La relazione di @DarioParrini sui populismi

 

Seminario “The Rise of Populist Parties in Italy and Germany”, Roma giovedì 23 giugno 2016
Organizzato dalla School of Government dell’Università Luiss Guido Carli e dalla Friedrich Ebert Stiftung.
RELAZIONE DELL’ON. DARIO PARRINI
Il mio scopo qui oggi è delineare i tratti tipici del populismo italiano.
L’analisi del populismo italiano permette di mettere in evidenza sia le sue specificità sia i punti in comune che esso ha con il populismo presente nel sistema partitico di altre grandi democrazie occidentali.
Cominciamo con le analogie. Ne elencherò quattro.
1. Il fatto che la crescita del populismo ha la sua radice più profonda nell’aumento delle disuguaglianze sociali e nell’allargamento dell’area dell’insicurezza economica e identitaria.
Questi fenomeni – che si sono verificati anche in Paesi come gli Usa, il Regno Unito e la Germania che negli ultimi anni hanno conosciuto un tasso di disoccupazione relativamente basso e un tasso di crescita del Pil relativamente robusto – risultano accentuati dall’eccezionale rapidità e pervasività del mutamento tecnologico e sono conseguenza dello sconvolgimento dei rapporti di forza economici a livello internazionale legato alla globalizzazione da un lato e dall’altro lato agli effetti che la Grande Recessione cominciata nel 2007-08 ha prodotto in tutte le principali economie del mondo occidentale.
Si tratta di problemi che sono stati aggravati dall’impennata dei flussi migratori, causata anch’essa dalla globalizzazione, e più recentemente dall’esplodere di conflitti militari in Africa e in Medio Oriente e dall’ingigantirsi delle minacce terroristiche connesse al fondamentalismo islamico.
I suddetti problemi sono stati affrontati con strumenti diversi, e con differente efficacia, negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’Europa continentale.
In ogni caso non stati contrastati in maniera del tutto adeguata né negli Stati Uniti, né nel Regno Unito, né nell’Europa continentale.
A livello di Unione Europea (Ue), in particolare, non sono state messe in campo sufficienti azioni sovranazionali e federali di politica economica e sociale. In questo senso, l’Ue è andata incontro a un fallimento, non ha matenuto le promesse delle origini.
Il risultato di tutto ciò è stato il diffondersi a macchia d’olio, in larghi strati della popolazione, di sentimenti di rabbia sociale, di acuto risentimento, di dirompente rancore.
I sentimenti di rancore sociale appaiono particolarmente intensi in due settori della popolazione: l’insieme di coloro che vedono il proprio tenore di vita in netta riduzione, o a forte rischio di netta riduzione; l’insieme di coloro che, per lo più residenti nei grandi e medi centri urbani, vedono ridotte al lumicino le possibilità di inserirsi stabilmente nel mondo del lavoro e di salire nella scala sociale e dei redditi.
Per costoro, l’ascensore sociale non funziona più.
E se si muove, si muove in un’unica direzione: verso il basso.
Tra le principali vittime di questa crisi di lunga durata vi è il ceto medio, definito, solitamente, come il complesso di tutti coloro che possono dirsi ragionevolmente certi di riuscire a garantire a se stessi un presente sereno e una vecchiaia economicamente non preoccupante, e ai propri figli un avvenire decente.
Non vi è dubbio che il ceto medio, così definito, si è ovunque contratto, frammentato e impoverito.
2. Il fatto che i suddetti problemi sono in misura crescente attribuiti, da una parte estesa della cittadinanza, al cosiddetto «establishment», ovvero la ristretta minoranza composta da tutti coloro che nel campo della politica, della società e dell’economia vengono genericamente e semplicisticamente descritti come detentori di un potere eccessivo e di ingiustificati privilegi.
Ai portatori di rancore sociale i populisti offrono un capro espiatorio, un bersaglio facilmente focalizzabile contro il quale sfogare ire e risentimenti di ogni sorta.
