Riforma costituzionale- Giorgio Tonini su l’Adige del 12 agosto

Ora si potrà decidere
Riforma Senato, sistema sbloccato

GIORGIO TONINI
Vicepresidente dei senatori del Pd, eletto nel collegio di Pergine Valsugana

Sandra Tafner, su queste colonne, chiede che “qualcuno tra i politici” spieghi “con parole semplici” perché tanta enfasi e tanto impegno nella riforma del Senato, quando ben altre sarebbero le emergenze del paese, a cominciare dal lavoro che manca.
In realtà, non è affatto vero che in questi mesi di governo Renzi (non sono ancora sei…), esecutivo e parlamento si siano occupati solo o anche principalmente di riforme elettorali e costituzionali. Si sono innanzi tutto occupati di economia e di lavoro, con i due decreti sugli 80 euro e sui contratti a termine, subito convertiti in legge, e con il disegno di legge delega sul lavoro all’esame della competente commissione del Senato, che sarà approvato in settembre. Si sono occupati di riforma della pubblica amministrazione: un decreto Madia è stato approvato dal parlamento e un disegno di legge verrà “lavorato” dalle commissioni alla ripresa. Di competitività del nostro sistema produttivo, con il decreto della ministra Guidi, approvato pochi giorni fa definitivamente dal Senato. Di cultura, con un importante provvedimento firmato dal ministro Franceschini, anch’esso già convertito in legge dal parlamento. Senato e Camera hanno approvato, pressoché all’unanimità, naturalmente nel più assoluto silenzio dei media (si sa, la materia non è sexy, né si presta al gossip), perfino la riforma della cooperazione allo sviluppo: era dal 2006 che, come relatore del provvedimento, cercavo di trovare uno spazietto nei calendari parlamentari. C’è voluto il governo Renzi perché mi riuscisse di farlo.
Detto questo, la riforma costituzionale era ed è assolutamente necessaria ed urgente, per il paese. Lo è da decenni, ogni anno di più. Perché è da decenni, ogni anno di più, che l’Italia soffre, in una misura sconosciuta a qualsiasi altro grande paese europeo, la saldatura tra una endemica crisi economica e sociale (manifestata prima dall’alta inflazione, poi da un abnorme debito pubblico, in un contesto di bassa crescita ed elevata disuguaglianza) e una strutturale inadeguatezza del suo sistema politico e istituzionale, evidenziata dalla cronica instabilità dei governi. Negli ultimi tre anni, gli anni più duri della crisi, l’Italia ha visto alternarsi quattro governi: nell’estate del 2011, a Palazzo Chigi c’era ancora Berlusconi e all’economia il ministro Tremonti. Poi è stata la volta di Monti con Grilli e, dopo le elezioni, che non hanno avuto un vero vincitore, e la travagliata rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, è toccato a Letta con Saccomanni, prima di Renzi con Padoan. Nessun paese europeo ha conosciuto il turn-over di governi e ministri che ha conosciuto l’Italia. La Merkel guida la Germania da nove anni: è così difficile immaginare che per lei, come per gli altri leader europei, la nostra strutturale instabilità sia da considerarsi il primo dei nostri problemi?
Del resto, la priorità delle riforme della politica non è un’invenzione di Renzi. E neppure un’ossessione di Napolitano. Era il 1979 (35 anni fa, Renzi faceva l’asilo e la Boschi non era ancora nata…) quando Nilde Iotti, da poco presidente della Camera, in un importante discorso a Piombino, rompendo lo schema delle celebrazioni retoriche della Costituzione, disse che bisognava cambiarla, la nostra Carta fondamentale, per ridurre il numero dei parlamentari, superare il bicameralismo perfetto e trasformare il Senato in una camera delle autonomie, sul modello del Bundesrat tedesco. Nove anni dopo, ispirato da Roberto Ruffilli, le stesse cose le diceva Mino Martinazzoli, in un convegno dei deputati dc, auspicando che si facesse presto, per evitare che si allargasse troppo la frattura tra la politica e i cittadini… Eravamo nel 1988: sembrava che si potesse fare sul serio, tanto è vero che Giovanni Spadolini, allora presidente del Senato, volle cambiare il regolamento dell’assemblea di Palazzo Madama, per escludere le modifiche alla Costituzione dalle materie sottoponibili al voto segreto. Voleva evitare, spiegò, che i senatori si trincerassero dietro lo schermo dell’anonimato per salvare se stessi… Di nulla di fatto in nulla di fatto, arriviamo al 1995, alle famose Tesi dell’Ulivo di Prodi, che rilanciavano la riforma del parlamento: una sola Camera politica, eletta col sistema maggioritario, e un Senato delle autonomie, composto da rappresentanti in carica delle Regioni. Ma anche quelle speranze si infransero contro gli scogli dell’inconcludenza politico-parlamentare. C’è voluto un governo di trentenni, con l’energia e anche l’arroganza tipiche della giovane età, per portare a casa, almeno in prima lettura (ne servono almeno altre tre, più il referendum…), una riforma attesa da decenni. Una riforma che, ovviamente, può non essere condivisa e può anzi essere fieramente avversata. Ma della quale non si può dire, senza cadere nel ridicolo, che sia stata fatta in fretta (se 35 anni vi sembran pochi…), o che sia un’invenzione estemporanea del duo Renzi-Boschi.
In linea con quanto auspicava Nilde Iotti 35 anni fa, la riforma riduce i parlamentari nazionali del 30 per cento: da 950 a 630. Avremo una sola Camera politica, a Montecitorio, perché solo i deputati voteranno la fiducia al governo: non ci sarà più quindi l’incubo del diverso risultato elettorale alla Camera e al Senato, che ad esempio l’ultima volta ha impedito di formare un governo legittimato dal voto popolare. Formerà il governo, il partito (o la coalizione) che arriverà primo alla Camera dei deputati, come succede in tutti i grandi paesi europei. Il Senato, come auspicavano la Iotti e Martinazzoli, o le tesi dell’Ulivo, svolgerà un’altra funzione, come fanno il Bundesrat tedesco o quello austriaco: camera di rappresentanza delle Regioni e di raccordo tra i legislatori nazionali (i deputati) e quelli locali (i consiglieri regionali). Così, dal Trentino-Alto Adige, andranno a Roma non più 17 parlamentari, come oggi, ma solo 10 deputati; e quando serve, andranno in Senato i presidenti delle province autonome e due sindaci.
Non so quanti punti di PIL o quanti posti di lavoro ci farà guadagnare questa riforma. So per certo che buona parte del PIL e del lavoro che abbiamo perso in questi anni, l’abbiamo persa anche a causa di un sistema politico e istituzionale che sapevamo che andava cambiato già 35 anni fa.

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