Riforma costituzionale: @giotoni su “Confini” #bastaunsì

 

“Lo scontro nel PD è tra democrazia dell’alternanza e democrazia consociativa”. Intervista a Giorgio Tonini

Oggi il PD compie nove anni. Per l’anagrafe è un partito giovanissimo. Eppure è lontano “anni luce” l’ entusiasmo di quei giorni. Nacquero comitati civici composti da cittadini semplici, militanti di base, intellettuali, per sollecitare la nascita del nuovo soggetto politico che “finalmente avrebbe traghettato il centrosinistra italiano verso la modernità”: il Partito Democratico appunto. Oggi il PD, come gli avvenimenti dei giorni scorsi hanno mostrato, è un partito diviso, lacerato. Per parlare della situazione interna, della lacerazione politica e della sua possibile soluzione, abbiamo intervistato il Senatore Giorgio Tonini. Tonini è stato tra i fondatori del PD. Attualmente è Presidente della Commissione Bilancio del Senato, ed è esponente di spicco della maggioranza renziana all’interno del partito.

Senatore Tonini, diciamoci la verità: l’ultima direzione del suo partito è stata come il “canto del cigno” del PD (così l’ha definita Marcello Sorgi). Insomma, nonostante le aperture di Renzi sulla modifica dell’Italicum, la minoranza non si fida del Segretario-Premier. Bersani smentisce scissioni, e così altri della sinistra dem. Cuperlo entrerà nella Commissione proposta da Renzi per cambiare la legge elettorale. Però il clima è degenerato. Insomma Renzi dovrà pur fare mea culpa se non riesce a tenere unito il partito. Certo anche la minoranza ha le sue colpe: quella, in primis, di vivere in perenne stato congressuale. Non è un bel compleanno (il nono) per il PD. Non è così Senatore?

Non mi convince un’analisi della discussione interna al Pd che si esaurisce attorno a questioni psicologiche (il brutto carattere di questo o il risentimento di quello), o anche solo ad uno scontro di potere e per il potere. Certo, c’è anche tutto questo: la politica è fatta da esseri umani e non da creature angeliche. Ma il nocciolo della questione è un altro: lo ha detto bene Bersani in un’intervista di qualche settimana fa, parlando di “idee diverse della democrazia”. E in effetti, nella discussione sulla riforma costituzionale e sul cosiddetto “combinato disposto” con la legge elettorale, sta riemergendo, in modo via via più chiaro, la frattura tra chi crede in un modello competitivo della democrazia e dunque tende a sposare sistemi elettorali e istituzionali di tipo maggioritario, e chi invece propende per una visione consociativa e consensuale e preferisce quindi sistemi di tipo proporzionale. Con tutta la buona volontà del mondo, e anche mettendo da parte asprezze e spigolosità, non è facile mediare tra queste due visioni. Si può temperare un impianto maggioritario con correttivi garantisti per le minoranze. O, viceversa, si può correggere un sistema proporzionale con soglie d’accesso e altri meccanismi stabilizzatori. Ma al dunque, si deve scegliere quale strada prendere. La via intrapresa dalla riforma costituzionale e da quella elettorale è la prima: è la via della democrazia dell’alternanza, della competizione tra alternative politico-programmatiche, incarnate da leadership riconoscibili; è la via che affida al cittadino elettore il potere di investitura di chi deve governare. Il superamento del bicameralismo paritario, in favore di un sistema nel quale la Camera abbia l’esclusiva del rapporto fiduciario col Governo e per questo eserciti anche un ruolo preminente nel procedimento legislativo, è il primo pilastro di questa visione della democrazia, quello contenuto nella riforma costituzionale. Una regola di elezione della Camera politica, che selezioni uno schieramento e un leader vincitori nella competizione per il governo, è il secondo pilastro, affidato alla legge elettorale, nel nostro caso all’Italicum. La riforma costituzionale, approvata dal Parlamento, è ora affidata al giudizio popolare e su di essa non si può più intervenire. L’Italicum, invece, si può cambiare: la strada è aperta, sia sul piano tecnico, perché si tratta di una legge ordinaria, sia sul piano politico, dopo l’apertura di Renzi all’ultima Direzione nazionale del Pd. Il problema è come cambiarlo: se per correggere alcuni aspetti, anche importanti (ad esempio preferenze o collegi uninominali…), ma senza rimetterne in discussione l’impianto maggioritario, come in molti nel Pd pensiamo, o se invece si vuole dare al paese una legge elettorale che non consente ai cittadini di scegliere chi deve governare, ma vuole riaffidare questa decisione ai parlamentari e ai partiti ai quali essi appartengono. Nel primo caso, la Commissione costituita dalla Direzione su proposta di Renzi, potrà formulare alcune ipotesi sulle quali lavorare in Parlamento. Nel secondo caso, invece, sarà il referendum a sciogliere il nodo.