L’establishment viene presentato dai populisti come una realtà nella quale imperversano organizzazioni pubbliche e private irrimidiabilmente putride.
Una realtà in cui dominano, a danno del popolo, trame oscure, scandali, abusi di potere.
3. La tendenza a proporre, come soluzione ai problemi economico-sociali, una politica di chiusura: così si spiega il fatto che i movimenti populistici sono tutti contrari a una politica di apertura delle frontiere, alla partecipazione ad organismi internazionali come l’Ue o la NATO, a realtà sovranazionali come l’euro, alla sottoscrizione di accordi internazionali come il Ttip ecc.
4. Il fatto che la palese demagogicità e inattuabilità delle proposte dei populisti non ostacola, al momento, la loro corsa elettorale. I populisti non sono interessati a proporre scelte di governo realizzabili. Non hanno interesse a proporre una politica positiva. A loro basta indicare ogni giorno un nuovo bersaglio contro cui indirizzare la rabbia sociale. I populisti credono nel potere catartico della distruzione. Il loro motto è: “l’importante è distruggere, perché un cumulo di macerie è comunque più sano delle schifezze che ci circondano”.
Si potrebbe osservare, un po’ fatalisticamente, che col tempo la forza di attrazione di questi programmi inattendibili si esaurirà da sola. In tal caso la più efficace strategia antipopulistica consisterebbe nel saper pazientemente attendere che il tempo faccia il suo corso.
I fautori della tesi dell’autoesaurimento del populismo credono che le ricette illusorie appariranno rapidamente per quel che sono se i partiti populisti saranno chiamati a metterle concretamente alla prova.
Nemmeno il M5S, secondo questi studiosi, riuscirebbe a sfuggire alla «regola della delusione» enunciata di recente dal politologo francese Yves Mény: una regola in base alla quale, in tempi turbolenti e di trasformazione come i nostri, chi governa viene quasi sempre punito nelle elezioni successive, o perché ha promesso troppo, o perché l’elettorato si attende troppo, cioè assai di più di ciò che è effettivamente possibile realizzare.
Questa tesi ha un suo fascino. Ma si porta dietro un rischio: secondo la maggior parte degli osservatori e dei protagonisti delle vicende politiche, il tempo per fare esperimenti del genere non c’è.
Inoltre gli esperimenti stessi potrebbero creare guasti irrimediabili. Le possibilità di rivalsa potrebbero arrivare troppo tardi.
Il populismo italiano ha, oltre a questi quattro ingredienti comuni ai populismi di ogni Paese, ingredienti del tutto suoi propri, specifici.
Primo ingrediente specifico del populismo italiano è la sua duplicità, o dualità: infatti in Italia il populismo si manifesta sia sotto forma di partiti, come la Lega Nord (Ln) o Fratelli d’Italia (Fdi), facilmente collocabili nell’estremo di destra o di sinistra dello spettro politico, sia sotto le bandiere di un movimento che appare del tutto trasversale agli orientamenti ideologici classici.
Questo è il caso del M5S.
Il M5S – caratterizzato da uno spiccato spirito anti-élites, anti-sistema, anti-establishment, anti-casta – mescola nella propria narrazione, che è allo stesso tempo qualcosa di più e di meno di un programma, elementi eterogenei: a) elementi di sinistra radicale (ambientalismo spinto, pacifismo indiscriminato, avversione alle grandi opere); b) elementi di destra (xenofobia, violenza verbale, mancanza di democrazia interna, intolleranza);
c) elementi propri tanto della destra radicale quanto della sinistra radicale, come il protezionismo in politica economica, l’isolazionismo in politica estera, l’antieuropeismo nella politica internazionale, uno story-telling manettaro e strumentale contro scandali, corruzione e privilegi veri o presunti.
