da L’Unità di oggi

Al Referendum una buona riforma. Che male c’è a mettersi in gioco?

di Carlo Fusaro

 

Intanto un po’ di scaramanzia. Chi sogna un ordinamento migliore vive in trepidazione: davvero siamo vicini al miracolo di una riforma del Parlamento. Solo vicini, però. Così, lascio ogni pompa accademica e cito un grande allenatore: non dire gatto se non l’hai nel sacco (Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino, classe 1939). Salvata l’anima, attendo la prima votazione conforme alla Camera, poi la seconda Senato e l’ultima Camera.

Ed eccoci all’ultima polemica del “no”, campo come sempre pieno di inventiva, animato dall’ansia di difendere più che la Costituzione vigente, quella inventata.

Il contendere sta in ciò: checché dica la Costituzione, i fautori della riforma non dovrebbero sollecitare essi stessi il referendum (come peraltro è già successo). Chiederlo sarebbe prerogativa esclusiva degli oppositori. E se anche tale scelta fosse legittima, il referendum diventerebbe un “plebiscito”, peggio se col presidente del Consiglio in campagna per il “sì”.

Polemiche simili gli avversari delle riforme le agitarono in passato. Sia nel 1993 (Commissione De Mita-Iotti) sia nel 1997 (D’Alema), una legge costituzionale previde il referendum confermativo “comunque” (automatico). Nel 1997 si stabilì pure (contro chi sosteneva che non di un solo referendum dovesse trattarsi, ma di una pluralità) che voto finale e referendum dovessero essere unici (con un quorum di partecipazione). Nel 2013 il procedimento per la revisione, varato al Senato ma abbandonato, previde che, anche con voto dei 2/3, sarebbe stato possibile il referendum.

Che nelle intenzioni costituenti questo referendum dovesse intendersi come garanzia a tutela di chi fosse rimasto minoranza in Parlamento (nonchè di 500.000 elettori o 5 Regioni), è pacifico. A conferma, non c’è referendum se la maggioranza parlamentare è così ampia (due terzi) da far presumere largo consenso popolare. Ecco allora il senso di quelle modifiche, il  mutato contesto: (a) la presunzione di consonanza Parlamento-cittadini non è più scontata (anzi!); (b) il rilancio delle forme di governo passa attraverso una maggiore incidenza degli elettori (primarie, re-call, investitura dell’esecutivo, e così via). Di qui i referendum automatici. Quanto al referendum anche in caso dei 2/3, la logica era la stessa, data l’ipotesi di  riforme concordate fra le forze maggiori (le fallite grandi intese).

La storia referendaria ha mostrato che l’istituto si presta – nel pieno rispetto della Costituzione – ai fini più vari: abrogazione secca, legiferazione via abrogazione, indirizzo politico, giudizio sulle politiche o su singole personalità, creazione di consenso per i promotori, mezzo per evitare divisioni interne: come nel ‘46). In altre parole, qualunque consultazione referendaria può essere utilizzata per finalità politiche ulteriori rispetto a quelle strettamente connesse al quesito. E’ inevitabile.

Nel caso specifico, la costituzione, nel prevedere che 1/5 dei deputati o senatori possa imporre il referendum, si rifà a un criterio solo numerico (poteva disporre diversamente): senza discriminare fra fautori e nemici della legge su cui votare. Il fatto di prevedere che una minoranza possa attivare un certo istituto (l’appello agli elettori), non comporta affatto che quell’istituto non sia anche nella disponibilità di chi è maggioranza.

Diverso il profilo dell’opportunità. Non sorprende che i riformatori, una maggioranza modesta, abbia subito detto di volere la verifica popolare: per legittimare meglio le scelte fatte, per radicarle nel paese, per mostrare di non temere il giudizio degli elettori. Cosa c’è mai di antidemocratico? Tanto più in un contesto nel quale alcuni di coloro che criticano questa scelta sono gli stessi che, dopo la sent. 1/2014 sulla legge elettorale ritengono illegittimo il solo fatto che il Parlamento abbia osato rivedere la costituzione.

Si fa del referendum un vituperato plebiscito? Per plebiscito si indica qualsiasi scelta del corpo elettorale trasformata in un “appello al popolo”; ma distinguerla giuridicamente dal referendum è impossibile: e – in Italia – è usata per bollare… i referendum sgraditi, specie da chi teme di perderli. E’ il caso nostro. A proposito del quale, i sepolcri imbiancati fan le mostre di indignarsi perché Renzi lega le proprie sorti politiche al sì.

Se potessi consigliarlo, gli suggerirei più che di andarci piano, di spiegarsi bene. Ricordando che un “no” non potrebbe non portarsi via governo e legislatura: una legislatura nata morta che Napolitano resuscitò accettando la rielezione, purché le Camere si impegnassero nelle riforme. Far finta di pensare che un governo, nato per farle davvero, le riforme, possa sopravvivere – qualunque cosa il premier voglia  – a una sconfitta, è fantascienza. Può accadere che, personalizzando troppo, il segretario Pd finisca con l’agevolare una sorta di Sant’Alleanza contro il suo governo a prescindere (dal merito).

Ma i contenuti della riforma Renzi-Boschi (pur perfettibili) sono più che buoni. La grande maggioranza degli italiani lo sa, e si comporterà di conseguenza, inclusa parte di coloro cui Renzi non piace né il Pd. Per questo è bene che il voto sia prima di tutto sulla riforma; le ricadute saranno poi anche su Renzi: comunque. Non c’è nulla di male. E nulla ha in contrario la Costituzione vigente in proposito.

 

 

 

 

 

fusaro referendum

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