Dicevamo del nono compleanno , infatti il 14 ottobre 2007 nasceva il PD, di un partito che aveva suscitato grandi speranze. Che è riuscito a rompere un tabù della politica italiana: quello della Sinistra al governo. Pochi “anni dopo, quel partito si trova senza radici e senza orizzonte, con le fonti inaridite e l’identità incerta”. Questo è il duro giudizio di Ezio Mauro, in un editoriale di qualche giorno fa su Repubblica. Forse la “mistica” renziana della “rottamazione” non è riuscita a creare una nuova identità di sinistra democratica. Il punto è proprio questo: la radice dei dissensi politici interni al PD sta qui. Un partito che è scarsamente curato dal segretario. Troppo drastici questi giudizi?

L’identità di un partito, ama dire Alfredo Reichlin, è data dalla sua funzione. La funzione del Pd è stata in questi anni ed è oggi più che mai, quella di guidare l’Italia sulla base di una strategia riformista e democratica, unica alternativa di speranza alle suggestioni populiste e talvolta reazionarie che la più grave crisi economica e sociale del nostro tempo ha fatto sgorgare dal corpo provato e spossato del paese. Una strategia che si è segnalata in Europa come l’unico esempio di sinistra riformista al governo, mentre la socialdemocrazia in quasi tutti i paesi del vecchio continente sprofondava nella crisi più grave della sua storia. Altro che partito senza radici e senza orizzonte! La verità è che la storia di questi anni ha dato ragione alla intuizione culturale che sta alla base del progetto originario del Pd, concepito nell’esperienza dell’Ulivo guidato da Romano Prodi, sbocciato con la leadership fondativa di Walter Veltroni e portato da Matteo Renzi al governo del paese in uno dei passaggi più drammatici della storia d’Italia: l’intuizione per cui solo dall’incontro tra le culture riformiste del Novecento si sarebbe potuto formare e strutturare quel pensiero nuovo, democratico senza aggettivi, che avrebbe potuto guidarci nell’affrontare le inedite questioni proposte dal mondo del Duemila. Certo, questa intuizione ha bisogno di essere coltivata e curata, tradotta in formazione culturale e in una innovativa forma di organizzazione politica. Su questo il Pd è in ritardo. Ma raramente i partiti al govern riescono a trovare energie sufficienti per occuparsi di se stessi: è normale che il nerbo dell forze disponibili sia usato nel e per il governo.

Ora infuria la battaglia sul Referendum. Lei è schierato per il SI. D’Alema ha accusato il vostro fronte di alimentare un “clima intimidatorio” e di essere espressione di un blocco di potere. Anche il vostro fronte non scherza in fatto di esasperazione e provocazione: sul sito “bastaunsi.it” è uscito un articolo che non lascia spazio a molte fantasie: “I punti in comune tra riforma costituzionale e programma del Pdl 2013”. Con il clima che c’è nel vostro partito, una cosa così è un “capolavoro” all’incontrario di comunicazione politica. Il clima è davvero esasperato. Rischia di produrre, il giorno dopo il Referendum, macerie politiche, da qui il richiamo del Presidente Mattarella. Lei non è preoccupato?

