Due anni di Renzi: blancio sulle questioni istituzionali da L’Unità di oggi

La sfida di cambiare il sistema

di Stefano Ceccanti

Poco prima delle primarie dell’Immacolata, Silvio Berlusconi era uscito dalla maggioranza che supportava il Governo Letta. Un primo evento che sconvolgeva i precari equilibri succeduti alla rielezione di Napolitano e che metteva in discussione anche l’ultima lettura della legge di procedura di modifica una tantum del procedimento di revisione di cui si è persa memoria, ma che vale invece la pena di ricordare perché si è rivelata alla distanza uno dei punti più deboli del Governo Letta. A partire dalla teoria per la quale sarebbe stato difficile far votare al Senato la sua radicale riforma (parzialmente vera, ma se c’è la forza politica il problema è superabile, come si è visto poi) e che la procedura del 138 sarebbe di per sé lenta (cosa non vera), l’esecutivo perse mesi di tempo nel far votare una legge di procedura che in realtà rallentava i tempi. La scelta era diventata ancor più incomprensibile dopo che a metà settembre la Commissione degli esperti aveva consegnato al Governo un elenco dettagliato di varie possibili soluzioni di contenuto. Sia come sia, l’uscita di Berlusconi dalla maggioranza rendeva impossibile proseguire su quella strada perché sarebbero mancati i due terzi nella votazione finale e si sarebbe rischiato un incomprensibile referendum su una procedura. Cosa restava quindi? Una procedura su un binario morto, ma almeno dei contenuti congelati in un rapporto ampio e motivato. Il secondo evento che complicava la vita al neo-eletto segretario del Pd era la sentenza della Corte sulla legge Calderoli che, riproporzionalizzando sul momento il sistema, gli precludeva la strada di elezioni anticipate: altrimenti avrebbe dovuto ricostruire una grande coalizione fino a Berlusconi compreso. Strada invece voluta dai Cinque Stelle esattamente per lo stesso motivo: l’alleanza obbligata tra Pd e Fi avrebbe inverato la profezia falsa: sono uguali, quindi possono allearsi senza problemi.

Il successo delle primarie portava a quel punto Renzi a compiere i tre atti che hanno reso possibile rendere produttiva la legislatura. Il primo, per importanza, è stata l’assunzione della carica di Presidente del Consiglio, riunificando quel ruolo istituzionale con quello del segretario del partito, come prevede la norma più importante dello Statuto del Pd. Come aveva evidenziato in ultimo il governo di tregua Letta-Alfano, se il Presidente del Consiglio, come da tradizionale anomalia italiana, deve anche mediare col suo partito che non dirige, il processo decisionale è lento e farraginoso. Questa resta al momento la più grande riforma a Costituzione invariata prodotta sull’onda delle primarie e, al netto delle capacità personali che contano fino a un certo punto, la principale differenza strutturale in positivo tra i due Governi. Il secondo è stato l’intesa su un sistema a doppio turno di lista majority assuring: l’unica formula, al di là di singoli dettagli (come l’eccesso di preferenze nella lista vincente), in grado di far fronte alla frammentazione, di essere un trasformatore di energia e non una passiva macchina fotografica, secondo la classica impostazione di Duverger. Il terzo è stato il testo di riforma costituzionale dove, per fortuna, le elaborazioni della Commissione precedente, pur articolate, hanno consentito di tenere la barra su un Senato inteso come luogo di dialogo tra legislatori (Stato e Regioni), limitando le eccessive derive municipaliste originarie del primo testo del Governo.  Purtroppo le esigenze elettorali hanno convinto durante il lungo percorso Forza Italia a sottrarsi: appariva difficile a Berlusconi, tallonato dalla Lega, spiegare la complessa posizione di opposizione al Governo ma di appartenenza alla maggioranza delle riforme. Pur con questo spiacevole limite, i contenuti restano nella sostanza quelli condivisi in origine, cosa che può ragionevolmente condurre anche molti elettori non di centrosinistra ad apprezzare positivamente il testo nel referendum. Con quei vincoli iniziali, solo dei benaltristi astratti possono sostenere che si potesse fare in questo biennio di più e meglio.

ceccanti renzi

1 Commento

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Una risposta a “Due anni di Renzi: blancio sulle questioni istituzionali da L’Unità di oggi

  1. La prima cosa da dire èche la Costituzione italiana del 1948 non è stata a suo tempo ratificata a livello popolare da un – logico e non adottato – referendum costituzionale.
    In seconda battuta ci si deve rendere conto che il federalismo – insegna Carlo Cattaneo è lo strumento strutturale politico per la salvaguardia diun sistema di libertà; quindi una struttura centralistica è la negazione di una democrazia che non sia a rischio di totalitarismo.
    Terza questione: non ha senso abbozzare una Repubblica federale europea di paesi incapaci di auto-governo territoriale gìa a livello locale. Sotto questo aspetto l’Italia è in deficit storico abissale con la Confederazione elvetica.
    Il federalismo europeista di Altiero Spinelli – benemerito dal punto di vista culturale – non rispetta l’esigenza che laRepubblica federale europea si proponga come proiezione sovra-nazionale di un corpo di Repubblice federali nazionali, requisito questo che tutti i partiti nazionali sono fermamente intenzionati a bloccare sul nascere.
    Il primo obiettivo politico costituzionale italiano – in parallelo con Framcia e Spagna – è la conversione dello Stato unitario in Repubblica federale italiana!
    Cordiali saluti.
    Francesco Introzzi

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