Misericordia e giustizia: originali riflessioni a partire dal Vangelo di oggi

 

Anamnesi di una scampata viva

 

(Brevissimo saggio di narrativa biblico-teologica)

 

Quel mattino avevo una voglia pazza di vederlo.

Chi? Il mio amante naturalmente, non certo quel buono a nulla di mio marito.

Il mio matrimonio? Un fallimento.

O forse dovrei dire: la mia vita – un fallimento!

O forse no.

Il fatto è che a quel tempo vivevo una grande confusione: mi sembrava di essere sicura di molte cose, ma poi a volte – improvvisamente – mi si smontavano tra le mani e mi ritrovavo ad annaspare. Così era stato per il mio matrimonio, ma non era che l’ultimo atto di una storia che si per­deva nel tempo. Eppure non ero la peggiore tra le figlie di Sion: non ero né un’eretica come i samaritani, né una di quelle ragazze che imparano il “mestiere” dalla mamma.

Ero una ragazza normale: educata al timore di Adonai e al rispetto della Toràh, come tutte le nostre generazioni, da secoli e secoli[1].

Certo: avevo anch’io i miei peccati e le mie mancanze e per questo c’era “iom kippur”, il giorno dell’espiazione, che celebravo come tutti quanti. Ogni tanto però mi prendeva come un senso di disperazione, quando lo celebravo: mi sembrava fosse inefficace per me.

Ma chi avrebbe osato dirlo?

Certo è che in capo a pochi giorni ero sempre daccapo.

Ma in fondo non dipendeva dal fatto che molte leggi erano antiquate e che era praticamente impossibile viverle?

Alcuni – è vero! – ci riuscivano, ma io li trovavo così noiosi; mi sembra­vano dei forzati: cosa ci trovassero di tanto interessante in quella vita piena di divieti mi era proprio impossibile capirlo.

Qualche dubbio, per essere sincera del tutto, mi affiorava anche riguardo al Santo – benedetto Egli sia -: si parlava di Lui come colui che aveva libe­rato Israele e che aveva fatto tante altre cose per noi; un padre e un be­nefattore insomma. Ma nonostante avessi ascoltato, qua e là, dei sapienti che commentavano la Toràh, non riuscivo a togliermi di dosso l’impres­sione che Egli fosse un po’ geloso e che volesse tenerci come al guinza­glio[2].

Alcune amiche poi dicevano che la Toràh è un ideale, che tanto nessuno era riuscito a metterla in pratica e che non bisognava preoccuparsi troppo: anche i leviti al tempio o i farisei, per non parlare degli scribi, avevano le loro brave magagne – insomma predicavano bene e razzola­vano male!

Mi arrabbiavo molto quando sentivo parlare di certi guadagni che veni­vano fatti da chi era addetto alle cose sacre, perché io ci tenevo molto ai miei ideali di moralità.

Però avevo la sensazione di essere come in un cerchio da cui non si usciva mai definitivamente fuori: si peccava e c’era il giorno della espia­zione; c’era il giorno della espiazione e poi si tornava a peccare.

E  la cosa drammatica era che questo rincorrersi di tradimenti e richieste di perdono, lo sentivo anche dentro di me: amaramente dovevo consta­tare che anche quando mi mettevo con tutto l’impegno, non riuscivo ad essere quella che volevo. C’era un guerra dentro di me, una battaglia che sempre perdevo: confesso che in qualche momento mi sentivo disperata, una sventurata[3].

Ma cancellavo prontamente queste spiacevoli sensazioni.

Alla fine sarei riuscita a convertirmi!

Il guaio era la mia volontà, mai sufficientemente forte da assistermi nei momenti giusti!

Ma bisogna anche dire che le mie colpe non erano poi così gravi.

In ogni caso non più gravi di quelle di altri.

E alcune volte non era nemmeno detto fossero delle colpe.

Insomma, anche confrontandomi con le mie amiche, a me sembrava di essere una ragazza normale, come tante altre a Gerusalemme!

 

Infine mi sposai.

Chi decise del matrimonio?

I nostri genitori? Io e mio marito? Le circostanze?

Se avete la pazienza di ascoltarmi, capirete che non è molto importante decidere tra queste risposte.

Il nostro matrimonio fu come quello di tanti: molta eccitazione per la preparazione della festa, un senso piacevole di novità i primi mesi e poi la vita quotidiana che inesorabilmente fa passare la poesia e le speranze. Il contrario di quanto speravo, tutto qui.

