Giampiero Dalla Zuanna replica a La Valle #bastaunsì

Speranza e responsabilità

 

Gianpiero Dalla Zuanna

 

 

Mi permetto di commentare quanto scrive Raniero La Valle (RLV) a sostegno del NO al referendum.

http://ranierolavalle.blogspot.it/2016/10/il-vero-quesito-approvate-il.html

Premetto che non sono un costituzionalista, ma ho vissuto con passione, dai banchi del Senato, la costruzione di questa legge di revisione costituzionale. Non ho neanche la penna di Raniero La Valle … ma cercherò lo stesso di chiarire il mio pensiero.

 

Un oscuro nemico esterno?

 

Iniziamo dall’ultima parte del testo di RLV, dove si dice che la riforma sarebbe il punto di arrivo del tentativo di togliere il potere dal popolo (e quindi dai poveri) per darlo al mercato (e quindi ai ricchi). Io credo che questo discorso sia una nuova versione della teoria dei complotti, purtroppo simile a quella in auge durante il fascismo (che parlava del potere pluto-giudaico-massonico), e nel dopoguerra sotto la spinta del comunismo sovietico (che parlava del potere dei capitalisti asserviti agli USA). Abbiamo poi visto qual era la verità. Non c’era nessun potere oscuro, e quanti lo paventavano in realtà erano i protagonisti di altra vera oppressione, che si è dolorosamente rivelata prima con la guerra e con la Shoa, poi con l’arcipelago Gulag e gli stati-caserma dell’Est Europa.

 

RLV continua a ripetere una storia cui anche lui ha partecipato, da indipendente eletto nel PCI: c’è un nemico esterno che vuole imporre la sua volontà al popolo italiano, allenandosi con forze interne: per il PCI era la DC, per RLV è Renzi.

 

In realtà non ci sono e non ci sono mai stati oscuri nemici esterni, la storia è nello stesso tempo più semplice e più complicata. Più semplice, perché gli oscuri complotti non sono mai stati provati. Più complicata, perché la vicenda italiana è frutto di spinte e controspinte di poteri di vario genere, a volte espliciti e a volte oscuri, che a volte hanno generato benessere diffuso, a volte privilegi per pochi, a volte ricchezza e a volte povertà, a volte commedie e a volte tragedie. Ci sono le multinazionali, ma ci sono anche le organizzazioni delle piccole e medie imprese, ci sono i petrolieri, ma ci sono anche le organizzazioni delle aziende che producono energie rinnovabili. Ci sono gli emissari degli USA, ma anche quelli che sostengono gli interessi della Cina, della Russia e della Germania. Gli emissari delle banche, ma anche quelli dei consumatori. Le grandi associazioni cattoliche e laiche, piccoli e grandi gruppi di opinione più o meno influenti. I mass media e la stampa indipendente. Tutti hanno i loro collegamenti con il Parlamento, le burocrazie ministeriali, il governo.

 

L’interazione fra tutte queste forze genera l’azione politica, l’opinione pubblica, e in democrazia influenza anche i risultati delle elezioni. Abbiamo l’età per ricordare gli anni del terrorismo, dello stragismo, di tangentopoli, ma anche del boom economico e del’incredibile aumento della salute individuale e collettiva. Sarebbe troppo bello se la lettura complottistica fosse vera! Saremmo tutti esentati da responsabilità collettive e individuali, che invece ci sono, e ci hanno condotto all’attuale complicata situazione politica e sociale.

 

È proprio la consapevolezza della nostra responsabilità a spingerci a fare questa riforma. Che non è la riforma delle Banche Mondiali e degli USA, ma del Parlamento eletto dal popolo italiano, dopo 30 anni di gestazione, 2 anni di lavoro parlamentare, 3+3 votazioni alla Camera e al Senato che non sono mai scese sotto il 55% dei parlamentari votanti. Addirittura 200 senatori su 320 in prima lettura, quando solo 5* e SEL hanno votato contro, e persino la Lega si è astenuta. È una riforma che vuole aggiornare la seconda parte della Costituzione per realizzare le sublimi parole e gli importanti principi dichiarati nella prima.

 

RLV è stato un personaggio importante in una stagione dell’Italia, quella del Concilio e dell’affrancarsi dei cattolici dal soffocante mono-partitismo. Ha avuto un ruolo personale importante nel gruppo dei “Cattolici per il NO” ai tempi del referendum del divorzio. Mi fa tristezza vederlo ora rilanciare questo slogan, quarant’anni dopo, come se i tempi non fossero radicalmente cambiati, come se esistesse ancora la Cortina di Ferro, come se da allora non fosse cambiato nulla.

