Carlo Fusaro sul referendum trivelle

Carlo Fusaro – La trivella elettorale

“Corriere Fiorentino”, 31 marzo 2016

 

Il “referendum trivelle” fra tre domeniche pone questioni nuove, ma soprattutto ne ripropone di vecchie sulla democrazia referendaria.

Vediamo di che si tratta. Il tema di fondo è la politica energetica, con la progressiva sostituzione di fonti non rinnovabili e inquinanti per un paese, come il nostro, che allo stato dipende per l’80% dall’estero (spesso da fornitori imbarazzanti). Che si tratti di ridurre gli idrocarburi nessuno lo discute: ma le fonti rinnovabili (acqua, vento, sole) hanno il difetto di che non si fanno “gestire” dall’uomo. In Italia siamo all’avanguardia, ma ci vorrà tempo per sostituire il fabbisogno coperto da petrolio e gas. Si pensi a quante pale eoliche ci vorrebbero (migliaia e migliaia: con inquinamento visivo massiccio) o quanti pannelli solari (qualcuno ha scritto: una superficie come Bologna per due).

Ma se questo è il grande tema, poca cosa è il quesito specifico. Intanto, è l’unico rimasto di sei: ciò che volevano gli altri è già stato fatto proprio dal Parlamento. E l’ultimo – al di là dei tecnicismi – riguarda non nuovi pozzi (già vietati), ma per quanto tempo le concessioni a sfruttare i pozzi oggi in funzione (60-70) possono durare: solo per i 20-30 anni iniziali o con proroghe fino a esaurimento del pozzo? questo è quanto. Non c’entrano i pozzi a terra, non c’entrano le piattaforme oltre il mare territoriale (le dodici miglia dalla costa, il grosso).

La disputa in sé è dunque minimale, ma tocca questioni complesse. La stessa Corte costituzionale, per esempio, nel dire sì al referendum ha scritto che non può entrare nella possibile illegittimità costituzionale conseguenza di un sì, prospettata dal Governo per la violazione del legittimo affidamento (si inciderebbe su concessioni già date). Poi ci sono i posti di lavoro: quanti ne mette a rischio una riduzione o sospensione delle attività? quanti ne mette in pericolo, al contrario, un eventuale incidente data la nostra vocazione turistica?  (Però la maggior produzione è al largo di Ravenna e non sembra aver nuociuto al turismo di quelle coste che hanno più bandiere blu di tutti; l’ultimo incidente, pare, fu nel 1950).

Poi c’è il “solito” valore simbolico del referendum. Intanto per le competenze in materia di Stato e Regioni: secondo molti questi referendum, promossi non da cittadini ma da dieci Regioni (poi nove perché l’Abruzzo si è detto soddisfatto dell’accoglienza per legge degli altri quesiti), sono una delle molte facce del contenzioso Stato-Regioni (la riforma Renzi-Boschi taglierebbe, sul punto, la testa al toro). E poi come in tutti i referendum (non solo in Italia), la questione si carica di significati più generali (ambientalismo, guerra all’industria, sindrome not in my backyard, voglia di attaccare il governo: per cui gli stessi gruppi – a rotazione – dicono no al nucleare, alle grandi centrali, alle pale eoliche, ai pannelli solari, a tutto).

Qui torna il discorso sulla democrazia referendaria: preziosa al punto che nessuno vi rinuncerebbe, ma anche approssimativa e suscettibile di manipolazioni. E tornano le polemiche sulla partecipazione: andare, non andare, far propaganda per l’astensione o no. Negli ultimi venti anni abbiamo avuto ben 28 referendum, solo 4 validi: e ancora si discute se l’esito è rispettato o no. Pure sotto questo aspetto la riforma costituzionale migliorerebbe le cose: col referendum a quorum abbassato si toglierebbe fiato alle campagne astensionistiche, e con quello propositivo ci potrebbe forse salvare da referendum come questo del 17 aprile. Qualche cento milioni di euro che sarebbero stati meglio spesi in ricerca sulle fonti rinnovabili che per consultare 50 milioni di italiani su poco più del nulla.

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