Archivi del mese: gennaio 2016

Unioni civili il mio commento sul Quotidiano Nazionale

Dalle piazze al Parlamento

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Unioni civili. Il mio pezzo su L’Unità di oggi

E’ La Costituzione che chiede le unioni civili

di Stefano Ceccanti

La settimana prossima il Senato inizia col voto delle pregiudiziali, non sulle soluzioni di merito. I due piani sono però collegati perché c’è la tentazione di accusare di incostituzionalità tutto ciò che non condividiamo. In verità su questo come su altri temi la Costituzione non può né vuole imbrigliare il legislatore ad un’unica soluzione, né ancorarlo ad un’univoca definizione di cosa sia “naturale”, su cui i Costituenti la pensavano in modo molto diverso. In ogni caso il principio personalista comporta per il legislatore l’assumere che “lo sviluppo della persona è un compito da realizzare e non solo un dato da rispettare” (Barbera).

Prima di affrontare le pregiudiziali va segnalato che ad essere incostituzionale è anzitutto non il testo, ma l’assenza di una legge sulle unioni di persone omosessuali. La Corte con le due sentenze chiave (138 del 2010 e 170 del 2014) ritiene che l’articolo 2 della Costituzione sia violato finché il Parlamento non provveda: da qui il carattere pretestuoso dell’argomento dell’esclusione delle persone eterosessuali che hanno già a disposizione il matrimonio. Nello stesso senso la Corte di Strasburgo che vigila sul rispetto della Convenzione europea (a cui ci vincola l’art. 117.1 della Costituzione) ha condannato l’Italia per l’assenza di una legge con la sentenza Oliari del 21 luglio 2015.

Chiariti questi margini e questo vincolo, al di là della questione della copertura risolta con stime ricavate dall’analoga esperienza tedesca, le pregiudiziali propongono due tipi di argomenti.

Il primo è forse il meno comprensibile per l’opinione pubblica, ma va comunque esaminato perché, qualora fondato, travolgerebbe tutto. Si tratta della procedura: l’articolo 72 della Costituzione fissa delle regole per l’esame dei testi in modo che siano seriamente esaminati, prima in Commissione e poi in Aula, regole specificate nei Regolamenti. Fuori dal tecnicismo si potrebbe spiegare così: ma il Parlamento conosce davvero le cose su cui sta deliberando? L’istruttoria è stata seria? E’ un fatto che I testi sulle unioni abbiano occupato la Commissione Giustizia per oltre 70 sedute dal giugno 2013. Quello che si discute in Aula è un aggiornamento del testo adottato il 26 marzo 2015, varato proprio per tenere conto del dibattito che si è svolto su di esso per 20 sedute. Sostenere che l’esame in Aula sarebbe prematuro perché a causa dell’ostruzionismo in Commissione non è stato completato significherebbe accettare un potere di veto assoluto di chi non condivide un testo. Un veto che né l’articolo 72 della Costituzione né i Regolamenti potrebbero ammettere perché sarebbe travolta la funzionalità delle istituzioni.

Il secondo tipo di argomenti si rivolge invece ai contenuti della legge e coinvolge alcuni articoli della Costituzione. Prima di esaminarli, tuttavia, vale la pena di segnalare che una delle argomentazioni polemiche più utilizzate contro il provvedimento, spesso mettendo insieme merito e costituzionalità, riguarda il cosiddetto utero in affitto, che tuttavia è proibito dalla legge 40 e che non è toccato dal progetto in questione. Di conseguenza non dovrebbe fare oggetto di esame dell’Aula perché a rigor di logica gli emendamenti presentati su tale aspetto, al di là del merito, sarebbero estranei alla materia trattata. Il cuore delle obiezioni si concentra sulla presunta confusione che si verrebbe a creare tra l’unione civile (che per la Corte costituzionale deve fondarsi sull’articolo 2 della Costituzione) e la famiglia fondata sul matrimonio (basata sul 29). Non c’è dubbio che la differenza non possa essere solo nominalistica e in questo senso il dibattito ha aiutato a superare rinvii eccessivi agli articoli del codice civile che regolano il matrimonio. Tuttavia il fatto che il fondamento sia diverso (il 2 e non il 29) non significa di per sé che le conseguenze pratiche debbano sempre e comunque essere diverse, ad esempio sulla successione o sulla reversibilità. La Corte, che nella sentenza 494 del 2002, aveva dichiarato che “la Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti”, parla di ragionevolezza dei trattamenti differenziati che il legislatore è chiamato a valutare: quel richiamo vale sia a rifiutare una secca equiparazione sia ad evitare differenziazioni discriminatorie. In ogni caso sul punto più polemico che esiste davvero nella legge (l’altro, l’utero in affitto, come si è detto non è toccato) la questione del del figlio che si trova già a vivere nella coppia, né la soluzione prevista dal testo, la cosiddetta adozione interna, né altre eventuali sembrano violare la frontiera tra articolo 2 e articolo 29. Già la giurisprudenza di merito è andata in tale direzione anche in assenza di una legge sulle unioni, ma una volta che si decide di approvare una legge in merito come si potrebbe evitare di affrontare, con questa o con altre soluzioni che si preferiscano sul piano politico, la questione dei doveri a favore dei figli presenti nell’unione? Insomma discutiamo laicamente nel merito degli emendamenti ammissibili, ma intanto sgombriamo il campo da pregiudiziali infondate.