 

Meno potere al popolo?

 

E qui vengo alla prima parte della lettera. L’idea è che con questa riforma si esautora il Parlamento e quindi il popolo. Sono costretto a ricordare brevemente cosa è successo negli ultimi 30 anni. Con la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra fredda, il crollo del sistema dei grandi partiti, ossia con il tramonto del mondo di RLV, le elezioni in Italia hanno cessato di individuare vincitori e vinti. In particolare, nel corso delle ultime 5 elezioni, per 3 volte è risultata una maggioranza diversa alla Camera e al Senato. È successo con Berlusconi, che dopo due anni ha dovuto alzare bandiera bianca. È successo con Prodi, che al Senato aveva una risicata maggioranza, ed è stato abbattuto dalla giravolta di alcuni senatori di estrema sinistra. È successo infine con le elezioni del 2013, quando l’Unione di Bersani conquistò per un pelo (50 mila voti …) la maggioranza alla Camera, ma non al Senato. Perché, a differenza di quanto accadeva nella prima Repubblica, giovani e vecchi oggi spesso votano in modo diverso, e quindi Camera e Senato (per cui oggi non votano i 18-24enni) possono dare maggioranze diverse, specialmente se – come spesso accade – la lotta è all’ultimo voto.

 

Questa situazione ha portato alla drammatica situazione della primavera successiva alle elezioni del 2013, quando il paese rimase mesi senza governo, e non c’era la maggioranza per eleggere un presidente della repubblica (i 101 franche tiratori contro Prodi …). Allora tutti sono andati a chiedere in ginocchio a Napolitano di ricandidarsi, e lui ha accettato a quasi 90 anni, a condizione di costruire una legge elettorale nuova e riforme istituzionali congrue alla nuova situazione.

 

Perché il problema è che con le larghe intese – inevitabili se dalle urne non esce una maggioranza – il popolo viene esautorato dal suo potere di scelta, e tutto diventa un’estenuante mediazione (con continui ricatti reciproci) fra le forze politiche. È proprio in questi ultimi vent’anni – quindi – che il Parlamento (e quindi il popolo) è stato privato dal potere di decidere, di scegliere, di indicare la strada alla politica.

 

Non solo. La perenne instabilità delle maggioranze e delle forze politiche alla Camera e al Senato ha fatto sì che nell’ultimo ventennio – con Governi di ogni possibile colore – il meccanismo legislativo abbia funzionato così: il governo fa un decreto (o la legge di bilancio), questi atti vanno al Parlamento che li debbono approvare in tempi ristretti (un paio di mesi). Quasi sempre, dopo che il Parlamento ha faticosamente inserito un po’ di emendamenti, il Governo pone la fiducia su un maxi-emendanento che a volte recepisce le proposte del Parlamento, a volte introduce nuove norme che by-passano completamente il controllo parlamentare. Io penso di aver votato almeno 65 fiducie in tre anni e mezzo, ai governi Letta e Renzi, e lo stesso hanno fatto i miei colleghi della Camera. Con grande svilimento del Parlamento e – quindi – della volontà popolare. Questo andazzo continuerà se vincerà il NO, perché vorrà dire che agli italiani va bene così. A RLV come a tanti fautori del NO sembra sfuggire un aspetto cruciale: non votiamo fra due possibili riforme, ma fra lo status quo e un cambiamento possibile.

 

Sono stato un po’ lungo, ma ci tengo a precisare perché un Parlamento ha deciso di rinnovare così profondamente il meccanismo istituzionale, a costo di ridurre drasticamente il numero di parlamentari, mettendo a serio rischio la carriera politica di molti dei suoi membri. RLV non parla di tutto questo, lui sembra partire dal presupposto che il sistema attuale funziona. In realtà funzionava forse fino al 1989. Poi è cambiato il mondo. E anche negli ultimi due decenni della Prima Repubblica il sistema ha cominciato a scricchiolare vistosamente, tanto che le mediazioni hanno dovuto essere talmente esasperate che per tenere in piedi la baracca non si è trovato di meglio di scaricare sulle generazioni future il peso di molte decisioni sciagurate, con un debito pubblico che è passato dal 60 al 120% del PIL. 2.000 e passa miliardi che dovranno pagare i nostri figli. Mi spiace insistere su questo tasto, ma anche RLV, da parlamentare, ha contribuito a costruire questo Moloch, altro che poteri oscuri.

