Il prof. Pasquale Pasquino su Renzi-Zagrebelsky

Renzi – Zagrebelsky

 

Era interessante vedere e sentire Zagrebelsky al dibattito con Renzi.

Il professore abituato a parlare a lungo dinanzi a studenti ed interlocutori che non interferiscono e non contraddicono. Che parla usando il latino (munus) ed il tedesco (Bundesrat) con aria apparentemente pacata ma evidentemente arrogante e stizzito perché non lo si lascia mai finire, ché se fosse per lui non finirebbe mai di fare lezione. Dall’altra parte un vero animale televisivo, che usa frasi brevi e ad effetto. Un misto di volpe e di leone, come direbbe Machiavelli, che sono le caratteristiche indispensabili per governare un paese un po’ folle come l’Italia, ed affrontare un parlamento di cui si può dire – sappiamo il latino anche noi – hic sunt leones. Se volessi inventare una punizione per Zagrebelsky (mi scuso della tentazione dantesca) lo manderei per una legislatura tutta intera (se mai ci sarà!) nella bolgia parlamentare, con i leghisti ed i grillini.

Zagrebelsky ha sostenuto che le norme e le forme sono sovrastruttura, comprese quelle della nostra Costituzione, come l’articolo 138. Strano per uno che è stato guardiano di quelle forme nella Corte Costituzionale per nove anni. Rottamare il malaffare, come vorrebbe lui, con la Costituzione in vigore non si è riuscito a farlo. Ma allora perché se si tratta di forme, di sovrastrutture, agitarsi tanto per la riforma costituzionale. Certo ci sono dei piccoli difetti nel testo. Ci torno. Ma in sostanza secondo Zagrebelsky la Costituzione non è il vero problema, il problema è la legge elettorale. E il dibattito era in qualche modo falsato dal momento che «si parlava a nuora perché suocera intenda» – anche se credo pochi spettatori abbiano chiaramente inteso i termini del dibattito.

Zagrebelsky però lo ha detto. Lui intende la democrazia (rappresentativa) come un sistema in cui non ci sono vincitori. Ma parlare di vincitori non c’entra con la guerra, qui il cortocircuito linguistico diventa gioco di parole, non si tratta in democrazia di una guerra, ma di governanti responsabili dinanzi al suffragio (par fare universitario, si dice accountability). La concezione consociativa e partitocratica della democrazia di Zagrebelsky era ragionevole in un paese come l’Italia del secondo dopoguerra. Oggi viviamo in una realtà diversa. Non solo le dittature non fanno più parte del nostro orizzonte politico, ma l’Italia come vollero i padri fondatori è diventata un paese membro dell’Unione Europea, che sostennero innanzitutto gli antifascisti, e deve avere una democrazia ed un governo all’altezza di quelli di paesi membri come la Germania e la Francia.

Il paese non può essere prigioniero dei costanti mercanteggiamenti fra partiti piccoli e grandi.

Sostenere la democrazia consociativa basata sulla legge proporzionale è ciò che piace al M5S (che preferisce fare rumore in Parlamento piuttosto che governare) ed ai residui della destra che ha governato il paese per quasi tutto lo scorso ventennio. Meglio partecipare che perdere.

La democrazia italiana deve essere in grado di decidere invece di posporre.

La legge elettorale approvata per la Camera, che suppone la fine del bicameralismo fotocopia, è un primo passo avanti in questa direzione. Dalla democrazia partitocratica a quella dell’alternanza. Se si vuole andare ai riferimenti nobili in dottrina: dalla democrazia di Kelsen a quella di Schumpeter. Dalla Quarta Repubblica Francese an modello inglese di Westminster, più la Corte Costituzionale.

 

Le costituzioni si fanno insieme. Ma la riforma Boschi non è una costituzione, è un buon tentativo di razionalizzare il nostro sistema parlamentare, che non tocca nessuna struttura fondamentale. Né il parlamentarismo, né i diritti fondamentali, non la Corte Costituzionale e si avventura anzi a proporre un presidente della Repubblica difficile da trovare perché dovrà necessariamente essere super partes, poiché eletto a maggioranza qualificata, come i giudici della Consulta nominati dal Parlamento. Il federalismo, infine, si modifica a favore delle regioni più deboli. E perché no?

 

Se un professore di diritto costituzionale non sa trovare un difetto in una qualsivoglia costituzione del mondo, non è un costituzionalista competente. Nella riforma sottoposta a referendum c’è un difetto, che Zagrebelsky poteva meglio esporre.

All’ Art. 6. (Modifiche all’articolo 64 della Costituzione), terzo comma si può leggere:

«I membri del Parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni».

Qui il governo riformatore si è fatto prendere da eccesso di zelo.

Tale obbligo non esiste né per i senatori francesi, che hanno notoriamente altre cariche pubbliche, né per i membri del Senato federale tedesco, che possono delegare altre persone a rappresentarli alle riunioni.

Ma si tratta di un peccadillo che sarà possibile modificare con la legge relativa alla elezione dei senatori.

 

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