Fiducia sulle unioni civili? Un dovere politico

 

  1. La Corte costituzionale ha messo in mora il Parlamento per due volte, nel 2010 e nel 2014, con due sentenze molto puntuali in cui si dice che l’articolo 2 della Costituzione è violato senza una disciplina puntuale dei diritti e doveri delle coppie stabili di persone omosessuali. Se alcuni anni vi sembrano pochi per rimediare a questo vulnus alla Costituzione forse non abbiamo la stessa concezione della Costituzione o, quanto meno, del tempo.
  2. Al Senato dopo mesi e mesi di discussione si è trovato l’unico punto d’accordo dentro l’unica maggioranza possibile, quella di Governo, giacché le altre non erano minimamente affidabili e stabili: tutti i diritti tranne la filiazione. E’ un punto di equilibrio contenutistico tra chi proseguirà la sua battaglia politica per il cosiddetto matrimonio ugualitario e chi voleva mantenere una distinzione contenutistica forte tra matrimonio e unione, che non si poteva misurare solo e soprattutto dal numero di citazioni degli articoli del codice civile sulla famiglia. Un punto di sintesi erano stati anche l’articolo 29 della Costituzione in cui molti non credenti avevano accettato un richiamo forte alla famiglia fondata sul matrimonio e in cui molti cattolici avevano chi accettato e chi subito che non fosse costituzionalizzata l’indissolubilità. Anche la legge sul divorzio era stata un compromesso sia nel merito sia per l’attivazione contestuale della legge sul referendum, in modo da consentire a chi non era d’accordo anche quel ricorso in appello.
  3. A questo punto, di fronte alla possibile destabilizzazione per alcuni voti segreti che, a causa del bicameralismo paritario, avrebbero portato a una navette indefinita, il Governo chiede con la fiducia alla sua maggioranza di confermare il compromesso politico varato al Senato. Dato che alla Camera si vota due volte, una sulla fiducia che ha la funzione di precludere i voti segreti, e poi sull’insieme del provvedimento, nulla impedisce ai deputati e ai gruppi di opposizione che vogliano rivendicare il merito dell’approvazione di votare contro la fiducia ma a favore del provvedimento. Quanto ai contrari, se ritengono davvero di essere maggioranza nel Paese, possono ricorrere a quesiti referendari parziali, dato che quello globale, essendo una legge costituzionalmente necessaria, sarebbe inammissibile. Non finisce quindi né la democrazia parlamentare, né quella diretta, né la Costituzione, finisce invece un vulnus costituzionale. Non è il fine che giustifica i mezzi come sento dire da qualcuno. E’ giusto il fine e a questo punto anche doveroso il mezzo. Chi non condivide il mezzo ma è d’accordo sul fine può distinguere i due voti. Chi non condivide né il mezzo né il fine ha a disposizione il referendum abrogativo. Finisce un vuoto, non il dibattito né il ricorso a ulteriori possibili sviluppi.

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