Rifoma costituzionale: @giotoni su l’Adige

L’ampio dibattito sulle riforme costituzionali, che ormai da tempo si svolge sugli organi di stampa, a cominciare da “L’Adige”, sta cominciando a produrre positivi effetti di chiarimento. Il dato che più colpisce è la radicalizzazione degli argomenti (e ancor più dei toni) del fronte contrario alla riforma Boschi. Solo poche settimane fa, i 56 autorevoli costituzionalisti che hanno firmato un manifesto per il No al referendum scrivevano: “Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo”. Ora invece, su queste colonne, perfino una personalità del calibro di Renato Ballardini, dalla quale ci si aspetterebbe un contributo di obiettività, è riuscita a dire che la riforma approvata dal Parlamento è una “mostruosità”, che “minaccia le basi stesse della democrazia”.
La deriva estremistica del fronte contrario alla riforma non deve sorprendere. Anche i sostenitori del No sanno che una bocciatura popolare della riforma avrebbe effetti dirompenti per l’Italia e per l’Europa. Anzi, Salvini e Grillo, Brunetta e Landini, divisi tra loro su tutto, si battono insieme contro la riforma proprio perché, con la vittoria del No, pensano di travolgere non solo il governo Renzi, ma anche e soprattutto il “compromesso europeo” con i paesi nordici, a cominciare dalla Germania, che ha consentito di governare la crisi e di evitare il collasso dell’Unione europea. Un compromesso che ha visto come protagonista il presidente della Bce, Mario Draghi, sostenuto nella sua politica monetaria espansiva, unico vero contrappeso alla recessione, da un lato da Angela Merkel, che a Berlino guida un governo di “Grosse Koalition” tra Cdu-Csu ed Spd, e dall’altro da Giorgio Napolitano, promotore in Italia di analoghi governi di più o meno “larghe intese”, prima con Monti, poi (dopo elezioni politiche senza un vincitore) con Letta e infine con Renzi. La stessa commissione europea, guidata dal “merkeliano” Juncker, non sarebbe potuta nascere senza il compromesso, al Parlamento europeo, tra i popolari guidati dalla cancelliera tedesca e i socialisti guidati dal Pd. Il compromesso europeo si basa su uno scambio politico, tra flessibilità delle politiche monetarie della Bce e delle politiche di bilancio degli Stati, e riforme strutturali (istituzionali, economiche e sociali), che rimuovano le cause dell’attuale divario di produttività e competitività tra i paesi del Nord e quelli mediterranei. Il compromesso europeo ha molti limiti e va rilanciato con un orizzonte più ambizioso, come chiede il governo italiano, sia sul terreno della gestione della crisi dei rifugiati (con sullo sfondo la sfida di una vera politica estera e di sicurezza comune), sia su quello della crescita e dell’occupazione, che richiede una più stretta Unione economica, almeno tra i paesi dell’Eurozona. Ma un conto è rilanciare, un altro conto è far saltare quel fragile accordo, come si propongono le forze anti-europee, sia al Nord che al Sud dell’Europa. In Italia, contrastare il compromesso europeo si identifica col far deragliare il treno delle riforme faticosamente messo in moto dal governo Renzi. Tanto peggio, tanto meglio: che bello sarebbe vedere l’Italia di nuovo “nave senza nocchiero in gran tempesta”. E forza onde!