La trasversalità del M5S, che è a tutti gli effetti un partito-arcobaleno, emerge anche dall’analisi del background dei suoi dirigenti principali: nel suo gruppo di vertice prevalgono i leaders provenienti dalla destra o dall’estrema destra; ma non sono pochi i parlamentari provenienti da mondi dell’estrema sinistra come quello dei centri sociali o quello dell’antagonismo vagamente terzomondista e antiglobalista.
In ragione di queste peculiarità, il M5S è, al momento, un catch-all party, capace – finché lo zapping elettorale non gli giocherà contro, e finché i suoi bluff non saranno pienamente smascherati su vasta scala – di mietere seconde preferenze più di ogni altro partito.
Diversamente dagli altri partiti populisti italiani, come la Lega Nord e Fdi, il M5S è integralista sul terreno coalizionale: in ossequio alla propria narrazione, secondo la quale tutti gli altri partiti sono inguaribilmente infetti, il M5S rifiuta infatti categoricamente ogni alleanza, tanto in sede parlamentare quanto negli enti locali.
Il M5S può muoversi con grande disinvoltura perché non è riducibile alle etichettature ideologiche classiche.
Dispone, perciò, di margini di manovra molto ampi: a livello nazionale può fare intese – si badi bene, intese effimere e occasionali, non alleanze stabili – con la sinistra radicale contro la costruzione di un termovalorizzatore o di una galleria, o contro l’euro, o contro le missioni militari all’estero; e con la destra per sconfiggere un candidato sindaco del Pd.
A livello europeo può strizzare l’occhio a Viktor Orbán e a Nigel Farage e contemporaneamente simpatizzare per Podemos.
Può fare tutto questo senza dover temere accuse di incoerenza. In fondo, almeno in un primo momento, chi vota per un movimento populista pretende, da colui al quale conferisce il suo voto, tutto fuorché la coerenza, tutto fuorché la mancanza di contraddizioni.
Chi vota i partiti populisti è mosso dalla rabbia e/o da un’indistinta e prepotente voglia di cambiamento.
Il M5S cavalca alla perfezione le correnti iconoclastiche che attraversano la società italiana.
La maggior parte di chi vota i pentastellati non dà un voto costruttivo.
Dà un voto distruttivo, negativo.
Va da sé che, di questi tempi, attrarre un voto «contro» qualcosa o qualcuno è assai più facile che mobilitare un voto «per» qualcosa o qualcuno.
Per tali motivi il M5S appare dotato di un potenziale di espansione elettorale che sembra fuori dalla portata sia dell’altra faccia del populismo italiano (quello lepenista di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni), sia di tutti i populismi affermatisi nelle altre grandi democrazie occidentali: Podemos probabilmente sorpasserà il Psoe e uscirà dalle elezioni di domenica prossima in Spagna con lo status di secondo partito.
Ma Podemos rappresenta chiaramente un populismo di sinistra, non un populismo indifferenziato.
E quindi il suo potenziale elettorale non sarà mai tanto ampio quanto quello del M5S.
L’Ukip nel Regno Unito, e Alternativa per la Germania (Apg) in Germania, sembrano poter contare su di un potenziale di espansione oggettivamente più limitato, perché presentano una forte e netta connotazione di destra, improntata al nazionalismo e alla xenofobia.
Lo stesso si può dire del Fronte Nazionale (Fn) francese. Secondo tutti i sondaggi disponibili, il Fn ha grandi probabilità di arrivare al secondo turno delle prossime presidenziali ma non ha nessuna probabilità di vincerle, proprio perché la sua capacità di raccogliere seconde preferenze nel ballottaggio è assai inferiore a quella che attualmente pare avere il M5S.
Anche Trump, che ha conquistato la nomination presidenziale dei repubblicani dichiarando guerra all’l’establishment del GOP, appare privo di una capacità di attrazione estesamente trasversale: in più di un’occasione ha ribadito di considerarsi un conservatore puro. Nella sua proposta politica la fanno da padrone parole d’ordine tipiche della destra: il nazionalismo, l’isolazionismo, il protezionismo, una violenta retorica anti-immigrati.