 

 

 

 

 

 

ceccanti unioni

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Il legislatore di una società pluralista – De Gasperi alla settimana sociale 1945

«Avvicinarsi a questa assise è come eseguire una grande ascensione montana: ci si trova in una atmosfera ossigenata. Non sempre, quando si scende dall’alta montagna, è possibile mantenere la stessa atmosfera e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata, quando si tratti di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle opinioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione”

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Bando ai pregiudizi. Si può imparare anche da Bondi

BONDI (AL-A). Signora Presidente, colleghi, credo che questo sia il momento in fondo più bello ed esaltante del confronto parlamentare, esaltato dalla libertà di coscienza che ciascuno di noi può finalmente testimoniare in quest’Aula, al di là dell’appartenenza a diverse forze politiche. Questo disegno di legge, secondo me, non solo non è incostituzionale, ma della Costituzione osserva la lettera e lo spirito più profondo.

Il riconoscimento delle unioni civili infatti abbatte finalmente ogni discriminazione nei confronti dei cittadini italiani. L’approvazione di questa legge renderà finalmente l’Italia un Paese più moderno, più civile e nel contempo meno bigotto, meno ipocrita e meno clericale. Avremo uno Stato più laico, ma proprio per questo le persone potranno testimoniare più liberamente e autonomamente i propri valori religiosi e culturali.

Prendo la parola come un cristiano (pieno di dubbi e per lo più con tante domande senza risposte). Ma non è forse il dubbio, che vive nella parte più intima della nostra coscienza, il segno di una ricerca, di una fede che non è una dottrina rassicurante ma un rovello costante nel tentativo di dare un senso alla vita? Proprio come cristiano lamento una Chiesa che, nonostante le aperture di papa Francesco, rimane ancora attardata su posizioni che non si conciliano con la coscienza moderna.

E sempre come cristiano non temo di ammettere che l’arretratezza dell’Italia sul piano dei diritti e della modernità si spiega anche con il conservatorismo e il clericalismo politico di una parte della cultura cattolica. Un conservatorismo clericale che pensa anche, come vediamo in quest’Aula, nel dibattito sulla stampa e in Parlamento, sulla nascita e sull’esistenza in Italia di un partito autenticamente liberale, di una destra autenticamente liberale che, come si vede, è sparita.

Su questo disegno di legge, così come su altre questioni riguardanti la bioetica, a partire dal testamento biologico, è una constatazione, un dato di fatto, dire che il Parlamento fatica a legiferare e, quando lo fa, produce leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta dalle interferenze indebite della Chiesa cattolica – posso affermarlo per esperienza diretta – che le leggi non superano quasi mai l’esame della Corte costituzionale. La legge n. 40 del 2004 ne è una dimostrazione eclatante – una legge che, purtroppo, io personalmente ho contribuito ad approvare – e non vale poi prendersela con i magistrati se si fanno pessime leggi, che oltretutto negano diritti che nella maggioranza dei Paesi civili sono in vigore da anni.

Io credo che la coscienza del Paese sia cambiata profondamente e credo anche che l’influenza di questo Papa sia destinata a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia. Personalmente, ho la speranza che il Parlamento approvi questo disegno di legge, che è un passo in avanti in questo momento, e non escludo – anzi mi auguro – che qualche buon emendamento, come quelli a prima firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o Pagliari (per citarne alcuni) possa migliorare questo testo e stemperare contrapposizioni che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche cattolici.

Nessuno mette qui in discussione la famiglia tradizionale; nessuno fa l’apologia dell’utero in affitto, e nessuno vuole aprire alle adozioni, anche per coppie omosessuali, senza regole e senza limiti. Tutto questo fa parte di una abitudine, inveterata, purtroppo, in Italia, a estremizzare le posizioni, mentre invece su questi problemi bisognerebbe essere aperti al nuovo e ricercare semmai punti di incontro. Credo allo stesso tempo che la famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e comunque sono convinto che ciò che è davvero importante è la civiltà dei rapporti che legano due persone e il loro rapporto con i figli.