Come per quasi tutti, tranne pochi fortunati.

La colpa di tutto questo?

A quel tempo -adesso lo vedo con chiarezza- alternavo molti stati d’a­nimo contraddittori.

A volte era chiaro che la colpa era di mio marito, una persona che ormai non stimavo più, anche se in città non era l’ultimo arrivato.

E io mi sentivo sola!

Tradita nelle mie aspettative, nei miei desideri, nei miei sogni.

Altri giorni mi sembrava di essere io la persona sbagliata: avrei dovuto dire, fare, reagire, cambiare, provare, capire… e invece mi ritrovavo sempre la solita. Deludente.

Comunque provai varie strade, ma nessuna funzionò.

Anche sul piano sessuale, passata l’eccitazione e la curiosità delle prime volte, tutto fu molto vuoto: rapporti vissuti a scappa e fuggi, in cui io ero lontana mille miglia.

Ma non voglio rivangare queste cose: correrei il rischio di farvi venire il desiderio di dare qualche buon consiglio, come tanti ce ne davano allora.

Sì, perché quelli non sono mai mancati.

Da mia madre, dalle mie amiche, perfino dal rabbi della sinagoga.

Tutti sapevano cosa avrei dovuto fare!

 

Ma – riprendendo il filo del discorso – vi stavo dicendo che quella mattina avevo una voglia pazza di vedere il mio amante.

Chi era? Non é importante.

Vi ho già detto che non intendo coltivare la vostra curiosità e non sono qui a raccontarvi un romanzo rosa!

Voglio solo dire che mi affascinava, mi attraeva, lo trovavo tremenda­mente desiderabile[4].

Mi sembrava che la vita si arricchisse, quando stavo con lui.

Diventavo esperta, mi si aprivano gli occhi e vedevo che fino a quel mo­mento ero stata come nell’ignoranza.

Mi si apriva davanti un mondo nel quale io finalmente non avevo con­fini.

La vita di prima, adesso, mi appariva come una gabbia, fatta di mille divieti, in cui io dovevo solo obbedire a tanti padroni: da mio marito su su fino ad Adonai.

Fino al quel momento ero stata ingannata, tenuta nella bambagia: lui in­vece era uno che la sapeva lunga.

Insomma era eccitante e non come quel pesce lesso di mio marito!

Mi faceva sentire desiderata e mi venivano le vertigini: mi sentivo im­portante!

Naturalmente non ne parlai con nessuno![5]

Se non con una mia amica che capiva benissimo, perché anche lei aveva un marito impossibile.

Gli altri mi avrebbero rimproverata e c’erano già abbastanza grilli par­lanti nella mia vita.

Tuttavia avvertivo una sottile inquietudine e senso di vuoto, specie nei momenti in cui restavo da sola[6].

Anzi a volte ero proprio arrabbiata.

Perché non l’avevo incontrato prima?

Perché questo amore doveva essere proibito e vissuto di nascosto?

Avremmo voluto gridarlo ai quattro venti, ma era impossibile!

Sapevamo bene cosa dice Mosè:

“Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno essere messi a morte”[7].

La Toràh, la Parola di Dio, si ergeva dinanzi a noi minacciosa e invalica­bile.

Nonostante ci incontrassimo in luoghi segreti e ben nascosti[8], avevo sempre la sensazione che ci fosse qualcuno che ci guardava, anzi che ci spiava.

Mi venivano in mente le parole di un salmo imparato da bambina: “I suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo”[9].

E avevo paura.

A volte mi dicevo che una relazione così era un’assurdità, che mi sarei dannata, che ero una poco di buono[10].

Ma volevo anche gridare a tutti:

“E’ una colpa volere un’ora di felicità? Voler essere amata da qual­cuno?”[11]

E più conoscevo questo uomo e meno potevo farne a meno.

E lo stesso era per lui: mi diceva che gli avevo rapito il cuore[12] e che ero per lui come una coppa di vino drogato[13].

 

Quel mattino avevo una pazza voglia di vederlo.

Ma qualcosa andò storto.

Irruppero come un’orda di forsennati e la mia vera morte si consumò già lì, in quell’essere afferrata da mani estranee, nel rimbombare di voci minacciose, nello sguardo accusatore, penetrante i miei vestiti e la mia anima.

