Da L’Unità di oggi

I falsi argomenti sulle unioni civili

ELISABETTA GUALMINI – SALVATORE VASSALLO

La legge sulle unioni civili copre un vuoto normativo che il nostro ordinamento giuridico non poteva più permettersi, a meno di non trasferire il potere di regolare un aspetto della massima delicatezza dal Parlamento alla magistratura. Ovviamente il conflitto parlamentare si è scaricato sull’aspetto riguardo al quale l’opinione pubblica è ancora molto divisa: l’attribuzione dello status legale di genitori a una coppia di persone dello stesso sesso. Alla fine, questo è il punto.

É bene fare chiarezza, però. Il DDL in realtà consente l’adozione in un caso molto specifico, nascosto dietro la formula non immediatamente comprensibile a tutti della stepchild adoption. Secondo il famigerato articolo 5, quando uno dei partner è l’unico genitore riconosciuto di un minore, l’altro può adottarlo, come è già previsto dalla legge 184/1983 per le coppie sposate. Una opportunità peraltro già estesa a conviventi dello stesso sesso da una discussa sentenza del Tribunale dei minori di Roma nel 2014. E che, quindi, dopo avere istituito l’unione civile, è nelle cose.

Stiamo ai fatti e al merito. Uno dei due partner ha un figlio, di cui è l’unico genitore riconosciuto. Dove si può pensare che questo bambino cresca se non nella “formazione sociale” creata con l’unione civile? Si può pensare che, per evitare che venga allevato da due persone dello stesso sesso, lo stato lo sotragga al genitore riconosciuto e lo dia in adozione ad una coppia eterosessuale? Ma se questa soluzione è impraticabile – e lo è certamente, sotto tutti i punti di vista, per la nostra civiltà giuridica – perché non si dovrebbe far valere la corresponsabilità nei confronti del minore di tutte e due le persone che lo accudiscono?

Gli argomenti contrari sono sostanzialmente due. Il primo: il diritto di ogni bambino a crescere con una mamma e un papà. Un risultato per noi auspicabile che però, come è ovvio, nessuna legge può garantire. Sia perché, per una ragione o per l’altra, in vari casi il genitore vivente o riconosciuto è uno solo. Sia perché è impensabile proibire per legge che un bambino cresca in una casa in cui convivono solo adulti dello stesso sesso.

Il secondo: in questo modo si legittima il ricorso all’utero in affitto. Ma se è inaccettabile che una donna partorisca per conto di altri, lo è a prescindere dagli orientamenti sessuali degli aspiranti genitori. Quindi, dovrebbe bastare il divieto  della legge 40 del 2004, la quale ovviamente vale per tutti, per sposati e non, per eterosessuali, gay e lesbiche. Se in effetti il problema rimane, non è a causa della step child adoption, ma perché la legge 40, in quel punto come in altri, è lacunosa o strutturalmente inapplicabile. Che il Parlamento abbia deciso di mantenere in vigore la norma in questione, prendendo atto al tempo stesso che essa impedisce l’accesso alla maternità surrogata solo a chi non può permettersi il costo psicologico e finanziario dei servizi offerti in Ucraina, in Canada o in California, è una ipocrisia con tutta evidenza bipartisan, che rimarrà tale con o senza l’articolo 5 della Cirinnà.

Al netto di tutto questo, il PD fa bene ad andare avanti e velocemente. Nonostante il dietrofront del Capo-Assoluto-dei-5-Stelle, che invece del passo di fianco ne ha fatto uno a centro campo, lanciando la palla in tribuna. Non tanto per recuperare i voti della destra, quanto per far saltare il banco, nel gioco delle ripicche e del tanto peggio (per Renzi) tanto meglio (per Il Movimento). Del popolo-della-rete e del vincolo-di-mandato (in questo caso) chissene frega.

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