Sfiducia, banche, conflitto di interesse: Carlo Fusaro sul Corriere Fiorentino di oggi

Dal 1948 non un solo governo è caduto per sfiducia, e non sarà il governo Renzi il primo. Quanto ai ministri, a uno capitò, nel 1996: ma era una revoca mascherata. Dini non vedeva l’ora di liberarsi di Mancuso alla giustizia. Le mozioni di sfiducia, per le maggioranze, sono spesso un ricostituente. Ma le vicende bancarie, trasformate dalle opposizione in attacco congiunto al governo, propongono più di un paradosso.

Il primo è quello di un governo che – attraverso le nuove banche ripulite dalle sofferenze, senza spendere soldi pubblici – salva (doverosmente) un milione di correntisti, oltre settemila dipendenti, un numero imprecisato di mutuatari e di imprese, e finisce sotto accusa per i (pochi) che non ha salvato: titolari di azioni e di obbligazioni secondarie. Un caso di scuola di cattiva comunicazione; ma anche di come, spesso, si fan sentire di più interessi ristretti ma intensi (che si ritengono danneggiati), che schiere estese di coloro che, dallo stesso provvedimento, sono stati tutelati. Ma salvare tutti non era possibile: non lo consentono (più) le regole europee, che dal 2013 impongono un progressivo coinvolgimento, nei salvataggi, di azionisti e obbligazionisti. Dice: perché non si è intervenuti prima, come tedeschi e olandesi. A parte che ciò non riguarda il governo Renzi, ha risposto Mario Monti: la situazione allora non era critica, e comunque non c’erano le risorse (con interessi sul debito oltre il 7%!).

Il secondo paradosso è quello della vigilanza. Tutti addosso a Bankitalia: che è come prendersela col medico che non ti ha saputo guarire da un malanno in cui ti sei cacciato, o col poliziotto che non ti ha saputo proteggere dai ladri, avendo lasciato la porta aperta. Bankitalia non è nembokid e ha limiti da rispettare: accusata di non essere intervenuta prima e drasticamente sulle quattro banche, è al tempo stesso sotto processo in Umbria per essere intervenuta troppo nei confronti della Banca popolare di Spoleto.

Il terzo paradosso è quello di certi risparmiatori. E’ chiaro che ci sono state persone la cui buona fede è stata carpita per indurli a investire in titoli a rischio troppo alto (per loro), e andranno tutelate: guardando caso per caso, però, perché non  si può far passare il principio che abbiamo tutti diritto alla tutela pubblica in caso di investimenti sbagliati! Trovo un po’ patetica la tendenza di alcuni a dipingersi creduloni se non peggio, pur di recuperare qualcosa (“ho firmato senza sapere cosa”, “firmo tutto quel che mi fanno firmare”). Nel caso del poveretto che si è suicidato, poi, pare che quei titoli li avesse comprati sul mercato: non gli erano stati rifilati dalla banca. Né è vero che quelle obbligazioni  fossero titoli spazzatura, come si dice e si legge: almeno fino al 2013, quando fu l’UE a renderle ad alta rischiosità (in caso di salvataggio). Quanto alle responsabilità degli amministratori e dirigenti, diranno i processi. Ma nel caso dell’Etruria, il fatto che due anni fa rifiutarono di farsi comprare da un’altra banca (come voleva Bankitalia), fu un errore fatale, il quale indica che erano convinti di salvarsi da sé, non di andare al fallimento.

Ultimo, il paradosso della ministra Boschi e di un conflitto d’interesse che non si capisce quale sia. Conflitto d’interessi è un concetto preciso che si oggettivizza in rapporti specifici e impone di astenersi da certi atti, non consiste in generici sospetti. Bastassero questi, avremmo avuto in “conflitto d’interessi” tutti i governi della Repubblica (si pensi solo a Susanna Agnelli, ottima sottosegretaria e ministra per quindici anni) e i governanti dovremmo andarceli a cercare fra i trovatelli nullatenenti: buona  parte di noi sarebbe squalificata da qualsiasi incarico e ogni criterio di competenza sarebbe inapplicabile. Peggio: i soli a poter governare sarebbero proprio quei politici puri (che null’altro han fatto nella vita), che sono – giustamente –  fuori moda. Insomma: diamoci tutti una calmata e respiriamo profondo.

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