranieri.
I ricercatori hanno indagato il ruolo e l’evoluzione dei Parlamenti nazionali nel quadro della governance multilivello, alla luce delle innovazioni introdotte dal Trattato di Lisbona.
Le unità di ricerca hanno analizzato i nuovi “poteri europei” attribuiti ai Parlamenti nazionali e regionali al fine di verificarne l’efficacia e di valutare il livello di rafforzamento delle funzioni di impulso, controllo, coordinamento e cooperazione svolte da tali istituzioni.
I risultati della ricerca sono stati socializzati in occasione di diversi convegni celebrati presso sedi istituzionali e universitarie e resi accessibili attraverso un portale informatico (www.panue.eu).

Per altre informazioni si può fare riferimento al pieghevole:

Convegno Finale Prin 2010-2011 Parlamenti nazionali e Unione europea nella governance multilivello

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