Paolo Giaretta parla degli incontri pd a Padova e Vicenza sulla riforma costituzionale

Il tema delle riforme costituzionali è stato oggetto a Padova di due affollati incontri con il capogruppo Ettore Rosato e con il prof. Stefano Ceccanti. Ho approfittato dell’amicizia con lui per invitarlo a presentare il suo ultimo libro a Padova e poi lo ho accompagnato a Vicenza all’apertura della Scuola di Politica organizzata dal PD vicentino. Lì ho trovato un altro vecchio amico (ma giovane di età…) il prof. Salvatore Vassallo. Ancora ne discuteremo giovedì prossimo con il sottosegretario Pizzetti. Bene, a parte l’opportunità che il partito coordini meglio le varie iniziative. Riporto qui la sostanza del breve intervento che ho fatto a Vicenza.

Le due belle relazioni di Salvatore Vassallo e di Stefano Ceccanti ci hanno offerto due capisaldi sui quali dovremo intessere un dialogo con il paese da qui alla data del referendum. I contenuti effettivi delle modifiche e lo spirito costituzionale che le hanno generate. Per contrastare una predicazione faziosa che usa l’espressione violenta e senza fondamento di colpo di stato ma anche per evitare che tutto si riduca ad un plebiscito pro o contro Renzi, perché la Costituzione deve comunque restare la patria comune delle regole di convivenza democratica. Vorrei sottolineare tre aspetti.
Il primo riguarda la natura delle modifiche proposte. Che non costituiscono una distorsione della Costituzione più bella del mondo, come con un po’ di retorica si è definita la nostra Carta. Intanto perché in nessun modo sono toccati i principi fondamentali ed i mirabili articoli dei principi fondamentali e della parte prima. Ma anche perché si muovono pienamente nel solco del dibattito che ha accompagnato in Assemblea Costituente la scrittura della Costituzione. Anche allora si parlò, e molto, sulla opportunità di avere un sistema monocamerale, o di un sistema bicamerale in cui la seconda Camera avesse il compito di rappresentare il sistema delle autonomie, anche con elezione indiretta da parte delle Regioni. Prevalse il modello attuale per ragioni del tutto contingenti e comprensibili, in una Italia appena uscita dalla dittatura fascista, in cui si stava attuando l’aspro confronto della guerra fredda, che attraversava anche il paese (che non impedì tuttavia che si approvasse insieme la Costituzione, e fu un miracolo di virtù civiche e di lungimiranza politica). Se posso usare anch’io un po’ di retorica la Costituzione diventa un po’ più bella (a parte l’uso corretto dell’italiano), cioè più adatta a garantire il funzionamento di un sistema di democrazia parlamentare, nel nuovo contesto che si è realizzato. L’Italia del 2016 è molto diversa da quella del 1946, quando fu eletta l’Assemblea Costituente.
Va sfatata anche la vulgata che con le modifiche si indeboliscano le funzioni del Parlamento. La reputazione del Parlamento è legata due aspetti. Uno preliminare: che in Parlamento ci vadano delle persone per bene, competenti, capaci di guardare all’interesse generale. Qui le leggi possono far poco. E’ il sistema paese, dalle scelte responsabili dei cittadini alla capacità dei partiti di fare selezioni appropriate, che deve provvedere. Il secondo è costituito dal fatto che il Parlamento abbia un funzionamento efficiente. Che riesca a svolgere in tempi accettabili i propri compiti: approvare le leggi, esercitare i controlli sul potere esecutivo, eleggere gli organi costituzionali, ecc.
Il modello del bicameralismo perfetto previsto dalla Costituzione del ’48 non regge più. Procedure troppo lunghe per i tempi veloci della modernità, con navette interminabili tra Camera e Senato. E’ il Parlamento inefficiente a produrre la supremazia del Governo. Se il Parlamento non riesce a lavorare le leggi in tempi accettabili si giustificano le iniziative del Governo: con i decreti legge che devono essere approvati a scadenza certa, con l’eccesso dei voti di fiducia e strumenti regolamentari (il bestiario dei canguri e super canguri) che finiscono per togliere al Parlamento il potere emendativo, con l’abuso dei decreti legislativi, con i quali il Parlamento si limita a definire principi generali ma è poi il Governo a produrre la norma applicativa.
Il modello andava aggiustato anche per affrontare l’altro nodo irrisolto: il rapporto complesso con il sistema delle autonomie regionali: legislazioni che si sovrappongono, finanza pubblica che deve integrarsi, secondo principi di parità. Laddove esistono ancora sistemi bicamerali essi assegnano alla seconda Camera il compito di rappresentare gli interessi delle autonomie. L’alternativa è quella di un conflitto permanente tra livelli di Governo, in cui la struttura fragile della Conferenza Stato Regioni è del tutto inadeguata, come dimostra l’esplosione dei conflitti che si riversano sulla Corte Costituzionale. La sostanza in fondo è tutta qui: rendere più efficiente il Parlamento per rendere più efficiente il rendimento delle istituzioni democratiche.
Anche sulla legge elettorale vengono usate argomentazioni per avversarla del tutto prive di fondamento. Che una esigua minoranza potrebbe avere il controllo totale del Parlamento. Non c’è niente di più imperfetto per natura delle leggi elettorali. Ma l’Italicum tutto è fuorchè un sistema ipermaggioritario. Ricordiamolo: la lista che riuscisse a raggiungere il 40% avrebbe 340 deputati (cioè il 54%) con un margine di maggioranza di 25 voti. Se non raggiunge il 40% si va al ballottaggio tra i primi due, e saranno i cittadini a definire chi acquisirà il premio di maggioranza sempre al 54%. Ogni lista che superi il 3%, un quorum molto basso, sarà rappresentata in Parlamento. Mi sembra davvero poco per parlare di dittatura della maggioranza. Tenendo anche conto che sugli organi di garanzia, dal Presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale, l’elezione è legata a quorum molto più alti.
Resta però un fatto: nessuna norma costituzionale, nessuna legge elettorale può dare reputazione e legittimazione piena ad una politica se la politica non sa conquistarsele nel cuore della gente, non sa appassionare ad un progetto che propone, non sa trasmettere la convinzione che c’è un interesse generale. Che ha a che fare con giustizia, eguaglianza, solidarietà. E’ un passaggio necessario, perché se le istituzioni in cui si invera la politica non sono efficienti i problemi non si risolvono ed il cittadino non dà fiducia alla politica. Però è solo una condizione preliminare. Poi serve la Politica alta, lungimirante, appassionata e convincente, che ha in testa un progetto per il paese.

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