L’Europa e le istituzioni: quali modelli?

Intervento di Stefano Ceccanti

Stresa, 21 ottobre

  1. Spostarsi (con chi vuole) nel continuum verso la polarità federale: la prospettiva unionista

Il modello verso cui tendere in termini di tipo di Stato europeo è quello di un equilibrio più spostato di oggi verso un assetto federale più che confederale. Uno spostamento sull’ideale continuum che vede agli estremi le uniche due soluzioni praticabili, federale e confederale, essendo ovviamente esclusa una centralizzazione da Stato nazionale classico.

Una prospettiva unionista e non statalista, come ben precisa Sergio Fabbrini.

Già oggi infatti accanto ad alcuni elementi dominanti di carattere confederale (la genesi, ossia i Trattati; la centralità dei negoziati tra Governi, un ampio uso dell’unanimità) abbiamo anche alcune caratteristiche federali (una certa prevalenza del diritto comunitario presidiata dalla Corte di giustizia, il ruolo del Parlamento e della Commissione anche con la legittimazione diretta del suo Presidente).

Bisogna vedere in termini di forma di governo se questa evoluzione debba seguire la linea sin qui tracciata dai federalisti, ossia la parlamentarizzazione, o se si tratti di imboccare una via presidenziale simil-americana. Posizioni tutte e due astrattamente difendibili. Certamente, però, non ci si potrà non dotare di un government a cui corrisponda un vero bilancio europeo rispetto a quello risibile odierno.

Ovviamente ciò può essere fatto solo con chi voglia aderire a questa prospettiva più impegnativa, ferma la disponibilità a mantenere con gli altri un’area di mercato economico comune.

  1. Come innescare il processo: l’allineamento dei tre Paesi più grandi

Non mi sembra però che oggi il problema consista nel delineare la soluzione concreta o le soluzioni concrete adottabili. Il nodo consiste nell’innesco del processo.

Esso richiede in sostanza un allineamento su questa direttrice dei tre pianeti, dei tre Paesi più grandi: due di essi, la Francia a primavera e la Germania in autunno, sono come bloccati perché le dirigenze politiche, pur essendo intimamente convinte di questa prospettiva, temono di eccitare gli elettorati in direzione opposta e adottano quindi un approccio minimalista. E’ possibile che questa impostazione sia sbagliata, tuttavia con essa occorre fare i conti. E’ tuttavia vero che usciti dalle due tornate elettorali più facilmente la Francia, con qualche difficoltà in più la Germania (la Grande Coalizione ripetuta sta riducendo ad ogni legislatura la somma di voti e seggi dei due partiti di governo, specie della Spd) dovrebbero essere pronte a questo allineamento.

A quel punto, però, troveremo ancora l’Italia? Mi sembra che, che lo si voglia o meno, solo se nel frattempo fosse riuscita l’opera di manutenzione straordinaria della Costituzione in corso  il nostro Paese sarebbe ancora capace di trainare per la propria parte questo processo. In caso contrario, anche al di là dei contenuti specifici comunque meritori della concreta riforma soggetta a referendum il prossimo 4 dicembre, che eliminano l’anomalia del doppio rapporto fiduciario e che sono in grado di ridurre sensibilmente il conflitto Stato-Regioni col nuovo Senato delle autonomie, l’impatto delle forze contestative anti-europee che rappresentano, pur nell’eterogeneità, il nucleo egemone dello schieramento odierno del No, potrebbe farci trovare impreparati come sistema-Paese proprio nella finestra temporale propizia.

Per questo la prospettiva unionista dell’intera Europa ha bisogno oggi di un successo del referendum sulla revisione costituzionale italiana.

 

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