Il problema è che nel fronte del No, accanto ai tifosi dello sfascio, ci sono anche fior di democratici, i quali, per giustificare la trista compagnia nella quale si sono intruppati, devono esasperare le criticità della riforma, lanciando allarmi sulla tenuta della democrazia e paventando l’avvento di una svolta autoritaria che metta in discussione le stesse libertà civili e politiche. Se si trattasse infatti di mettere in evidenza, nella riforma Boschi, difetti di dettaglio, come tali opinabili, non avrebbe senso esporre l’Italia (e l’Europa) ad un rischio sistemico come quello che deriverebbe da un collasso del compromesso europeo. Mentre invece, se è in gioco la libertà, nessun prezzo è troppo alto…
Ma dove starebbero, nella riforma costituzionale, anche abbinata a quella elettorale, i rischi per la libertà e la democrazia? “La riforma che si sta attuando — scrive Ballardini — elimina i contropoteri e concentra un potere incontrollabile in poche mani, in un uomo solo”. Peccato che questa affermazione non abbia nessun, dico nessun, riscontro nel testo della riforma costituzionale e neppure di quella elettorale. La riforma si limita a due interventi: il primo assegna alla sola Camera dei deputati (e non più anche al Senato) il potere di dare e togliere la fiducia al governo; il secondo (attraverso la legge elettorale, che peraltro la riforma stabilisce sia valutata preventivamente dalla Corte costituzionale) prevede che la lista che ottiene al primo turno una maggioranza relativa superiore al 40 per cento, o vince il ballottaggio tra le prime due, dunque ottiene al secondo turno la maggioranza assoluta dei voti, abbia alla Camera un limitato premio di governabilità, che la porta ad avere al massimo 340 seggi su 630. Dei 340 deputati di maggioranza, almeno 240 saranno eletti con le preferenze, mentre al massimo 100 saranno eletti con un sistema uninominale. Questi due interventi producono un solo effetto, molto importante: saranno gli elettori, col loro voto, a decidere chi deve governare, rendendo possibile una certa stabilità di governo. Punto. Tutto il resto rimane inalterato: non cambiano i poteri del presidente del Consiglio, non viene introdotta neppure la sfiducia costruttiva, non viene abolito nessun contrappeso e i quorum previsti per eleggere (a scrutinio segreto) il presidente della Repubblica, la Corte costituzionale e il Csm restano matematicamente irraggiungibili per la sola maggioranza di governo.
Non è tutto: la riforma introduce un contrappeso in più, tutt’altro che marginale. È il Senato, che diventa camera di rappresentanza delle Regioni e dei Comuni. Al posto degli attuali 315 senatori, che escono di scena (315 parlamentari nazionali in meno su 945), prenderanno posto sugli scranni di Palazzo Madama 100 tra consiglieri regionali e sindaci. Quale sia il loro compito lo stabilisce il nuovo articolo 70, quello che Ballardini definisce una “mostruosità” e che invece è un testo, certo complesso, ma di assoluta chiarezza. L’articolo 70 divide le leggi in due grandi gruppi: quelle che hanno a che fare col governo ordinario del paese e quelle che invece stabiliscono le regole del gioco democratico. Le prime diventeranno di esclusiva competenza della Camera e su di esse il Senato potrà solo esprimere pareri non vincolanti, dunque avremo una procedura molto più rapida per l’approvazione della legislazione ordinaria. Cadrà così l’alibi che ha portato all’abuso della decretazione d’urgenza e del voto di fiducia e infatti la riforma rende assai più restrittivi i criteri per l’emanazione dei decreti legge. Le leggi che invece fissano le regole del gioco, a cominciare dalla Costituzione, dalle leggi costituzionali, da quelle elettorali e da un certo numero di altre, ben individuate, leggi di sistema, saranno approvate solo col consenso di entrambe le Camere. Questo significa che, a differenza di oggi, per modificare queste leggi di sistema non basterà più la maggioranza che sostiene il governo, ma servirà anche la maggioranza della rappresentanza del sistema delle autonomie, raccolta nel nuovo Senato. Un potente contrappeso, che non solo falsifica la teoria dell’uomo solo al comando, ma accentua il carattere pluralistico e autonomistico della nostra Costituzione.
Naturalmente si può dissentire da questa soluzione ai problemi di funzionamento della nostra democrazia. Se ne possono ipotizzare e preferire molte altre. Ma non si può dire, se si guarda al testo con onestà intellettuale, che la riforma mette a repentaglio le basi della democrazia. E se oltre al testo, si tiene presente il contesto, italiano ed europeo, non si può non convenire che è interesse del paese che vinca il Sì, che vadano avanti le riforme e che il compromesso europeo sia rilanciato e non abbattuto.

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