 

Senatori impossibilitati a lavorare?

 

Veniamo ora al merito delle riforme. Il Senato non dà più la fiducia, ma a detta di RLV manterrebbe tali e tanti gravosi incarichi che è impensabile per un sindaco o un consigliere regionale poter ricoprire bene i due ruoli. RLV omette di dire che è ciò che fanno egregiamente e senza grandi patemi d’animo i sindaci francesi e i consiglieri dei Lander tedeschi che partecipano ai loro rispettivi Senati. RLV, da ex-parlamentare, sa certamente che per intervenire in modo efficace sulle leggi non è certo indispensabile la presenza continuativa a Roma: non sarebbe vero neanche per noi, se Senato e Camera facessero meno teatro e più sostanza. Ciò che veramente conta è il lavoro preparatorio sulle leggi, che viene fatto assieme allo staff di collaboratori (che resteranno anche nel nuovo Senato) e interagendo informalmente con gli altri parlamentari e con il Governo. La parte del voto e della discussione in aula è solo quella di ratifica, che solo raramente porta novità rilevanti. Il Senato tedesco si trova ordinariamente una volta al mese, ma è considerato il miglior Senato d’Europa.

 

Basteranno poi una trentina di giorni per esaminare, discutere e votare una legge? Certo che basteranno, perché alla Camera la legge farà tutto il suo iter in Commissione e in Aula, e quindi i senatori potranno prendere visione dei testi preliminari, far prima il lavoro istruttorio, e così via. Anzi, i senatori faranno certamente sentire la loro voce quando la legge è ancora in discussione alla Camera, in modo da evitare di intervenire successivamente. E quindi i territori interverranno anche nell’iter legislativo della Camera, in prassi di interazione che sono tutte da costruire, ma che – a mio avviso – potranno essere più collaborative che interdittive.

 

Inoltre, le critiche di RLV vengono formulate avendo in mente il Senato attuale. È invece presumibile che il nuovo Senato non chiederà di intervenire su tutte le leggi votate della Camera, ma si concentrerà su quelle più rilevanti nell’interazione con gli Enti locali e con l’Europa. È stato poi calcolato che se passa la riforma, con riferimento all’ultima legislatura, meno del 10% delle leggi avrebbero avuto necessità del procedimento bicamerale perfetto, riguardando leggi costituzionali o leggi europee di tipo ordinamentale.

 

Tempo sprecato

 

C’è poi un’altra cosa che RLV non menziona. Il bicameralismo perfetto porta a un enorme spreco di tempo nell’attività legislativa. Il raddoppio di tempo necessario per approvare tutte le leggi. Ma anche il fatto che molte leggi vengono approvate da un ramo del Parlamento, ma non dall’altro: 150 nella XVI legislatura, contro le 350 approvate in via definitiva. Oggi noi non iniziamo più nessun iter legislativo di una qualche rilevanza (eccetto gli onnipresenti decreti del Governo, ovviamente) perché siamo certi che da qui a febbraio 2018 – se ci arriveremo – non saremo in grado di completare la doppia lettura di Camera e Senato.

 

Senatori nominati?

 

RLV si sofferma poi su senatori nominati. Qui devo entrare un po’ nei dettagli, perché questa bugia va confutata con forza. Nell’articolo 57 della riforma si dice testualmente che i senatori saranno eletti “in conformità alle scelte degli elettori”. Questa formula è stata inserita dopo furibonde battaglie, ed è stata la condizione che ha determinato il voto favorevole di 20 senatori del PD, che altrimenti avrebbero fatto saltare tutto. Il meccanismo di elezione verrà determinato poi con una legge ordinaria, come sempre si fa con le leggi elettorali, che non vanno mai in Costituzione, essendo molto tecniche e spesso bisognose di modifiche anche marginali.

