Pasquale Pasquino versus Zagrebelsky su oligarchia e referendum

 

Oligarchia, democrazia e la riforma costituzionale.

pasqualepasquino

New York University

 

 

Gustavo Zagrebelsky ha abbastanza familiarità con la Politica di Aristotele per poter affermare, senza timore di essere smentito, che nel quadro della classificazione delle forme di governo dell’autore di quel testo classico l’oligarchia non è solo il governo dei pochi, ma dei ricchi (fossero anch’essi la maggioranza), i quali perseguono solo i propri interessi e non quelli della comunità; come accade invece nel caso dell’aristocrazia, la forma di governo in cui i pochi (ricchi o meno) governano nell’interesse di tutti. E quindi sa anche che per lo stesso autore la demokratia non è affatto una buona forma di governo, ma una forma corrotta, perché le classi medio basse (il demos) non sono in grado di governare nell’interesse comune, ma governano esclusivamente nell’interesse della propria parte. Così scriveva senza ambiguità Aristotele ed è questa la ragione per cui difendeva il governo misto, dove ricchi e poveri gnorimoi ed aporoi governavano insieme. Un modello di buon governo caratteristico per molti secoli di società in cui non si era ancora affermato il principio del giusnaturalismo moderno dell’uguaglianza dei diritti di tutti i cittadini. Polibio e Machiavelli riprenderanno questo modello antico parlando della Repubblica romana e della sua “costituzione perfetta”. È Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, che difenderà una diversa concezione del governo misto, quella per cui l’elemento democratico viene identificato col principio elettorale, attivo e passivo, esteso a tutti, e quello aristocratico con le élites, scelte da tutti i membri della comunità per governare.

Ma revenons sur terre, come diceva Raymond Aron, ed ai problemi di oggi. Qui Zagrebelsky fa un bel salto da Aristotele a Marx o a Hilferding. A questo punto la democrazia dei moderni, un governo di pochi scelti dai cittadini elettori e responsabili dinanzi ad essi, diventa di colpo l’oligarchia del capitale finanziario internazionale, che si nasconde agli occhi dei cittadini ingenui dietro un velo! Le elezioni sono irrilevanti, le Corti Costituzionali ammutolite come in Polonia e la costituzione si riduce a forme sovrastrutturali, perché solo conta la costituzione materiale, il cui contenuto resta da precisare.

“Quando il conflitto cessa di esistere, quello è il momento delle oligarchie” aggiunge l’ex giudice costituzionale. Questa è un’idea originale, poiché nella storia i governi oligarchici sono stati caratterizzati da scontri interni, spesso violenti. Certo, potrebbe dire l’autore di questa interessante definizione, ma si trattava di scontri interni alle élites, non di scontri fra il popoli. Ciascuno è certamente padrone, nei limiti della ragionevolezza, di definire i termini come vuole. Ci si può chiedere, però, in che mondo vive l’autore di questa definizione, se con essa pensa all’Italia, un paese in cui il conflitto e il disaccordo è imperante, invadente e spesso purtroppo anche astioso, accompagnato da ingiurie, richiese di rispetto, accuse di arroganza reciproca e che più ne ha più ne metta. Non è chiara da dove venga una tale percezione della politica del paese, come se il nostro fosse o rischiasse di diventare una fotocopia di quello governato da Erdogan, da Orban o da Fidel Castro. Sembra leggendo l’articolo di Zagrebelsky su Repubblica di leggere Travaglio (certo, dopo che gli hanno spiegato la Politica di Aristotele)!

C’è però un secondo salto mortale questa volta dalla oligarchia del capitale finanziario alla riforma costituzionale. Quale sia il nesso della catastrofica descrizione e ancor più previsione zagrabelskiana con il tema sottoposto a referendum popolare, nell’articolo di Repubblica non è detto. Si tratta semplicemente di una insinuazione, che pretende scoprire un lembo del velo dell’inganno.

Se poi dietro il velo di ignoranza gettato dagli oligarchi sulle menti e sugli occhi dei cittadini elettori si cela il “combinato disposto” di cui parlano i chierici del diritto gergale, allora bisognerebbe chiedere a Zagrebelsky, con l’aiuto di Aristotele (che di leggi elettorali non era però molto esperto) o anche senza, in che misura l’alternativa al sistema maggioritario approvato per la Camera dei deputati dal Parlamento, cioè una legge proporzionale, sia in grado di produrre un governo a favore dei più deboli! Non l’abbiamo già avuta per cinquant’anni la repubblica proporzionale? Forse Zagrebelsky non ha capito che quello che vogliono gli avversari della riforma (combinata e disposta) è una legge elettorale proporzionale, cioè la partitocrazia. Intanto non ci dice nemmeno con che sistema elettorale secondo lui dovremmo andare a votare.

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