Se il mio amante fu tanto lesto quanto vigliacco o se fu favorito nella sua fuga dalla complicità maschilista, in fondo cosa importa?

Scaraventata sulla spianata del tempio dalle mani della giustizia, la mia totale solitudine era la mia tomba, prima ancora che piovessero addosso le pietre.

Ci fosse stato il mio amante ad abbracciarmi, in quel momento, saremmo morti insieme, aggrappati al nostro impossibile amore!

Di nuovo tradita e fallita.

Era questa la cosa che mi bruciava di più!

Pregai Adonai che tutto finisse in fretta.

Che tanto la mia vita era sempre stata per la morte.

Che ero una maledetta.

Rassegnazione e rabbia: ribellione contro il mio destino.

Ma una voce mi accusava implacabile[14]:

“Non dire: «Mi sono ribellato per colpa del Signore»”[15]

“A ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”[16].

La Toràh inchiodava sulle porte del tribunale umano e divino il mani­festo[17] irreversibile della mia condanna:

“Se non obbedirai alla voce del Signore tuo Dio e non cercherai di ese­guire tutti i suoi comandi… il Signore lancerà contro di te la maledizione, la costernazione e la minaccia… finché tu sia distrutto e perisca rapida­mente”[18].

Potevo forse ribellarmi come Giobbe e chiamare Dio sul banco degli im­putati[19]?

Ma Giobbe era giusto ed io invece una peccatrice.

Se poi pensavo ai miei genitori, alle mie figlie e a quanti mi stimavano, morivo di vergogna.

Ma la cosa più ignobile fu che invece di lapidarmi subito, vollero prolun­gare la tortura, strumentalizzandomi biecamente per certi conti in so­speso che avevano con uno dei maestri che insegnavano sotto il portico di Salomone e così cominciarono a discutere se lui era d’accordo o no nell’applicare la Toràh di Mosè.

 

Capii più tardi, parlandone con Lui in uno dei nostri incontri, che si era trovato di fronte ad un impossibile bivio.

Non era venuto per abolire la Legge, anzi Egli era ancora più severo; parlava di adulterio anche solo consumato nel desiderio e non concedeva facili sconti sul fatto che disobbedire al comando di Adonai meritava la morte[20], e che l’adulterio infrangeva l’alleanza con Lui.

D’altra parte se avesse semplicemente confermato Mosè, sarebbe stato uno dei tanti ripetitori e interpreti, più o meno geniali, della Legge: in­vece Lui era il Messia, venuto per salvare le pecore perdute della casa di Israele.

Se lasciava che mi lapidassero, la Toràh era salva e Lui non avrebbe avuto grane con i custodi del Diritto, ma io sarei morta miseramente. Altrimenti, per salvare me, sarebbe incappato nell’accusa di essere un sovversivo.

Quel giorno, dinanzi a Lui, giustizia e misericordia sembravano opposte come non mai o destinate a perdere ciascuna del suo rigore, per conce­dere qualcosa all’altra, in quel gioco di compromessi e chiaroscuri che avvilisce la serietà della vicenda umana.

 

Ma in quel momento non capivo nulla di tutto questo, terrorizzata com’ero.

Sentii solo che le grida divenivano più rare e dotate di meno virulenza, finché ci fu un totale silenzio.

Allora Lui invitò ciascuno a misurare se stesso sulla Toràh e considerare se ne usciva assolto o condannato.

La spada della Toràh[21], che brandivano contro di me, non si sarebbe conficcata – così Lui acutamente suggeriva – nel cuore di ciascuno?

Un brivido di riflessione e consapevolezza attraversò i presenti, che si allontanarono confusi e infastiditi.

Ormai non c’era nessuno, se non io e lui, e là, sulla pubblica piazza, mi prese per mano, mi aiutò a rialzarmi e a rimettermi in ordine.

 

Stavo cominciando a riavermi, quando Lui mi guardò negli occhi: nel Suo sguardo c’era la fermezza e la purezza cristalline della verità[22]. Niente in Lui ammiccava al mio peccato: avrebbe avuto ogni diritto di scagliarmi una cava intera di pietre, perché Lui non era come gli altri.

Fu la prima volta che cominciai a ridimensionarmi sul serio[23].

A vedere chi ero io, stando di fronte a Lui.

Avevo sempre considerato la Toràh come un ideale irraggiungibile e perciò mi sentivo giustificata nel ridimensionarla.

