Unioni civili – il testo integrale della mia audizione di oggi

Audizione Camera 9 marzo 2016

Prof. Stefano Ceccanti

  1. Il punto di partenza: non il testo in oggetto, ma lo status quo viola l’art. 2 della Costituzione e anche l’art. 8 della Cedu (di conseguenza anche l’art. 117.1 Cost.)

E’ pacifico in dottrina che la seconda sentenza sulle unioni, ossia la 170 del 2014 (che segue la 138 del 2010), sia un’additiva di principio. Di conseguenza, finché tale principio non trovi rispondenza in una legge, il legislatore è oggi inadempiente verso l’art. 2 Cost.

Ad abundantiam, come chiarito anche dalla parte del Dossier Camera curato dall’avvocatura della Camera stessa, anche per la giurisprudenza di Strasburgo (in ultimo nel caso Oliari contro Italia), la mancata previsione di una legge sulle unioni viola anche l’art. 8 della Cedu perché esse rientrano nella nozione di “vita familiare”. Il margine di apprezzamento dei singoli stati può essere sul come della tutela, non sul se (si veda in particolare il paragrafo 177). Sulla base del testo vigente dopo il 2001 dell’art. 117.1 e della successiva giurisprudenza costituzionale, ciò si traduce anche in una violazione della nostra Costituzione essendo quelle della Cedu norme interposte. Per inciso le due vicende si richiamano perché il paragrafo 182 della senetnza Oliari critica con forza l’inadempienza delle sentenze della Corte da parte del Parlamento.

  1. Questioni di impianto: la giurisprudenza costituzionale dal 2010 esclude la semplice estensione del matrimonio ma anche e soprattutto la tesi minimalista di assorbire le unioni omosessuali nelle convivenze di fatto

Le sentenze 138 del 2010 e 170 del 2014 sono piuttosto chiare non solo nell’escludere la semplice estensione del matrimonio alle coppie di persone omosessuali (questione che qui non rileva) ma anche e soprattutto nel respingere la tesi minimalista (fino a quel momento prevalente e su cui si era fondato, a causa di quella prevalenza il ddl sui Dico) che in nome dell’identico fondamento (art. 2 Cost.) anche le unioni tra coppie di persone omosessuali potessero essere ricomprese ed equiparate a tutte le altre convivenze di fatto. E’ la posizione di chi oggi si schiera contro la prima parte della legge mentre accetta la seconda.

In realtà da quelle due sentenze si capisce bene lo scarto che deve esservi tra chi sceglie di assumere allo stato civile un impegno affettivo stabile, in questo paragonabile al matrimonio, da chi invece non vuole fare tale scelta, sia in caso di coppie omosessuali che eterosessuali. In caso contrario le sole persone omosessuali, anche le coppie disponibili ad un impegno maggiore, non avrebbero sostanzialmente scelta e chi aspirasse a un impegno maggiore, di diritti ma anche di doveri, sarebbe forzosamente livellato al ribasso con le coppie omosessuali ed eterosessuali che invece vogliano scegliere la formula più flessibile e che per questo rinunciano a una tutela maggiore.

  1. No alla tesi libertaria contro la seconda parte della legge: dagli anni ’80 le convivenze di fatto non sono una zona grigia al di fuori dell’impostazione solidaristica della Costituzione

Contro la seconda parte della legge non vale peraltro l’obiezione libertaria di una tutela forzosa: lì la giurisprudenza costituzionale più consolidata sin dagli anni ’80 ha fatto valere che l’intervento minimo dello Stato (che non ha infatti oneri diretti) ha la esclusiva finalità di proteggere il partner più debole di una formazione sociale in cui la libertà non può comunque significare che si tratti di una zona grigia, al riparo dall’impostazione solidaristica della Costituzione.

  1. No all’ipotesi subordinata dei sostenitori della tesi minimalista: col matrimonio diversità di fondamento, non necessariamente di trattamento

A partire dalle due sentenze citate i sostenitori della posizione minimalista, qualora non fosse accolta la loro pregiudiziale sull’intera prima parte del testo, ne avanzano ulteriori di tipo specifico, che qui colpiscono in particolare i richiami diretti al codice civile, ossia i commi 5, 13, 14 17, 20, 21, 32 e 33. Soprattutto le obiezioni si rivolgono al comma 20 per la sua estensione, nonostante il limite delle finalità, e al 32 per l’equiparazione del vincolo giuridico.

Queste obiezioni non sembrano affatto convincenti: secondo le due sentenze citate i due istituti differiscono per il fondamento (art. 29 per la famiglia, art. 2 per l’unione civile), ma non necessariamente per il trattamento.

A partire da un fondamento diverso si può avere comunque un trattamento uguale. Anzi, la lettura delle sentenze fa capire che mentre tra le forme più impegnative (e più tutelate) il legislatore dovrebbe orientarsi avendo come regola l’equiparazione e come eccezione la diversità di trattamento, viceversa per quella meno tutelata perché scelta come tale (la convivenza) dovrebbe essere l’esatto contrario.

Altrimenti non si spiegherebbe l’affermazione chiave della 138 del 2010, punto 8 del considerato in diritto che recita: “Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento – che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia – possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio”. Il controllo di ragionevolezza che la Corte si riserva va quindi letto, nel caso delle unioni, più come controllo della ragionevolezza delle diversità di trattamento che non delle omogeneità, anch’esso indubbiamente possibile. Del resto proprio il richiamo che fa la Corte (“È sufficiente l’esame, anche non esaustivo, delle legislazioni dei Paesi che finora hanno riconosciuto le unioni suddette per verificare la diversità delle scelte operate”) porta a esercitare una comparazione anzitutto con l’analogo istituto tedesco, dove la legislazione successiva e la giurisprudenza della Corte sono andate indubbiamente nel senso di avvicinare i trattamenti e non di differenziarli (cfr. la nota breve del Servizio Studi del Senato n. 42 del dicembre 2014). Peraltro, dove la Corte cerca di individuare una differenza contenutistica oltre a quella nominalistica, parla esclusivamente di  “(potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale” (punto 9), riferendosi quindi alle problematiche della filiazione che non sono trattate da questa legge.

In ogni caso il dosaggio tra uguaglianza e diversità di trattamento spetta largamente al legislatore: un dosaggio la cui ampiezza non può essere troppo compressa dalla Corte. In questo senso va non solo il richiamo alla sua discrezionalità che è contenuta in più punti della sentenza, ma soprattutto la scelta, nel secondo caso, di un’additiva di principio e non puntuale. Per questa ragione se dal punto di vista politico quei richiami al codice civile, come pure in senso opposto alcune differenze di trattamento nei punti non richiamati esplicitamente, possono essere oggetto di valutazioni divergenti, non sembra che si possano convincentemente sollevare obiezioni di costituzionalità.

 

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