Io sono convinto che la crescente forza dei populismi sia il sintomo di una grave malattia sociale.
Per questo penso che i populismi siano, per le democrazie occidentali, un serio pericolo.
Penso anche che non siano un pericolo facilmente battibile.
Possono essere permanentemente ridimensionati solo se i partiti tradizionali, e principalmente quelli progressisti, riusciranno da una parte a condurre un’efficace opera di smascheramento dei bluff programmatici su cui tutti i populismi si reggono, e dall’altro a mettere in campo, in primo luogo a livello sovranazionale, nuovi strumenti politici e istituzionali in grado di combattere, assai più efficacemente di quanto non sia avvenuto fino ad oggi, le disuguaglianze, la disoccupazione, la sottoccupazione, l’ingiustizia economica e sociale.
La speranza di prosciugare i populismi passa certamente da una radicale moralizzazione della vita pubblica e da una lotta senza quartiere alla corruzione e agli abusi di potere.
Ma più di ogni altra cosa conterà la capacità di ridurre l’area del disagio sociale e dell’insicurezza economica e identitaria.
Questa seconda impresa può avere successo solo se i partiti tradizionali, e in particolare quelli di centrosinistra, faranno un salto di qualità, dimostrandosi modernamente capaci, senza nostalgie fuori luogo, e con mezzi adeguati ai tempi in cui viviamo, di occuparsi con pari forza sia dei meriti che dei bisogni; di rappresentare contemporaneamente chi ce la fa e investe e rischia, e chi non invece non ce la fa; le parti più dinamiche e intraprendenti della società e gli strati di popolazione che maggiormente soffrono le conseguenze della crisi economica.
Specialmente in Italia, si può battere un catch-all party anti-sistema come il M5S solo costruendo nel centrosinistra un catch-all party che sia più forte del M5S non solo nel primo turno ma anche in un eventuale ballottaggio. Un partito in grado di conquistare consensi in pari misura a sinistra e presso l’elettorato moderato, mediano, fluttuante.
Non riuscirebbe a conseguire questo risultato un partito che pensasse a coprirsi  e a rafforzarsi solo a sinistra o solo al centro. Servono la doppia copertura e il doppio rafforzamento.
Debbo infine segnalare che non condivido affatto l’idea, sostenuta più o meno esplicitamente anche da alcuni politici del centrosinistra italiano, che per sconfiggere i populismi si debba ricorrere a un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale che impedisca loro di arrivare al governo.
Questa sarebbe una scorciatoia politicista, che avrebbe più svantaggi che vantaggi.
Un metodo proporzionale di conversione dei voti in seggi minimizza certamente le possibilità del più grande partito populista italiano di andare al governo a seguito di una vittoria elettorale.
La minimizza perché, con un sistema di voto proporzionale, un partito come il M5S, non essendo disposto a fare alcuna alleanza, potrebbe insediarsi al governo solo nella irrealistica eventualità che riuscisse a raccogliere il 50% più uno dei voti validi nel primo e unico turno elettorale.
Ma è del pari vero che un sistema proporzionale minimizza anche la possibilità di avere governi stabili e omogenei, perché espropria i cittadini del diritto di scegliere, votando, non solo chi dovrà rappresentarli, ma anche chi dovrà governarli.
Come insegna il caso spagnolo, in presenza di un sistema partitico tripolare o quadripolare, un regime elettorale proporzionale produce o equilibri di paralisi e immobilismo, conditi da un susseguirsi di elezioni non decidenti, o grandi coalizioni disomogenee e incoerenti, incapaci di progettare e realizzare politiche e riforme di lungo periodo e di largo respiro.
Le grandi coalizioni, che in Italia chiamiamo anche «governi di larghe intese», possono a prima vista sembrare un antidoto contro il populismo, al quale sbarrano le porte del governo.
Ma lo sarebbero solo nel breve periodo. Nel lungo periodo non farebbero che rafforzarlo.
DARIO PARRINI

 

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