Ma adesso, dinanzi a Lui, percepivo la mia superficialità a confronto della Sua serietà, la mia menzogna davanti alla Sua sapienza.

Mi sentivo piccola e brutta[24] e adesso stavo male, ad una profondità prima nemmeno scalfita dalle pur pesanti accuse degli scribi e dei fari­sei.

 

“Nemmeno io ti condanno, va e d’ora in poi non peccare più”.

Non penso di aver afferrato molto di quanto disse allora.

Era stato tutto troppo repentino: realizzai soltanto che dovevo essere morta e invece ero viva. Ma con una grande confusione in testa.

Tornare a casa non ne avevo voglia: affrontare mio marito era una fatica impossibile. Non ero certo pronta a farmi picchiare o a sostenere urla e minacce.

Mi rifugiai nell’atrio delle donne per alcune ore.

Intanto cominciai a desiderare di saperne di più su questo rabbi, calato all’improvviso nella mia vita: chi era, cosa voleva, perché mi aveva sal­vato la pelle.

Ad un tratto fui attirata da forti grida; corsi fuori e mi ritrovai circa nel luogo dove ero stata portata io, al mattino.

Imperversava una tempesta di parole: i miei accusatori, dopo quell’at­timo di smarrimento, avevano ripreso a discutere con Lui: Gesù di Nazareth -questo era il suo nome- faceva discorsi durissimi circa il loro padre che sosteneva essere il padre della menzogna, omicida fin da principio[25].

Già una volta, tempo addietro, avevo sentito Giovanni il battezzatore chiamare la gente “razza del serpente”[26], di quelli cioè che come i pro­genitori erano divenuti solidali con il serpente.

Essi si ribellavano violentemente, asserendo di essere uomini liberi, figli di Abramo, gente che sta dalla parte di Dio, che non avevano bisogno che insegnasse loro qualcosa, perché erano guide di Israele e ci vedevano benone[27].

La goccia che fece traboccare il vaso fu infine un’affermazione di Gesù: egli usò per sé quel Nome misterioso che noi da secoli non osavamo nemmeno pronunciare.

C’erano lì per terra le pietre riservate a me, cariche di tutta la voglia umana di rifarsi contro il male, condannando a morte l’infame che osava farsi amico degli infami: pubblicani, prostitute e adultere come me.

Dopo quell’attimo di smarrimento che mi aveva salvato la vita, ora le pietre abbandonate venivano scagliate con sicurezza su Gesù.

Soltanto per un insieme di circostanze non fu seppellito sotto di esse.

Ma ormai era chiaro che era solo questione di tempo.

Dopo pochi mesi l’avrebbero sigillato nella pietra, in un sepolcro scavato nella viva roccia.

 

Quella sera cominciai a capire quello che in seguito mi divenne così chiaro da lasciarmi stupita, felice e spaventata: quella mattina, sulla spianata del Tempio, quell’uomo mai visto e conosciuto aveva giocato la Sua vita per salvare la mia.

La spada della giustizia, impugnata dall’accusatore contro di me pecca­trice, aveva trapassato Lui, perché Lui mi aveva fatto scudo col Suo Corpo.

“Il giudizio che ci dà salvezza si é abbattuto su di lui”: le parole di Isaia[28]  a proposito del servo del Signore, che avevo sempre ritenuto cifre in­comprensibili, riservate agli addetti ai lavori, scribi e sacerdoti, comin­ciavano adesso ad acquistare un sapore nuovo, tremendo e meraviglioso.

Nel Suo sguardo avevo visto chi ero io dinanzi a Lui.

Adesso cominciavo ad intuire chi ero io per Lui: così preziosa[29] che non aveva esitato a pagare con la vita la Sua scelta di farsi solidale in tutto con me, di condividere la mia povera condizione di figlia del serpente.

Da una fuga ad un’altra avevo finito per trovarmi intrappolata nella più atroce e vergognosa delle morti, schiacciata dalle pietre, dai miei falli­menti e dal mio cuore abbandonato.

Lì era avvenuto il miracolo di trovare quell’uomo che invano avevo cer­cato altrove: uno che mi amasse da morire!

Ero una scampata viva, per grazia!

