Le critiche alle riforme

 

Di Carlo Fusaro per “Il Corriere fiorentino”

 

Che le riforme renziane (elettorale, costituzionale) non siano la perfezione è certo. Neanche il più fervido sostenitore dice il contrario. Ma il metro di giudizio non può essere l’accademico nitore, la chiarezza cristallina, l’assenza di incertezze interpretative; appunto, la perfezione assoluta. Prima di tutto perché ciò vale per tutte i prodotti della politica: oggi come ieri, qui come altrove. Si rilegga ciò che scrissero della Costituzione illustri maestri. Cito Gaetano Salvemini (ma, potrei citare Calamandrei, Croce, Messineo, Nitti, Orlando, Tesauro, per fare nomi). La definì «un’alluvione di scempiaggine»: «i soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile emendare… questo mostro di bestialità» (sic).

Ma soprattutto le due riforme van giudicate, rispetto allo stato attuale, per la capacità di rispondere alle esigenze per le quali sono state volute: superare quel bicameralismo, niente fiducia al Senato, governabilità sorretta da investitura popolare diretta, ridisegno dei rapporti Stato-Regioni. E questo daranno, se i cittadini vorranno.

I primi a rendersene conto, fra qualche anno, saranno – io penso –  molti di quanti oggi, platealmente contraddicendo le proprie posizioni di ieri, han deciso di intrupparsi in un “no” che unisce tutto e il contrario di tutto: dai fautori del presidenzialismo ai cultori della costituzione che non si tocca. L’ultima è la tesi di chi pensa che qualunque modifica della Costituzione è l’anticamera dell’autoritarismo, qualunque leadership autorevole una dittatura in pectore (la linea Licio Gelli = Craxi = Berlusconi… = Renzi: assurdità che si commenta da sola).

In realtà dietro certe resistenze si colgono i tratti della peggiore tradizione fazionistica italiana. Dietro l’artificiosa paura dell’uomo solo al comando c’è un fondo di ribellismo e di indisponibilità a quella minima cooperazione operosa senza della quale non tengono le società, tanto meno i partiti. E’ una cultura, non solo politica, che considera il proporzionalismo estremo e le istituzioni deboli un’ancora di salvezza, lo strumento  necessario a difesa di individualismi spacciati per identità, mai pronti a lasciarsi ricomporre in nome di interessi generali, mai a cedere qualcosa in nome del governo del Paese.

Cos’altro segnala l’esplodere del centro-destra in frammenti rissosi; cosa la guerra civile interna al Pd che giunge a svilire i risultati del Governo, facendo da controcanto al presidente del Consiglio e alla sua maggioranza qualunque proposta avanzino?

E dire che abbiamo un’esperienza ultradecennale alle spalle che ci dovrebbe evitare la coazione a ripetere gli errori di sempre. Con l’aggravante che ora abbiamo in Europa paesi che sembrano cadere vittime della medesima malattia degenerativa della democrazia (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia; domani Olanda, Austria; si salvano – in parte –  la Germania per ragioni culturali e la Francia per ragioni istituzionali).

Da noi, con la prospettiva che si delinea di quattro forze (Pd, M5S, destra moderata e destra lepenista), è esattamente il combinato disposto Italicum – riforma costituzionale (da taluno tanto vituperato) la soluzione che promette di aprire domani la strada a sani confronti maggioritari fra grandi e più omogenee forze politiche; e permette – oggi – di garantire un governo stabile.  E un giorno costringerà il centro-destra a fare i conti con se stesso e a trovare la forza dell’inevitabile unificazione. Proprio da destra, ci si può aspettare, comunque la si pensi, un’evoluzione simile a quella della sinistra francese d’un tempo. Partì all’assalto delle riforme golliste, poi, da Mitterand in là, ne ha saputo fare ottimo uso. C’è bisogno di un leader della destra di governo in grado di usare le istituzioni delle riforme Renzi-Boschi e farle sue proprie. Allora la transizione sarà davvero conclusa.

 

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