Sono molto preoccupato. Come è accaduto in altri passaggi della tormentata vicenda della nostra democrazia difficile, vedo aggregarsi forze che hanno in comune solo la volontà di opporsi, di contrastare, di impedire al faticoso lavoro del riformismo politico e istituzionale di procedere e di produrre risultati, per quanto limitati, parziali e perfino imperfetti. Questo grande fronte trasversale può far perdere il riformismo, ma non può vincere, se vincere significa non solo battere l’avversario, ma promuovere una visione alternativa. Se vincerà il Sì, il progetto politico riformista e democratico riceverà dal consenso popolare la forza necessaria ad andare avanti nell’opera, al tempo stesso determinata e paziente, di cambiamento del paese. Se invece prevarrà il fronte del No, ci troveremo in un vuoto, di visione e di proposta, malamente colmato da un rassegnato ritorno, un ripiegamento in un sistema politico istituzionale neo-proporzionale, nel quale nessuno vince, nessuno perde e nulla può cambiare. Come si possa pensare di affrontare i grandi nodi strutturali del paese con un sistema politico-istituzionale così debole e frammentato è per me un mistero. Quanto all’accostamento della riforma costituzionale sottoposta al referendum, al programma del Pdl del 2013, non so dire se sia un capolavoro o un infortunio sul piano della comunicazione politica. Dico però che i nostri avversari devono decidersi: vogliono contrastare la riforma perché “approvata a maggioranza spaccando il paese”, o invece perché “copiata dal programma di Berlusconi”? La verità storica è molto più semplice: il percorso riformatore di questa legislatura è nato da un patto tra Pd, Pdl e centristi, lo stesso che ha dato vita, sotto la guida del presidente Napolitano, al governo Letta. Un governo che aveva proprio nelle riforme istituzionali il primo punto programmatico. E le riforme individuate come possibili erano quelle sulle quali si poteva registrare il più alto livello di consenso: la riforma del bicameralismo, la revisione del titolo V nelle parti che non avevano funzionato e la riforma elettorale. Si erano invece accantonati temi più divisivi, come quello della forma di governo (premierato o presidenzialismo), per non dire della questione della giustizia. Dire dunque che la riforma approvata era ampiamente contenuta nei programmi del Pdl, come per altro verso del Pd, è ricordare una ovvietà, come è un’ovvietà ricordare che la rottura con Forza Italia non è si è determinata sul contenuto della riforma, ma su questioni di quadro politico esterne alla riforma stessa. Raccogliere il giusto invito del presidente della Repubblica dovrebbe significare innanzi tutto non nascondere o addirittura mistificare queste elementari verità storiche.

Parliamo di Economia. Lei è presidente della Commissione Bilancio del Senato. Organismo importante. Avete ascoltato il Ministro Padoan. Il governo punta ad una crescita dell’1%. Cifra che viene contestata dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, ma anche da altri organismi. A parte i dati di agosto, sicuramente importanti, non è che l’anno 2016 sia stato all’altezza delle aspettative del governo. Insomma l’ennesimo spot ottimistico?

Portare il tasso di crescita dell’economia italiana all’1% nel 2017 non è uno spot ottimistico, ma un obiettivo programmatico che il Governo intende perseguire con grande determinazione. L’ufficio parlamentare di Bilancio, autorità tecnica autonoma, istituita grazie al nuovo articolo 81 della Costituzione, riformato nel 2012, ha espresso dubbi sulla reale possibilità di raggiungere questo obiettivo di crescita, con un deficit pubblico che voglia mantenersi entro il limite del 2%. Al momento tuttavia la Commissione europea non ha ancora accolto la richiesta, da parte delle’ l’Italia, di superare quel limite, anche se il Governo ha già chiesto al Parlamento di essere autorizzato a discostarsene di uno 0,4% di PIL. Qualora questo scostamento venisse in tutto o in parte accettato dall’Unione europea, anche la divergenza tra il Governo e l’ufficio parlamentare del Bilancio sarebbe destinata a ricomporsi. Accanto alla dimensione quantitativa della manovra, decisiva ai fini del raggiungimento degli obiettivi di crescita sarà la sua composizione qualitativa: in particolare è decisivo che una parte significativa delle risorse impiegate nella manovra venga utilizzata per sostenere gli investimenti, sia pubblici che privati.

Lei è ottimista sulla flessibilità di bilancio? Non le pare che stiamo grattando il fondo del Barile?