La vita reale – questo lo sa chiunque abbia avuto una famiglia – manda generalmente in frantumi i nostri pregiudizi e le convinzioni più diffuse. E mi arrischio anche a dire che se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero meglio che cos’è una famiglia, nel bene e nel male. (Ilarità del senatore Candiani).

Fra non molto tempo anche in Italia, i matrimoni fra persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare figli sarà un fatto normale, e allora ci sarà chi farà il solito mea culpa, tanti anni dopo, ammettendo, anche nella Chiesa, di aver capito tardi i cambiamenti della società.

Concludo, dicendo che coloro che hanno fede e che professano un credo religioso hanno tutta la possibilità di mettere in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che esse valgano per tutti.

Il disegno divino – mi permetto di dirlo e di interloquire con il cardinal Bagnasco – se c’è, non va iscritto nelle leggi, secondo una concezione integralistica, che mi preoccupa nella Chiesa italiana, ma un disegno, se c’è, va iscritto nella nostra coscienza e nei nostri comportamenti personali. Questo toglierà spazio ai collateralismi politici, finalmente, in Italia, e metterà al centro la nostra coscienza personale, anche di credenti, e i frutti che essa potrà dare anche nell’ambito pubblico. (Applausi dai Gruppi AL-A, PD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Congratulazioni).

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il ddl unioni civili per me è costituzionale

http://www.intelligonews.it/articoli/28-gennaio-2016/36242/unioni-civili-ceccanti-vi-spiego-il-ddl-cirinna-dal-punto-di-vista-della-costituzionalita-c-e

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26/01/2016 · 22:55

Da L’Unità di oggi

Spagna. Il gioco del cerino spento

di Stefano Ceccanti

La procedura di formazione del nuovo Governo, dopo le scorse elezioni del 20 dicembre segnate dalla frammentazione non più arginata dal sistema elettorale, si è almeno per il momento trasformata in una sorta di gioco del cerino. Anzitutto il premier in carica Rajoy ha rifiutato il primo incarico propostogli da Re, costringendo quest’ultimo a un secondo giro di consultazioni. In secondo luogo il leader socialista Sanchez ha a sua volta preavvisato di non voler essere lui a tentare per primo, ma che quel compito spetta a Rajoy o comunque a un candidato espresso dal Pp. Tutti e due immaginano che il primo candidato risulterà comunque soccombente e che, ni seguito alla sua bocciatura, potrebbe poi crearsi a favore del secondo candidato un clima di stato di necessità, anche per rispondere al governo regionale secessionista da poco installatosi in Catalogna. Il problema è che il re, a cui spetta dare l’incarico, non può comunque obbligare nessuno ad accettarlo. Al momento la situazione sembra dunque senza uscita perché la Costituzione mette un termine massimo di due mesi per uno scioglimento anticipato a causa della mancata formazione del Governo, ma lo calcola a partire dal primo voto alla Camera; qui però non si riesce proprio a partire perché nessuno vuole andare come primo candidato Premier di fronte al voto della Camera.

La situazione sembra senza uscita perché si tratta non solo di una crisi del sistema dei partiti a cui un nuovo Governo dovrebbe dare risposte comunque inedite (la Spagna non ha mai avuto Governi di coalizione), ma anche di una crisi costituzionale con spinte secessioniste a cui occorrerebbe rispondere con una revisione della Carta per affrontare in modo più preciso il rapporto centro-periferia, compresa una riforma del Senato. Ora il PP è stato fortemente ridimensionato dal voto degli elettori, ma i suoi consensi sono numericamente necessari per riformare la Costituzione: è possibile umiliarlo sul piano del Governo e averne i voti sull’altro terreno? Evidentemente no. Non si può certo costituire un Governo con l’astensione determinante di partiti secessionisti e pretendere l‘avallo costituzionale del PP. Al contempo, però, non è neanche immaginabile che il Psoe accetti di fare da stampella al PP, con una sorta di disarmo unilaterale, scoprendosi elettoralmente nei confronti di Podemos semplicemente perché il PP è arrivato primo in voti.

Al momento, quindi, in assenza di qualche elemento di novità, tutto sembra assolutamente bloccato. La formazione del Governo è diventata un gioco del cerino che non riesce neanche ad iniziare.

ceccanti spagna

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