L’elezione di Augusto Barbera

Da “L’Unità” di oggi

Sanato un vulnus

di Stefano Ceccanti

Con l’elezione di Barbera, Modugno e Prosperetti si sana un vulnus alla composizione della Corte, dove la componente di estrazione parlamentare era sottorappresentata. Come aveva sostenuto il costituente Codacci Pisanelli il 28 novembre 1947, “occorre da una parte che ci sia personale specializzato e dall’altra personale che abbia una specifica sensibilità politica”, seguito da Perassi secondo cui non conveniva attribuire una funzione così delicata a un organo con potere di nomina “attribuito ad un solo ordine”. Se devo poi riassumere in modo sintetico il valore di Augusto Barbera penso di identificarlo nella ricerca di coniugare passione civile e rigore di studioso. Due virtù molto difficili da combinare: la sola passione civile può portare a forme di rigidità ideologica, così come il rigore da solo può portare al minimalismo dell’esperto che offre soluzioni a qualsiasi causa. Quello che mi ha sempre impressionato in Barbera è la curiosità intellettuale di capire i punti di vista altrui per cercare strade nuove. Mi concentro sul periodo in cui l’ho conosciuto; altri meglio di me sapranno descrivere quello precedente. Faccio eccezione per un episodio particolare, la nomina mancata alla Corte nel 1986. Nel primo sistema dei partiti anche le nomine presidenziali risultavano da designazioni partitiche e in quel caso Cossiga si sentì obiettare dalla segreteria del Pci che Barbera aveva posizioni troppo autonome.  Un’obiezione opposta a quella di queste settimane, quando si è sostenuto che ci fosse troppa consonanza con le riforme dell’attuale esecutivo, le quali, caso mai, hanno attinto alle idee da lui sostenute costantemente fino alla Commissione dei saggi del Governo Letta, da cui il progetto Renzi-Boschi ha attinto in modo decisivo.

In quel fatidico 1989 Barbera cercò di far maturare la posizione del Pci (che si stava trasformando in Pds) che, in nome della giusta continuità coi Principi della Costituzione, faceva fatica a concepire una discontinuità sugli strumenti. Come ha ribadito nel suo ultimo scritto, che rappresenta la summa di questi anni, la voce “Costituzione” nell’Enciclopedia del Diritto, il fatto che la Costituzione si fosse progressivamente radicata nel Paese, esigeva un salto di qualità negli strumenti, quello che era stato immaginato ma provvisoriamente congelato negli anni della Guerra Fredda. Un’impresa difficile saldare nel movimento referendario la maggioranza del Pci-Pds, l’associazionismo cattolico democratico e parte della dc (dalla componente moderata di Segni alla sinistra) e l’effervescenza radicale: forze che si erano contrapposte e che in futuro avrebbero, almeno in parte, avuto collocazioni alternative. Quattro anni di lavoro paziente, dal 1989 al 1993, di tessitura umana, culturale e politica, mentre intorno il sistema si sgretolava, con alcuni tentativi successivi, tra cui quello sfortunatissimo del 1999 per eliminare la quota proporzionale, non riuscito a causa delle liste all’estero gonfiate da persone morte. In ultimo vorrei ricordare quella strana esperienza di ministro per un giorno nel Governo Ciampi, in cui da ministro per i rapporti col Parlamento avrebbe avuto il concerto sulla riforma elettorale che avrebbe potuto spendere in modo decisivo a favore del doppio turno, possibile se fosse proseguita quell’esperienza di esecutivo di centrosinistra, che fu fatta fallire. Un ritardo recuperato tardi con la nascita del Pd e con le nuove regole di cui il Paese si sta dotando.

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