Riforma costituzionale. Pierangelo Giovannetti su L’Adige

Italia sbloccata, Costituzione salva

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La riforma costituzionale che abolisce il bicameralismo paritario non è stata ancora approvata definitivamente, è già sono partiti i comitati favorevoli e contrari in vista del referendum confermativo di ottobre. In tutta Italia si stanno moltiplicando i dibattiti e i confronti, spesso con toni accesi e prefigurazioni di scenari apocalittici, segno dell’importanza che avrà questo voto, in grado di esercitare un ruolo determinante sul Paese e il funzionamento delle sue istituzioni.

L’aspetto più immediato della nuova riforma è sicuramente l’abolizione del doppione inutile e dannoso della seconda camera istituzionale, il Senato come l’abbiamo conosciuto finora, chiamato a fare le stesse cose di Montecitorio. Con la riforma, il Senato ritorna ad essere ciò che i costituenti (Costantino Mortati e Giuseppe Dossetti in primis) avevano pensato e inserito nel progetto iniziale della Costituzione nel 1947, prima che il gelo della guerra fredda e i sospetti reciproci fra De Gasperi e Togliatti bloccassero tutto: uno spazio delle Autonomie locali dentro lo Stato nazionale, dando voce a regioni e comuni.

La paura che vincessero i comunisti da una parte, istituendo un regime liberticida di stampo sovietico, e la convinzione in Togliatti che nel 1948 gli italiani avrebbero scelto la Dc e l’Occidente e non Mosca, spinsero entrambi gli schieramenti a rinunciare al progetto del Senato delle Autonomie, per dar vita ad un Senato uguale alla Camera dei deputati. Un doppione pensato e realizzato appositamente per controllare l’altra Camera, e quindi frenare e imbrigliare qualunque decisione della maggioranza che fosse andata al governo. Fu il prezzo da pagare per evitare la guerra civile: governi deboli e costretti a «non decidere».

In settant’anni di storia repubblicana, l’Italia ha avuto 62 governi. Solo nel suo cancellierato, Angela Merkel ha già stretto la mano a cinque presidenti del consiglio italiani. Questo spiega di gran lunga l’impossibilità dei vari governi di prendere impegni e decisioni durature nel tempo, e la sfiducia dell’Europa verso di noi. Ora, con la riforma che ad aprile diventerà Costituzione italiana, la fiducia al governo spetterà ad una sola camera, come avviene in tutte le più grandi democrazie d’Europa. E il Senato diventerà il luogo istituzionale delle autonomie, chiamate a partecipare in prima persona al processo legislativo e a risolvere politicamente i conflitti eventuali e i contenziosi fra stato nazionale e regioni, senza intasare come avviene oggi la Corte costituzionale.

La riforma era doppiamente necessaria, non soltanto perché se ne discute da 40 anni in bicamerali e commissioni varie (a cominciare da quella Bozzi del 1983 fino a D’Alema e poi ai saggi del governo Letta), poiché già dagli anni Settanta con la crisi del centro-sinistra si sperimentarono i limiti del sistema bloccato. Ma era indispensabile dopo la fine dei partiti della Prima repubblica che garantivano la stabilità dei governi e l’omogeneità delle maggioranze nelle due camere, rendendo quindi ingovernabile il Paese con la creazione di maggioranze diverse in ciascuna camera, chiamate entrambe ad assegnare la fiducia al governo.

Lo si è visto benissimo nel 2013 quando, dentro una pesante crisi economica, l’Italia è scivolata in una crisi politica drammatica che stava pericolosamente diventando istituzionale, impedendo la formazione di qualunque governo con il presidente della Repubblica impossibilitato a sciogliere le camere per la fine del settennato. Fu solo grazie al Napolitano bis che si riuscì a evitare la paralisi dello Stato, ma il prezzo fu la necessità di coabitazioni forzate fra schieramenti diversi. Lo stesso destino che aspetta l’Italia negli anni a venire, se la riforma costituzionale verrà bocciata al referendum di ottobre, sapendo inoltre che attualmente vi sono due sistemi elettorali diversi per Camera e Senato, aggravando il rischio di paralisi istituzionale.

