Il mio pezzo su L’Unità di oggi

Referendum, perché il Sì di oggi è coerente con il No del 2006

di Stefano Ceccanti

 

Sul Fatto Quotidiano del giorno 17 Sandra Bonsanti traccia una linea di continuità tra il suo No alla riforma costituzionale di oggi e quello del 2006 contro la riforma del centrodestra. In un passaggio molto veloce dell’intervento critica me ed Augusto Barbera per aver diviso il fronte referendario di allora e, nello specifico, i costituzionalisti. Un passaggio così veloce che potrebbe essere erroneamente interpretato come se allora ci fossimo schierati per il Sì e che renderebbe più semplice a Bonsanti, estromettendo noi, sostenere una continuità complessiva tra l’intero schieramento del No di allora e quello che si preannuncia. Questo sembra essere l’obiettivo. A prescindere da come debba essere interpretata quella citazione è però opportuno richiamare quella vicenda, che è istruttiva anche per l’oggi. Il Comitato ufficiale del No di allora, come spesso succede, si trovò a dover mediare tra impostazioni culturali e politiche molto diverse. Per questa ragione, insieme ad Augusto Barbera, promuovemmo in parallelo al Comitato ufficiale (non in contrapposizione perché con alcuni vi era piena condivisione) un appello per il No di impostazione marcatamente riformista. Così lo spiegavamo in modo chiaro e trasparente:  “Ci organizziamo per collaborare ad un’ampia partecipazione riformatrice in modo chiaramente distinto da coloro che si battono per il No in modo generico o perché ritengono di dover chiudere la stagione delle riforme”.

 L’appello serviva a due scopi tra loro connessi. Il primo era di favorire la vittoria del No con argomenti chiari e condivisibili da quella parte di opinione pubblica che si era mobilitata per le riforme sin dai referendum elettorali del 1991 e del 1993 perché non cadesse nell’idea sbagliata che la riforma del centrodestra fosse coerente con quell’impegno. Il secondo era segnare culturalmente lo schieramento del No in modo che il suo successo non bloccasse le indispensabili riforme giacché i problemi costituzionali sarebbero rimasti tali. Per questa ragione come Bonsanti rivendica la sua continuità tra il No conservatore di allora e il No conservatore di oggi (fermo restando che da noi i conservatori costituzionali non si ritengono tali ma solo benaltristi, astrattamente favorevoli a ben altre riforme di cui non si vede traccia, e soprattutto a dibattiti da proseguire in eterno), così proprio la sua critica rivela l’ampia coerenza tra larga parte del No di allora (anche di vari esponenti che non firmarono l’appello ma che stavano nel comitato ufficiale) e del Sì di oggi. Cosa si diceva in quell’appello che meritoriamente fu poi diffuso dal Riformista con un instant book con scritti, oltre a Barbera e Ceccanti, di Calzolaio, Clementi, Giupponi, Morrone, Rubechi, Tega, Vassallo ed altri? Volendo lo si può ritrovare integrale in Internet, ma vale la pena di richiamare due passaggi-chiave:

  • “Voteremo “No” alla devoluzione dei poteri voluta dalla Lega Nord. Ma la nostra nuova proposta di riforma deve riprendere le modifiche, tra cuila rimodulazione delle materie trasferite alle Regioni, che correggono alcuni errori per eccesso dell’incompleta e incoerente riforma approvata cinque anni fa dal centrosinistra che pur si muoveva in una direzione complessivamente condivisibile. Diciamo questo per doverosa chiarezza politica e per evitare che siano ingannati quei settori dell’elettorato del Nord che credono nel federalismo. Ma lo diciamo anche per sottolineare come non sia possibile limitarsi a bloccare questa pasticciata riforma e tenere poi in vita così com’è la riforma del 2001, con effetti nocivi sia per lo Stato sia per le Regioni”
  • “la riforma del Titolo V varata nel 2001 va completata con i necessari strumenti di cooperazione, primo fra tuttiun Senato realmente rappresentativo delle Regioni, slegato dal rapporto fiduciario col Governo e quindi dalla logica maggioranza-opposizione, chiamato ad essere la sede prima della cooperazione e non grave intralcio alla governabilità, come è invece concepito dalla riforma sottoposta a referendum.. Una incisiva riforma costituzionale dovrà…eliminare il cosiddetto bicameralismo perfetto voluto dai costituenti, sconosciuto in altre democrazie proprio perché incompatibile con la logica di un robusto governo parlamentare e che – come in più occasioni denunciato da un vasto schieramento – ha dimostrato di non funzionare.”

Ognuno può quindi rivendicare legittimamente le proprie coerenze. E’ però evidente a tutti che la riforma costituzionale che meriterà il nostro Sì ad ottobre si muove in continuità con le esigenze sottolineate in quell’appello, condiviso allora da non pochi studiosi ed elettori.

ceccanti referendum

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