Penso che dobbiamo creare le condizioni per spingere la crescita oltre l’1%, per portarla verso il 2, se vogliamo che se ne avvertano gli effetti positivi nella vita concreta delle famiglie e delle imprese. Arrivare a questo obbiettivo, che è poi il senso del nostro lavoro, comporta due condizioni, la prima delle quali è nelle nostre mani solo fino ad un certo punto ed è riuscire davvero a cambiare verso alla politica economica europea, ristabilendo il primato politico della crescita rispetto alla stabilità. Abbiamo infatti bisogno che, accanto al lavoro di risanamento, che è necessario venga fatto dagli Stati nazionali, e che quindi accanto al fiscal compact – che non rinneghiamo, perché costituisce un principio d’ordine necessario in una federazione di Stati, che mantengono ancora una forte sovranità sulle politiche economiche e nello stesso tempo vogliono avere in tasca la stessa moneta – accanto a questo elemento di disciplina ci sia un motore espansivo, che si accenda a livello federale. Quando il nostro Presidente del Consiglio invita a fare come in America, intende esattamente questo. Negli Stati Uniti d'America, gli Stati che compongono l’Unione hanno il dovere del pareggio di bilancio: se non hanno il bilancio in pareggio, vanno in default e nessuno li assiste. Allo stesso tempo, però, c’è il motore federale che si accende e c’è un’enorme spinta espansiva, dovuta al fatto che l’azione del Governo federale e il Tesoro americano favoriscono la crescita e l’occupazione. Questo è il compromesso su cui si reggono gli Stati Uniti, che certamente ha i suoi problemi e i suoi limiti, ma i dati ci dicono che, pur con tutti i problemi, sta funzionando molto meglio del compromesso europeo, che spinge gli Stati a rispettare il rigore di bilancio, ma poi non ha il motore federale che si accende e spinge la crescita. Dunque è stata inventata la flessibilità, che ci tiene in vita in questo momento. Se ci togliamo questo ossigeno, soffochiamo. Altro è dire che questo ossigeno, quel poco che c’è, va usato in maniera intelligente. Qui le parole chiave sono due: una è la parola “riforme”, l’altra è la parola “investimenti”. Le riforme sono necessarie, perché sono gli scarponi che usiamo per camminare su quel crinale così sottile e scivoloso che separa i due precipizi che abbiamo ai lati del nostro cammmino: da un lato lo spread, dall’altro la recessione. Se indossiamo scarpe con le suole lisce, è facile scivolare e precipitare. Se abbiamo i ramponi, è più facile camminare con passo sicuro e possiamo anche accelerare il ritmo del nostro passo. Fuor di metafora, ciò vuol dire che gli 800 miliardi di euro di spesa pubblica devono essere riqualificati, posto che non possono crescere, ma semmai devono diminuire un po’. Per farli diminuire un po’ e produrre crescita e uguaglianza sociale li dobbiamo riqualificare, ristrutturando la spesa pubblica, attraverso le riforme, cominciando dall’alto, ovvero dal Parlamento. Se infatti il Parlamento non funziona, non funziona lo Stato e, se non funziona lo Stato, l’economia va a farsi benedire. Questo è un concetto di normale buon senso: poi possiamo discutere sul merito di come si riorganizzano il Parlamento, il Governo di un Paese e lo Stato. Dire però che questo sarebbe un diversivo non ha senso, perché sarebbe come dire che non ci importa nulla della qualità delle nostre scarpe, mentre dobbiamo camminare su un tratto esposto e quindi pericoloso.

Renzi a Ventotene ha provato a rilanciare il sogno europeo. Ma qualche giorno dopo si è frantumato. Quanto pesa Renzi in Europa?

Renzi si trova a governare l’Italia nel pieno della crisi più grave del progetto europeo dal 1957 ad oggi. Ventotene e Bratislava sono due eventi che insieme ci descrivono perfettamente lo stato attuale della questione europea. Innanzi tutto ci dicono entrambi che i paesi che hanno sulle spalle la responsabilità più grande rispetto al futuro dell’Europa sono Germania, Francia e Italia: se i tre grandi fondatori agiscono in modo solidale e coeso, gli altri seguono. Se invece si fermano, la forza centrifuga prevale su quella centripeta e il progetto europeo entra in crisi. A Ventotene, dinanzi alle radici della più grande utopia storico-concreta che il Novecento ci abbia trasmesso in eredità e di fronte alla vista del Mediterraneo, con le sfide gigantesche che i suoi precari equilibri devono fronteggiare, sembravano prevalere la consapevolezza, la responsabilità e la solidarietà. Viceversa, a Bratislava, sono riemersi con prepotenza i conflitti fra interessi nazionali, secondo il copione tipico del procedimento intergovernativo. La prossima primavera l’Italia ospiterà il vertice programmato per celebrare il 60º anniversario dei Trattati di Roma: anche per questo abbiamo bisogno che il nostro paese arrivi alla prossima primavera, forte di una confermata stabilità di governo e di un riaffermato indirizzo politico riformatore.

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