Se la terra non si era aperta per inghiottirmi e sprofondarmi in sempre nuovi inferni[30] – era la suprema illusione pensare di vincere la morte che avevo dentro, fuggendo nella morte – era solo perché Lui non mi aveva lasciato cadere in essi, avendo pietà e misericordia per me[31].

Mi ricordai di Core, Datan e compagni[32] e provai un brivido.

Quel mattino mi ero sentita scampata, ma era tutta un’altra cosa: allora l’a­vevo vissuto cinicamente e ancora con paura.

“Mi è andata bene: il caso ha voluto che fossi ancora viva.

Tanta paura, ma poteva andare peggio!

Ho sbagliato e non lo rifarò più”.

Erano queste le frasi che si affollavano nella mia mente, unite a rabbia perché tanti peccano tranquillamente[33] e non vengono mai presi.

Gelidamente avrei potuto dire: un’altra volta mi nasconderò più accura­tamente.

E la voglia di avere un uomo per me, sarebbe risorta implacabile.

Adesso invece avevo scoperto Lui: quell’incredibile uomo che aveva messo la Sua vita al servizio della mia, con totale gratuità, senza chie­dere nulla in cambio; mi aveva solo detto di rompere col peccato perché facevo il mio male, prima ancora che quello degli altri.

Mi sentivo peccatrice-amata e più diventava evidente che ero peccatrice e più potevo misurare la profondità, la larghezza, l’altezza del Suo Amore[34].

 

A partire da questa violenta novità cominciai a rivedere il mio passato e mi accorsi che era punteggiato di piccoli, analoghi, incontri; di offerte, di­screte, ma chiare, di alternative ai miei tentativi di autopromozione, re­golarmente rifiutate: una cascata di peccati piccoli e grandi, ripercor­rendo luoghi, persone e situazioni si abbatteva su di me[35].

Solo il continuare a frequentarlo, ascoltando spesso le Sue parole asso­lute, mi permise di sostenere il crollo di tutte le mie giustificazioni e di cominciare a detestare gli inganni che così abitualmente mi avevano raggirato[36].

 

Con il passare dei mesi, intanto, mi colpì un fatto strano: non solo mi sentivo accolta in tutta la mia storia pasticciata, ma la guardavo con oc­chi nuovi. In un certo senso non provavo più dispiacere, anzi quasi quasi ero contenta: “Lo avrei mai incontrato se quel giorno non fossi andata dal mio amante? Avrei mai immaginato che mi amasse così?”

Era un sensazione totalmente nuova che mi metteva addosso gli abiti della fiducia e di una grande speranza, non solo per me, ma verso tutti. Mi sembrava quasi di bestemmiare, ma un giorno sussurrai a chi aveva fatto un’analoga esperienza: “Siamo più felici noi dei giusti!”[37]

 

Ma ignoravo che quanto più aprivo gli occhi e mi rendevo conto che c’era un amico, un fratello, un padre, uno sposo che m’accoglieva con infinita pazienza, rispetto e amore… proprio allora cominciava lo scontro più fati­coso, la scelta a cui più ero restia.

Sì, avevo conosciuto un uomo meraviglioso, a cui non avevo dovuto ven­dere il corpo o l’anima per conquistarLo, però io mi sentivo debole e come spossessata di me stessa.

Se ero viva era grazie a Lui.

Se adesso capivo qualcosa era perché Lui mi istruiva.

Se ero preziosa ed amata era perché Lui custodiva la mia povera vita nelle Sue mani gentili.

 

Nei mesi che seguirono quel famoso mattino, per incontrarLo dovevo raggiungerLo a Betania o a Gerico o in qualche casa di amici a Gerusalemme e mi assaliva la fatica. Questo Gesù non stava diventando troppo importante per me?

Infatti avevo provato a tornare a casa mia, piena di buona volontà, pen­sando di cambiare tutto o quasi in quattro e quattr’otto, ma dovetti con­statare che ero capace di nulla, se non di raccogliere delusioni.

Ero io il bastone tra le ruote della mia vita.

E così tornavo da Lui per chiedere l’elemosina di un po’ di amore, che per altro mi veniva dato prima ancora che lo chiedessi, senza quei ricatti affettivi cui ero stata abituata fin da piccola.

Ma proprio questo suscitava in me una profonda ribellione: per tutta la vita avrei dovuto cercare Gesù di Nazareth?

