Da L’Unità di oggi

Referendum, l’errore di Scalfari

di Stefano Ceccanti

Col voto di oggi entriamo in una fase nuova della riforma, in cui lo spazio per gli emendamenti è concluso. La Camera li ha respinti tutti, confermando il testo del Senato di ottobre. Pertanto oggi la Camera, tra qualche giorno il Senato, di nuovo la Camera ad aprile ed infine gli elettori ad ottobre sono chiamati a un giudizio complessivo. In molti, anche su queste colonne, abbiamo spiegato perché è una riforma convincente. Oggi, per completezza, possiamo anche chiederci se siano emerse alternative credibili. Nel 2006 il centrosinistra era contro la revisione votata dal centrodestra ma aveva delineato alternative. Del resto, a partire dalle Tesi dell’Ulivo del 1996, il centrosinistra aveva un’elaborazione innovativa, che si riallacciava ad esigenze emerse alla Costituente e che lì, a causa della Guerra Fredda, non avevano potuto essere approvate. Per questo fu possibile bocciare nel referendum la proposta del centrodestra ma non fermare poi l’opera di aggiornamento. La prima alternativa, procedurale, è quella che propone Scalfari: com’è possibile che non ci sia il quorum sul referendum costituzionale? Strana la sorte dei Costituenti: un giorno santificati in modo astorico, come se loro stessi non fossero stati consapevoli di alcuni limiti del testo votato dovuti alla dura congiuntura politica, un altro giorno presi come distratti, dormicchianti, su punti chiave dell’edificio costituzionale. Il quorum non fu neanche proposto sul referendum di revisione perché l’intervento popolare, eventuale, è in questo caso preventivo rispetto all’entrata in vigore. Trattandosi di una democrazia rappresentativa c’è un logico pre-giudizio favorevole ai rappresentanti che hanno già votato un testo in forma identica per quattro volte. Mettere il quorum a un testo non ancora entrato in vigore potrebbe spingere i contrari a usare l’astensione e quindi metterebbe un ostacolo in più ai rappresentanti che avessero individuato la necessità del cambiamento. Opposto è il caso del referendum abrogativo dove invece la legge è già pienamente in vigore e dove, pertanto, il quorum di partecipazione gioca a favore del suo mantenimento. E’ lo stesso pre-giudizio a favore dei rappresentanti che in un caso fa escludere il quorum e che nell’altro lo impone. Un pre-giudizio, però, che con l’andare del tempo e l’aumento dell’astensionismo fisiologico è diventato eccessivo: per questa ragione, all’opposto di quanto propone Scalfari, da anni si è discusso sull’abbassamento del quorum per il referendum abrogativo. La riforma, in caso di quesito richiesto da più di 800 mila elettori, abbasserà giustamente il quorum alla metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni politiche, deflazionandolo rispetto all’astensionismo odierno. Del resto il Progetto di Costituzione giunto in Aula all’Assemblea Costituente aveva in origine proposto un quorum analogo del 40% che solo in seguito venne innalzato. Per inciso i lavori preparatori dell’Assemblea Costituente sull’articolo 138 vedono anche esporre da parte del democristiano Piccioni la tesi per cui il Governo non dovrebbe avere l’iniziativa legislativa in materia costituzionale, che però viene rapidamente bocciata. Si trovano pertanto in una contraddizione interna i teorici assemblearisti di oggi contrari a questo ruolo incisivo del Governo (stabilizzato da vari decenni) in nome della volontà originaria dei Costituenti, i quali invece non vollero escluderlo. Scartata questa alternativa procedurale, cosa dire delle posizioni dei principali gruppi di opposizione? Forza Italia ha votato il testo nelle prime letture ed esso non è cambiato. L’argomento usato in seguito non ha nulla a che vedere con proposte alternative di merito: l’essere stati esclusi dalla concertazione sul nome del nuovo Presidente Mattarella. Un po’ poco per motivare sensatamente il No. Il Movimento 5 Stelle ha in sostanza riproposto il classico complesso di innocenza delle forze emergenti: tutto cambierebbe non con la modifica di regole datate, ma facendo andare al Governo i nuovi venuti, privi di peccato originale. Tuttavia la storia insegna che anche i nuovi venuti, man mano che crescono e diventano rilevanti, non sono esenti da infiltrazioni e dai danni delle regole datate. Per queste ragioni, in questo caso specifico, nessuna forza che sostiene il No propone davvero un’altra riforma. Il successo del No porterebbe solo a un blocco del processo riformatore. Servono invece al Paese i Sì dei parlamentari e, poi, dei cittadini per superare il bicameralismo ripetitivo, dare la fiducia solo alla Camera, semplificare le istituzioni (abolizione del Cnel e delle Province), risistemare le competenze legislative tra Stato e Regioni e prevenire i conflitti grazie al nuovo Senato.

 

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