Giorgio Tonini replica ad Alfredo Reichlin

CARO REICHLIN, IL PLEBISCITO C’È. E NON RIGUARDA SOLO RENZI
Alfredo Reichlin, su “La Repubblica” di stamani, paventa il rischio che il referendum costituzionale possa “spaccare il paese” e lamenta la mancanza di quella cultura dell’intesa che alla Costituente, nonostante la rottura determinata dalla guerra fredda, consentì a De Gasperi e Togliatti di fare della Costituzione la “casa comune” degli italiani. Per Reichlin non ci sono dubbi: chi sta facendo correre all’Italia il rischio di spaccarsi è il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che vuole fare del referendum confermativo, non l’ultima tappa di una riforma costituzionale, “una correzione matura da tempo del vecchio bicameralismo perfetto”, accompagnata da “una serie di misure, alcune anche discutibili, ma nell’insieme accettabili”, ma piuttosto “un plebiscito popolare su se stesso”.
È innegabile che in alcuni passaggi Matteo Renzi, un “cavallo di razza” che nel suo patrimonio genetico ha indubbiamente più cromosomi fanfaniani che morotei, abbia privilegiato codici comunicativi più divisivi che inclusivi. Ma sarebbe del tutto fuorviante porre l’intera vicenda delle riforme sotto la cifra della spaccatura del paese, come effetto di una “scelta calcolata” da parte di un Renzi affetto da bonapartismo. È vero il contrario: se tra qualche mese gli italiani potranno decidere col loro voto le sorti di una riforma, che nel merito Reichlin, come si è visto, non può non condividere, lo si dovrà a quel grande atto di intelligenza e di coraggio che è stato, da parte di Renzi, richiamare Berlusconi, condannato in via definitiva e dichiarato decaduto da senatore, al tavolo delle riforme, attraverso il vituperato “patto del Nazareno”. Una mossa, Reichlin converrà, ispirata al più puro realismo togliattiano. O degasperiano: “si deve fare il fuoco con la legna che si ha”, amava dire il grande statista trentino. Con la scelta di riportare Berlusconi al tavolo delle riforme, Renzi sapeva che avrebbe pagato un prezzo “a sinistra” e più generalmente nella vasta galassia dell’antiberlusconismo militante. Forse però, nemmeno lui aveva previsto che, entrato in crisi il patto, a seguito della elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, dagli stessi ambienti che avevano demonizzato l’apertura a Berlusconi, gli sarebbe stata mossa la critica di voler cambiare la Costituzione “con un colpo di maggioranza”, dividendo e spaccando il paese.
“Sia chiaro — precisa Reichlin — io ho condiviso, pur con qualche riserva, la scelta della minoranza del Pd di non opporsi alla riforma Boschi. Ma guardo al paese. E alle sfide di oggi. Non si tratta solo di crisi economica. È in discussione lo statuto e la figura della nazione italiana, il suo posto nella nuova realtà geo-politica del mondo. Ecco perché non voglio plebisciti”. Il problema è che il plebiscito c’è. E non riguarda il destino personale di Renzi e neppure quello del suo governo o della legislatura. Ma proprio “lo statuto della nazione italiana” e il suo posto nel mondo. Davvero non capiamo che è di questo che si tratta, che è questo che è in gioco al referendum di ottobre? Da un lato c’è il riformismo, nazionale ed europeo, che sta alla base della riforma, firmata Renzi e Boschi, ma sostenuta da Napolitano e apprezzata da Draghi e dalla Merkel, proprio perché parte di una strategia di uscita dell’Italia e dell’Europa da una crisi che, sono d’accordo con Reichlin, è molto più che economica. Dall’altro ci sono i populismi, di destra e di sinistra, divisi tra loro su tutto e da tutto, ma accomunati dal medesimo nemico: il riformismo europeista. A volte capita, Reichlin lo sa come pochi, di imbattersi in un tornante della storia. E di non poter fare a meno di decidere da che parte stare.

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