Cos’era Lui? Un tesoro in un campo per acquistare il quale dovevo ven­dere tutto ciò che era mio?[38]

“Che cosa fare per Lui?”[39] – mi ero chiesta più volte i primi giorni, piena di riconoscenza e gratitudine. E avevo pensato che avrei dovuto fare questo e quello, e niente mi sembrava abbastanza grande o troppo fati­coso.

Ma ora si profilava all’orizzonte ben altro impegno, meno eroico e più radicale: consegnare a Lui la mia vita, riconoscendo che essa non mi ap­parteneva più! [40]

Un giorno pensai che dietro il Suo sguardo infinitamente dolce ci fosse un Vampiro di cuori!

Cento volte avessi sbagliato, cento volte avrei dovuto tornare da Lui?

Al di là di tutte le scelte singole, piccole o grandi -dall’essere una brava moglie allo smettere di buttare denaro per cose che non saziano[41], al frequentare al sabato la sinagoga- c’era una scelta di fondo da fare: prendere il Suo amore per me come perla preziosa per la collana dei miei giorni[42].

Una bella frase che lì per lì mi aveva affascinato, ma verso cui adesso provavo avversione.

E qualche volta affiorava il pensiero: “Era meglio morire allora!”

Qui era in gioco la mia libertà, che io avevo sempre custodito gelosa­mente.

 

Mi decisi infine a parlarne con Lui, proprio alcuni giorni prima che gli eventi precipitassero.

Ero spaventata e confusa e mentre andavo da Lui, ripercorsi gli avveni­menti che avevano segnato una svolta così profonda nella mia esistenza: passavo e ripassavo le mani sul mio volto quasi a constatare per l’enne­sima volta che ero viva e che le pietre della folla non graffiavano la mia carnagione.

Passavo e ripassavo con lo sguardo il mio cuore e ancora lo sentivo stupito e liberato dall’ascolto di quelle magiche parole: “Neanche io ti condanno”.

E riandavo al Suo volto mite e deciso[43], così spaventosamente deciso a stringere con me un’amicizia indissolubile.

Avevo voglia di scappare, di non incontrarLo e di condurre una vita normale, come tutti.

 

Lui non rispose alle mie domande, né a quelle di altri, in fondo simili, ma cominciò a parlare di se stesso.

Era una serata tiepida, mancava appena un mese alle feste di Pasqua, e nella luce quieta del tramonto, vedevamo dinanzi a noi tutta Gerusalemme.

Eravamo in uno dei luoghi preferiti dal Maestro, in un giardino di ulivi che si inerpicava brusco.

Sotto una tenda di pastori suoi amici, ci aprì il cuore.

“Sono contento -ci sussurrava- perché sento che si sta avvicinando per me il momento in cui mi sbarazzerò definitivamente del mio avversario più pericoloso: la possibilità di cambiare la mia scelta!

Sì, spero proprio, con l’aiuto del Padre, di affidare, consegnare, rimettere questa mia vita nelle mani di coloro che amo.

Spero proprio di continuare fino alla fine quella che è stata la mia scelta fin dal principio: non essere mai indifferente di fronte alle mie pecore, ma come il Padre le ama, poterle anch’io amare così tanto da fare con loro un’alleanza irreversibile.

Ho già scelto e intendo rafforzare questa scelta per non incorrere nella tentazione di pormi davanti l’alternativa di abbandonarle.

Sentirei già un’infedeltà il fermarmi a considerare se esse meritano o no il mio amore, così da valutare, da una specie di punto di vista neutrale, che cosa conviene fare.

Sento che voi volete trattenermi e certo fate questo per affetto, ma non voglio farmi afferrare da calcoli sul prezzo da pagare perché anche voi, almeno quando siete innamorati, desiderate mettere il mondo intero ai piedi dell’amato.

In verità vi dico che sto sperimentando una libertà sempre più grande, proprio nella misura in cui sento di dovermi legare indissolubilmente ad ognuna delle pecore del mio gregge, si chiamino esse Maddalena o Caifa, Lazzaro, Nicodemo o Erode.

Ho visto giorni fa una vedova poverissima che gettava nel tesoro del Tempio due spiccioli, tutto quanto aveva, tutta la sua vita[44], e rimasi commosso dal quel gesto gratuito e infinito.

Il mio tempio siete voi e il Padre mio vi ha tanto amato da mandarmi ad immergermi in voi, nella vostra vita e nella vostra morte[45].

