Le ragioni di lungo periodo di questo doppio turno, il mio pezzo su L’Unità di oggi

La domanda che ci si deve porre rispetto alle turbolenze che investono i sistemi europei è questa: le forze politiche devono solo occuparsi di un aggiornamento programmatico o anche delle regole? L’Italia, a partire dagli anni ’80, con i primi scricchiolii, ha cercato di rispondere su entrambi i terreni, come testimoniato dalla metafora di Ruffilli: il cittadino doveva essere arbitro della scelta diretta dei Governi attraverso il voto dei parlamentari. In caso contrario si sarebbe sentito estraneo rispetto a giochi oligarchici o a derive tecnocratiche: se si indebolisce la forza del consenso democratico il potere si sposta altrove. Da lì si è mossa poi la stagione referendaria che, dai due passaggi cruciali del 1991 e del 1993, ha ottenuto l’elezione diretta del sindaco, del presidente della Regione e una forma di legittimazione diretta dei Governi a partire dalle pur imperfette leggi Mattarella. In assenza di questa iniziativa, anche sul terreno delle regole, la spinta alla frammentazione sarebbe stata ben più difficilmente governabile. In vari Paesi che negli anni successivi hanno sperimentato queste tensioni ci si è trovati in una tenaglia: la frammentazione ha portato a coalizioni più eterogenee, che hanno governato in modo più confuso e si sono così prestate ad una ancor più facile contestazione populista. Le coalizioni si sono quindi spesso ripetute nelle legislature successive con numeri più ristretti, soprattutto a danno degli alleati minori: basti vedere lo stato di salute della Spd. I dati comparati sono stati pubblicati qualche giorno fa da Carlo Fusaro per il Forum Internet di Quaderni Costituzionali.  Veniamo quindi da questa consapevolezza, di mettere insieme nuove risposte e nuove regole, che non dovremmo dimenticare all’improvviso come se l’Italicum o la riforma costituzionale fossero un prodotto dell’attuale esecutivo. A questa saggezza di fondo si è associata una finezza degli strumenti: volendo ricomporre in modo non rozzo una pluralità crescente si è sostenuta la positività di sistemi a doppio turno. Del resto la legge sul sindaco partiva esattamente da quella scelta. Indubbiamente sin dalla Tesi 1 dell’Ulivo del 1996 era stato preferito insieme al doppio turno lo strumento del collegio uninominale. In quella fase, infatti, i due poli si erano nazionalizzati, erano i medesimi nella gran parte del territorio, e quella scelta sarebbe stata sufficiente sia a scegliere bene i rappresentanti sia a legittimare il Governo.  Quando invece i francesi tornarono al doppio turno si sentirono in dovere di abbinarlo all’elezione presidenziale senza la quale, uscito di scena De Gaulle, non sarebbero stati sicuri della coerenza nazionale. Anzi, dal 2002, per evitare i rischi di coabitazione, la logica nazionale è ancor più forte perché l’elezione presidenziale precede di un mese quella dei deputati. Cosicché, se lo schieramento che ha eletto il Presidente è molto più forte degli altri, pur partendo da meno del 30% al primo turno, può anche superare, e non di poco, il 60% dei seggi. Né è escluso che poli consistenti vengano esclusi o quasi dalla rappresentanza, come avviene al FN.

Pertanto a partire da una situazione più sfilacciata, anche dal punto di vista territoriale, la commissione dei saggi del Governo Letta ha poi proposto un modello di doppio turno nazionale, che è stato alla fine recepito con l’Italicum. Un modello in cui al secondo turno si ottiene la maggioranza assoluta dei voti validi che porta al 54% dei seggi (soglia di norma inferiore a quella che si ottiene in Francia) e che rappresenta in modo più equilibrato i poli ulteriori, senza gli effetti di sbarramento quasi assoluto che patiscono le forze nazionali non concentrate territorialmente come il Fn e l’Ukip. Il modello della commissione prevedeva anche la possibilità di coalizioni ma, nel contempo, agiva anche sugli articoli della Costituzione relativi alla forma di governo, rendendo più difficile la sfiducia (costruttiva e a maggioranza assoluta) e spostando maggiormente lo scioglimento anticipato verso il Presidente del Consiglio, come deterrente rispetto alle forze minori della coalizione. Avendo poi rinunciato a intervenire su quel terreno, l’esigenza di coesione si è spostata di più sulla legge elettorale che, per questa ragione, ha dovuto limitarsi a una competizione tra liste. Niente di tutto questo è quindi episodico o casuale, né vale la pena di essere ridiscusso per questo o quel sondaggio, più o meno fondato, o per polemiche politiche contingenti. Non a caso in Spagna dalle scorse amministrative, ed in vista delle politiche, si era aperto il dibattito sul doppio turno, che rischia di riaprirsi nelle prossime settimane. Non si vende la primogenitura per un piatto di lenticchie.

ceccanti italicum

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