Recensione de “La transizione è (quasi) finita” sul Regno 2/2016 (Salvatore Vassallo)

 

In questo agile volumetto (La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima, Giappichelli, 2016, 95 pp.) Stefano Ceccanti raccoglie tre relazioni svolte a Parigi dal 2013 al 2015 su richiesta della sezione di diritto pubblico della Société de Législation Comparée e dedicate, rispettivamente, ai cambiamenti costituzionali, alla legislazione delegata e al bicameralismo in Italia. A premessa dei tre contributi, ripubblica un saggio metodologico apparso sulla rivista «Quaderni Costituzionali» nel 2015 e dedicato al particolare approccio allo studio del diritto costituzionale comparato sviluppato da Maurice Duverger, a cui lo stesso Ceccanti si ispira.

Devo ammettere che sono un recensore simpatetico e «di parte». Come Ceccanti ricorda, le premesse analitiche e la visione di fondo riguardo alle riforme istituzionali necessarie per completare la transizione erano state presentate in un volume curato da entrambi nel 2004 (Come chiudere la transizione, Il Mulino). D’altro canto io stesso ho provato recentemente a rifare il punto sulle strade per «chiudere la transizione» con una impostazione convergente e una simile sintonia verso le riforme portate avanti dal Governo Renzi (Liberiamo la politica, Il Mulino, 2014).

Ma anche per chi ha condiviso diversi percorsi precedenti dell’autore, le «lezioni francesi» di Ceccanti sono una ricca miniera di riferimenti a eventi, personalità, dibattiti politici e dottrinali. Essendo state pensate per un pubblico accademico internazionale, riportano in maniera al tempo stesso accurata e facilmente accessibile passaggi salienti della storia costituzionale italiana. Inoltre, interpretano questi passaggi sempre con l’intelligenza di chi sa combinare il dato giuridico e il contesto politico nel quale il primo prende forma, e sa intuire le implicazioni politiche delle regole istituzionali (che è poi il succo della lezione duvergeriana). Le «lezioni francesi» di Ceccanti sono quindi una lettura davvero utile per chi voglia capire qual è la posta messa in gioco nel referendum che si terrà in Italia il prossimo autunno.

Nel clima contrassegnato da appelli ideologici privi di contenuti tesi ad accreditare la tesi secondo le riforme istituzionali del governo Renzi sarebbero in atto un «attacco alla costituzione più bella del mondo» e una offesa ai padri fondatori, è particolarmente importante la ricognizione offerta nel libro delle «pagine lasciate aperte» dai costituenti. Ancora più importante la ricostruzione del radicale cambiamento di clima avvenuto in seno all’Assemblea Costituente a metà del 1947, con il crescere della reciproca diffidenza tra partiti atlantisti e filo-sovietici agli albori della guerra fredda. Un cambiamento di clima che, come è noto, in larga parte giustifica i sovrabbondanti poteri di veto disseminati lungo tutto il processo decisionale pubblico, quando non alcune vere e proprie aporie del disegno costituzionale, riconosciute come tali anche dai più autorevoli padri fondatori. Dal noto ordine del giorno Perassi, approvato dalla sottocommissione sulla forma di Governo e poi del tutto disatteso, che chiedeva «dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo». Fino alla memoria di Costantino Mortati depositata in un articolo del 1972, che già indica chiaramente la necessità di una riforma del bicameralismo, esattamente nella prospettiva in cui si muove anche il disegno di legge Renzi-Boschi e che giustamente Ceccanti pone ad epigrafe del suo volume: «ricordo che alla Costituente […] fui tenace sostenitore di un’integrazione della rappresentanza stessa che avrebbe dovuto affermarsi ponendo accanto alla Camera dei deputati un Senato formato su base regionale […]. Sembra che sia questa la direzione a cui bisogna avvicinarsi per dare una ragion d’essere a una seconda Camera, che non sia, come avviene per l’attuale Senato, un inutile doppione della prima.»

Ora, affinché non sia un doppione inutile, il Senato non deve avere solo poteri inferiori ma anche una composizione sostanzialmente diversa dalla Camera. Se deve essere una sede di raccordo tra lo Stato e Regioni, non deve essere composto da un ulteriore corpo di parlamentari ma da chi può effettivamente portare nel processo legislativo il punto di vista delle istituzioni territoriali. Qui sta la ragione della elezione di secondo grado, a cui corrisponde peraltro una «doppia legittimazione» (sindaci e consiglieri regionali che sono tutti eletti direttamente dai cittadini, sarebbero ulteriormente selezionati dai loro pari) e non una «legittimazione dimezzata», come si è detto a sproposito, per motivi di lotta politica, parlando di un «senato di nominati».

Proprio per questo, c’è un solo punto della ricostruzione proposta da Ceccanti che mi lascia perplesso. Laddove stabilisce una sostanziale continuità tra la Commissione Quagliariello-Violante, nominata dal Governo Letta, e le proposte avanzate dal Governo Renzi, fissando nel primo passaggio il «momento della svolta» (p. 79).

In realtà, la Commissione in questione non era andata molto oltre la pura ricapitolazione di alternative già lungamente dibattute sin dai tempi della Bicamerale D’Alema (1997), a conferma della percezione che fosse stata istituita più per prendere tempo e allungare la vita di un governo fragile, come era già capitato varie volte nei venti anni precedenti, che per prendere una decisione. Ma, soprattutto, proprio sull’aspetto più qualificante della riforma del bicameralismo, con la sola opinione in dissenso di Valerio Onida, i saggi erano rimasti saldamente ancorati alla tesi secondo cui il Senato avrebbe dovuto ospitare un corpo di eletti a tempo pieno con pari status e indennità rispetto ai Deputati. Forse non erano tutti pienamente convinti di questa posizione, già tenuta da Violante e Quagliariello nella XVI legislatura, ma in ogni caso prendevano atto e assecondavano le fortissime resistenze corporative dei parlamentari, e dei senatori in particolare, che giudicavano insormontabili.

Senza rimettere a posto questo dettaglio, non si coglie a mio avviso il salto di qualità e la vera novità intervenute successivamente, non si capisce il potente e trasversale fuoco di fila che ha poi messo nel mirino la riforma, anche da parte di esponenti di primo piano del governo Letta o della sua maggioranza, a cominciare dall’ex segretario Bersani, non si apprezza l’enorme peso politico speso da Matteo Renzi sulla riforma del Senato, come sulla legge elettorale, e la bravura del Ministro Boschi nel tenere la linea.

Solo grazie a questa doppia cesura rispetto al passato, nel metodo (dalle Commissioni istituite per prendere tempo all’assunzione di responsabilità) e nel merito (il superamento di un doppio corpo di parlamentari a tempo pieno e l’effettiva istituzione di un Senato delle Regioni), c’è stata la svolta … e, forse, se i cittadini italiani vorranno, la transizione potrà dirsi compiuta.

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