Voi dite «é troppo!», ma laddove si è convinti che all’amato spetta tutto, la parola «sovrappiù» non ha alcun senso.

Ogni desiderio del Padre è per me un comando, perché la libertà totale che Egli mi ha dato non trova nessun senso più grande che farne un re­galo per Lui[46].

Sì amici, non voglio tenere la mia libertà per me: mi chiuderebbe in una prigione in cui ritroverei mille e mille volte solo il mio volto.

Per questo continuo ad andare a Gerusalemme; è necessario per me an­dare a morire a Gerusalemme: niente mi libera di più di questa neces­sità, niente è più necessario per me che questa libertà.

Certo, a volte sento insinuarsi in me una tristezza mortale[47], ma il Padre mio è più grande di tutti e nessuno può rapirmi da Lui[48].

Questa Parola di fuoco ha marchiato il mio cuore: «Io sono con te. Non temere!»[49].

A questa parola mi consegno”.

 

Lui continuava a parlare ed io contemplavo il Suo bel volto, che a volte si scavava in rughe profonde, segno di uno sforzo per me inafferrabile e a volte si distendeva in un ampio sorriso, altrettanto misterioso.

Adesso cominciavo a capire perché si chiamava Jeshuah, salvatore: avevo sempre pensato che questo fosse dovuto alla sua missione di sal­vare gli altri, ma adesso ne percepivo un senso nuovo che veniva da più lontano.

Si chiamava Salvatore perché aveva una profondissima esperienza di es­sere salvo, che la Sua vita era in salvo[50]: per questo poteva darla con tanta abbondanza!

Illuminata dalla Sua Parola di Vita, sentivo che tutti i miei ragionamenti sulla libertà e le mie paure, erano macigni che venivano da un’unica cava, il mio cuore di pietra[51].

Avvicinandomi timidamente a Lui gli chiesi di regalare anche a me la guarigione che più desideravo: ferire il mio cuore con il Suo Spirito, così da trasformarlo in un cuore di carne, capace di amare[52].

Ed Egli mi disse: “Felici coloro che sono stati impoveriti così tanto da non aver più nulla su cui contare: di loro il Padre si prende cura. In Lui possono confidare”[53].

E siccome leggeva ancora tanta paura nei miei occhi e in quelli di tutti noi, aggiunse: “La mia croce è leggera”[54].

 

 

 

 

(Paolo Bizzeti s.j., novembre 1993)

[1] Dt 6,1-9: “Questi sono i comandi, le leggi e le norme che il Signore vostro Dio ha ordinato di insegnarvi, perché le mettiate in pratica nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso; perché tu tema il signore tuo Dio osservando tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così sia lunga la tua vita”.

[2] Gen 3,4-5: “Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio»”.

[3] Rom 7,21-24: “Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sven­turato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?”.

[4] Gen 3,6a: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza”.

[5] EESS [326]: “… quando il nemico della natura umana suggerisce ad un’anima retta le sue astuzie e persuasioni, vuole e desidera che siano accolte e tenute in se­greto”.

[6] EESS [314]: “Con le persone che vanno di peccato mortale in peccato mortale… il buon spirito adotta il metodo opposto, cioè pungendo e rimordendo le coscienze con la legge della ragione”; cfr anche Ignazio di Loyola, Autobiografia, 8: “Pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stan­chezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso”.

[7]  Lv 20,10.

[8]  Gen 3,8; Gb 24,15; Is 29,15.

[9]  Sal 11(10),4.

[10] Rom 2,14-15. Tuttavia questa riso­nanza che c’è nell’adultera non è semplicemente “la voce della coscienza”, ma contiene accenti di autoflagellazione sterile.

[11] Questa domanda esplicita la ricerca del fine legittimo, la felicità, anche se c’è un grosso inganno relativo ai mezzi per raggiungerlo.

[12] Cant 4,9: “Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia… tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo…”.

[13] Cant 7,3: “Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino dro­gato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli”.

[14] Ap 12,10: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la po­tenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”.

[15] Sir 15,11: “Non dire: «Mi sono ribellato per colpa del Signore», perché ciò che egli detesta, non devi farlo”.

[16] Sir 15,17: “Davanti agli uomini stanno, la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà”.

[17] Col 2,14: “Annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

[18] Dt 28,15 ss.

