Michele Nicoletti da L’Adige di oggi

Sì al referendum, più forti in Europa (pubblicato oggi sul quotidiano l’Adige).

 

Nella discussione sulla riforma costituzionale continua ad esserci troppo poca attenzione al quadro europeo. Quando si parla di equilibrio tra i poteri o di rapporto tra poteri centrali e poteri locali non si può ignorare che, dal 1948 a oggi, la geografia del potere legale – e non solo del potere di fatto – è profondamente cambiata.

La nostra legislazione per due terzi è fatta di recepimento di normative europee e in tema di diritti è in gran parte influenzata dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo. Non c’è materia politica – dall’economia alla difesa all’immigrazione – in cui, se la politica ha la possibilità di incidere, è a livello europeo e non più a livello nazionale. Per questo tutti invochiamo un’Europa più giusta e solidale.

Se questo è vero, dovremmo batterci tutti non per difenderci dall’Europa, ma per un’Europa più democratica, ossia per aumentare il potere dei cittadini nella determinazione della politica europea e nella verifica e valutazione dell’impatto della politica comunitaria sui territori e sulla vita delle persone. A questo serve un sistema elettorale che dà la possibilità ai cittadini di dare al proprio governo (che a Bruxelles siede come legislatore) un chiaro indirizzo politico e un Senato dei territori che svolge una funzione di raccordo tra i diversi livelli: locale, nazionale, europeo. Non servono governicchi fatti e disfatti da convenienze dei partiti, che sarebbero totalmente irrilevanti a livello internazionale, né serve un doppione della Camera, ma una reale e nuova rappresentanza dei territori.

In questo quadro – segnato da una sovranità compartecipata tra livello nazionale e internazionale secondo la intelligente e profetica previsione dei nostri Padri costituenti all’art. 11 – si capisce meglio anche il riassetto delle Regioni e del Titolo V. Da un lato in un sistema sempre più internazionalizzato, l’esigenza per ogni nazione di fare squadra è essenziale: politiche sull’energia o sul turismo o sui conti pubblici in cui pezzi di Paese agiscono in modo scoordinato e fuori controllo non rafforzano nessuno, alla lunga nemmeno i territori.

Né in un quadro di tutela internazionale dei diritti fondamentali è accettabile un trattamento differenziato del diritto alla salute o del diritto al lavoro o dei diritti delle donne come purtroppo è avvenuto in seguito a improvvisazioni localistiche. Con la riforma si afferma ciò che la Corte Costituzionale in questi anni di contenzioso non si è stancata di ripetere: i diritti fondamentali non sono a disposizione di politiche locali improvvisate e l’interesse del sistema Paese non può venire ignorato.

Dunque più chiari confini nelle competenze tra Stato e Regioni, ma al tempo stesso il riconoscimento – nuovo e straordinario – di un ruolo “politico” ai territori chiamati a partecipare alla legislazione costituzionale e ordinamentale e a svolgere appunto una funzione di raccordo tra Europa, Italia e realtà locali.

In questo orizzonte così fortemente aperto all’Europa risulta comprensibile – e non illogico – che le Regioni a Statuto Speciale mantengano la loro “specialità” in quanto da sempre vocate in modo particolare a una funzione di “raccordo” col mondo esterno e a una funzione di “integrazione” di minoranze etniche e linguistiche nel quadro repubblicano.

Dunque le specialità rimangono. Non solo. Per la prima volta entra in Costituzione il principio dell’”intesa” per procedere alla revisione degli Statuti. Mentre in passato il Parlamento poteva procedere da solo alla modifica degli Statuti – sia pure sentiti i Consigli regionali/provinciali e con procedura di legge costituzionale – ora è necessario l’accordo con le Regioni e Province speciali. Così si legge nel Documento approvato dalla Commissione Parlamentare per le questioni regionali nella seduta del 4 novembre 2015: «Per ciò che attiene al procedimento di revisione statutaria, occorre richiamare l’attenzione sul carattere innovativo della procedura prevista, che richiede la previa intesa con la Regione interessata. Si viene così a delineare una nuova fonte del diritto, di rango costituzionale, rafforzata e atipica, in quanto frutto di un procedimento particolare, che introduce, per la prima volta, un elemento di natura pattizia alla base dello statuto».

Sarebbe strano se questa innovazione, ottenuta dai parlamentari delle “speciali” e così fortemente sottolineata da un Commissione Parlamentare costituita da deputati di tutte le Regioni e di tutti i partiti, non venisse colta e valorizzata in Trentino. Da un’analisi del testo della riforma emerge un chiaro rafforzamento dell’autonomia speciale rispetto al passato. E questo – accanto alle altre ragioni più generali – dovrebbe essere un buon motivo per sostenere le ragioni del “sì” al referendum. Con la riforma – per l’Italia e per il Trentino – può aprirsi un protagonismo nuovo sul terreno europeo. E sarebbe un peccato se una terra a spiccata vocazione europea come il Trentino non fosse in prima linea.

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