Sostenere che la riforma stravolgerà la Costituzione attuale e introdurrà una concentrazione autoritaria e uno squilibrio di poteri non corrisponde a verità, nemmeno associandola all’Italicum, il quale prevede un premio di maggioranza che altrove – in Francia e in Gran Bretagna, per esempio, democrazie consolidate – è più alto. La riforma, infatti, potenzia l’istituto referendario, riducendo il quorum e introducendo il referendum propositivo. Accresce le garanzie per l’elezione del Presidente della Repubblica, prevedendo la maggioranza dei tre quinti del Parlamento in seduta comune come maggioranza minima. E così vale per le nomine alla Corte costituzionale e al Csm, dove occorre anche per chi vincerà le elezioni un accordo con le opposizioni per ottenere la maggioranza necessaria. Senza scordare che, anche con il nuovo sistema elettorale, basteranno 25 parlamentari per far cadere il governo.

Si può discutere se la legge elettorale poteva essere migliore (chi scrive avrebbe preferito di gran lunga il sistema dei piccoli collegi uninominali); si può sostenere che solo 240 deputati su 350 saranno eletti con le preferenze invece di tutti; si può argomentare che la riduzione dei seggi attuata e il risparmio di costi della politica non dovevano essere fatti, perché in democrazia non bisogna badare ai soldi ed è meglio avere tanti parlamentari a Roma, invece di pochi. Ma non si può dire che si tratta di una riforma autoritaria e che modifica la forma di governo rafforzando il premier, perché questo è falso, dato che i poteri del presidente del consiglio non vengono minimamente modificati, né viene assegnato ad esso il potere di scioglimento delle camere come avviene nella democrazia inglese, né l’elezione diretta come accade in Francia per il presidente della Repubblica (che poi nomina il suo presidente del consiglio).

Per l’Autonomia trentina la riforma è un vantaggio o uno svantaggio? Detto che il principio di federalismo, assegnato con la riforma del 2001, è fallito per l’incapacità delle regioni di governare, finendo travolte da scandali e spese facili; e accertato che il principio di legislazione concorrente fra Stato e regioni si è tradotto in un continuo conflitto costituzionale e in una montagna di ricorsi alla Corte, una riforma del titolo V era necessaria.
E probabilmente anche un ridimensionamento di follie come venti e più «ministeri» regionali del Turismo che aprivano sedi in tutto il mondo per promuovere la Basilicata o la Valle d’Aosta, quando in Cina sanno a mala pena dove è l’Italia.

Nella riforma su cui si andrà a referendum a ottobre, il Trentino Alto Adige risulta avvantaggiato. Primo perché ottiene più rappresentanza nel Senato delle Autonomie rispetto alle altre regioni. Poi è garantito in ogni revisione costituzionale e statutaria, attraverso la clausola di salvaguardia, dando anche rango costituzionale al principio dell’autonomia dinamica, che permetterà eventualmente di accrescere competenze o comunque di trovare soluzioni differenziate per la realtà trentina rispetto a quella nazionale. Ma la vera «rivoluzione» che la riforma costituzionale introduce, riprendendo e realizzando la volontà iniziale dei costituenti bloccata dalla guerra fredda, è l’assegnazione alle regioni e alle autonomie di un potere legislativo nazionale e un potere di revisione costituzionale, prima impensabile.

La forza delle autonomie non è più nell’elenco di competenze attribuite dallo Stato, ma nel ruolo di legislatore riconosciuto nel sistema nazionale, garantendo loro uno spazio politico e istituzionale dove discutere e risolvere i contenziosi con il governo nazionale, senza bisogno ogni volta di carte bollate. Questo richiederà al Trentino Alto Adige di sviluppare non più soltanto un potere contrattuale con Roma, ma anche dialogico con le altre regioni con cui ci si troverà insieme nel nuovo Senato.

Per un’Italia bloccata da 40 anni di transizione infinita, non è poco. La riforma poteva essere anche migliore, senza dubbio, ma è un primo passo importante. Di gran lunga meglio della palude e dell’ingovernabilità, in cui si sprofonderebbe se non passasse il Sì al referendum del prossimo ottobre.

p.giovanetti@ladige.it – Twitter: @direttoreladige

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