[19] Gb 9,33; 13,3.18: “Ma io all’Onnipotente vorrei parlare, a Dio vorrei fare rimo­stranze. Ecco tutto ho preparato per il giudizio, son convinto che sarò dichiarato innocente”.

[20] Gen 2,16-17: “Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli  alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi  mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente mori­resti»”; Rom 6,23: “Perché il salario del peccato è la morte”.

[21] Eb 4,12-13: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto”.

[22] Lc 22,61-62:“Allora il Signore voltatosi, guardò Pietro e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto… e pianse amaramente”; Is 6,3-5: “Proclamavano l’uno all’altro: «Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. Tutta la terra è piena della sua gloria»… E dissi: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono…»”.

[23] EESS [58]: “Vedere chi son io ridimensionandomi con dei paragoni…”; [59]: “Vedere chi è Dio contro cui ho peccato, cominciando dai suoi attributi messi in relazione con i rispettivi contrari in me”.

[24] EESS [47]: “Nella contemplazione non visiva, come è quella dei peccati, la com­posizione consisterà nel vedere con la vista immaginativa e considerare la mia anima racchiusa in questo corpo corrotto e tutto l’insieme come relegato in questa valle tra bruti animali”.

[25] Gv 8,44: “Voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del pa­dre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella ve­rità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna”.

[26] Lc 3,7: “Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente?»”.

[27] Gv 9,41:“ Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma sic­come dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane»”.

[28] Is 53,5: “Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

[29] Is 43,4: “Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo, do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita”.

[30] EESS [60]:“…esclamazione d’ammirazione con grande affetto nel riflettere su tutte le creature, su come mi abbiano lasciato in vita e conservato in essa… e la terra, come mai non si sia aperta per inghiottirmi col creare nuovi inferni dove soffrire sempre”.

[31] EESS [48] e [71]: “…ringraziarlo perché non mi ha lasciato cadere in nessuna di queste categorie, facendomi morire. Così pure perché ha avuto finora sempre pietà e misericordia verso di me ”.

[32] Nm 16,30 ss.

[33] Sal 73,12-14: “ Ecco, questi sono gli empi: / sempre tranquilli, ammassano ric­chezze. / Invano dunque ho conservato puro il mio cuore / e ho lavato nell’in­nocenza le mie mani, / poiché sono colpito tutto il giorno, / e la mia pena si rinnova ogni mattina”.

[34] Ef 3,18.

[35] EESS [56].

[36] EESS [63.139].

[37] Cfr il Preconio della notte di Pasqua: “Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore”.

[38] Mt 13,44;“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo”.

[39] EESS [53].

[40] Gal 2,20: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

[41] Is 55,2: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, / il vostro patrimonio per ciò che non sazia? / Su, ascoltatemi e mangerete cose buone / e gusterete cibi succulenti”.

[42] Mt 13,45-46: “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra”.

[43] Lc 9,51 “si diresse decisamente verso Gerusalemme”; lett. “Indurì il suo volto”.

[44] Lc 21,1-4.: “Alzati gli occhi, vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro. Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli e disse: «In verità vi dico: questa vedova, povera, ha messo più di tutti. Tutti costoro, infatti, han deposto come offerta del loro superfluo, questa invece nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere»”.

[45] Gv 3.16-17: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

[46] Gv 10,17-19: “Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi ri­prenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho rice­vuto dal Padre mio”. Cfr anche EESS [234].

[47] Lc 22,44: “In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore di­ventò come gocce di sangue che cadevano a terra”.

[48] Cfr Gv 10,29: “Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”.

[49] E’ la classica formula di alleanza tra Dio e il suo inviato: cfr Mosè, Giosuè, Geremia ecc.

[50] Gv 10,18: “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio”.

[51] Ez 36,26: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, to­glierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di cane”.

[52] “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene” Rom 8,9; “Nessuno può dire: Gesù è il Signore se non nello Spirito Santo (1Cor 12,3).  Queste affer­mazioni sono decisive, altrimenti si svilisce il senso della Pentecoste a fatti marginali: accogliere la Signoria di Gesù nella nostra vita è opera dello Spirito santo. L’agape, la carità che scende dall’alto, l’amare come Gesù ci ha amato… è il frutto dello Spirito e manifestano che Gesù è stato accolto come Signore della e nella nostra vita.

[53] Mt  5,3: “Beati i poveri in spirito,  perché di essi è il regno dei cieli”.

[54] Mt 11,30: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.

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