 

Successivamente, Renzi ha dichiarato che il PD fa proprio il disegno di legge del senatore Chiti, che propone di votare alle regionali con due schede,una per eleggere i consiglieri senatori, una per eleggere i consiglieri “semplici”, i primi con criterio proporzionale (come è scritto in Costituzione) ossia senza il premio di maggioranza. E non è che Renzi potrà rimangiarsi la parola, perché la legge elettorale per il Senato dovrà essere approvata anche dal Senato (dove la minoranza PD è in grado di bloccarla) e perché ogni legge elettorale, se passa la riforma, sarà sottoposta a vaglio preventivo della Corte Costituzionale, che vigilerà affinché la formula “in conformità alle scelte degli elettori” venga effettivamente rispettata. Perché RLV non cita questa parte quando parla di senatori nominati? Perché è un consumato politico e conferenziere, bravo a mettere in evidenza ciò che sostiene la sua tesi, non citando ciò che potrebbe confutarla.

 

Come quando parla dello stato di  guerra, che diventerebbe molto più facile da dichiarare, perché dopo la riforma resta in capo alla sola Camera. Omettendo di ricordare che mentre nella “Costituzione più bella del mondo” lo stato di guerra viene votato a maggioranza dei votanti, dopo la riforma ci sarà bisogno della maggioranza degli aventi diritto. Non è la stessa cosa, è un forte rafforzamento delle garanzie.

 

Cambiamenti possibili della legge elettorale

 

E infine la legge elettorale (anche qui mi tocca essere un po’ tecnico). A mio avviso l’Italicum, da un punto di vista democratico, ha un grande vantaggio: permette ai cittadini (e non ai partiti) di scegliere chi governerà l’Italia. Un po’ come accade oggi per i sindaci. E non è stato così con il Porcellum, non era così con il Mattarellum (collegi uninominali) e non lo era neanche nella Prima Repubblica, quando si votava con il proporzionale.

 

I meccanismo di scelta dei deputati è più controverso: capolista bloccato e poi preferenze per i non capilista. Questo fatto potere di scelta ai partiti, che determineranno di fatto buona parte dei deputati (ma meno di un terzo per la lista che vincerà). Anche se bisogna dire che funziona così in quasi tutte le democrazie occidentali, dove non si fa uso di preferenze, ma di liste in qualche modo bloccate.

 

Il problema è che se si mettesse tutto a preferenze, saremmo praticamente certi di avere una Camera fatta solo da ex-amministratori locali, con macchine di raccolta del consenso personale già rodate, e sarà difficilissimo che entrino persone che non provengono dal mondo della politica. Le preferenze hanno anche il difetto di accentuare la competizione dentro i partiti piuttosto che fra i partiti, per non parlare di quanto accade al Sud: oggi nelle elezioni regionali, le schede con indicazione di preferenza sono il triplo in Calabria che in Lombardia… Il meccanismo capolista bloccato / preferenze cerca di trovare un bilanciamento fra questi pro e contro.

 

Altra critica ricorrente è il premio dato alla lista piuttosto che alla coalizione. Il problema è che con il premio di coalizione si accentua enormemente il potere dei piccoli partiti, che potranno condizionare le maggioranze di governo, come accadeva nella nostra gioventù con i minipartiti tipo PRI e PSDI. E ciò avviene senza che il capo del governo abbia il potere di sciogliere il Parlamento, come può invece fare il Sindaco (per questo raramente nei Comuni oggi si ribaltano le maggioranze). È vero però che il premio di maggioranza alla lista rischia di favorire la nascita di coalizioni fasulle, messe assieme solo per conquistare il premio, che poi si disfano come neve al sole. Ma va ricordato che le coalizioni già si disfacevano con il Mattarellum (ho citato il caso di Romano Prodi) e ora con il Porcellum.

 

In questo ginepraio, tutti dicono la loro, e tutti hanno un po’ di ragione e di torto. Certamente non ha alcun senso tornare al proporzionale della Prima Repubblica, a meno che non si decida di dare un enorme potere ai partiti, togliendo ai cittadini la possibilità di votare per un programma di governo.

 

Comunque Renzi, all’ultima direzione PD, ha detto di essere dispostissimo a cambiare l’Italicum – ad esempio mettendo il premio di coalizione e/o togliendo i capilista bloccati e/o togliendo o modificando il ballottaggio – a condizione che “il giorno dopo le elezioni si sappia chi governerà il paese per i prossimi anni”. È quest’ultima cosa che sembra terrorizzare RLV, che ha paura dell’avvento di un populista, di un dittatore … o di Renzi. Ma questo è quanto accade in tutte le democrazie del mondo, dove chi governa governa, chi fa opposizione fa opposizione, con gli elettori che poi decidono se rinnovare il mandato o se mandare a casa il premier e il suo governo.

 

Più paura che speranza

 

Alla fin fine, è proprio questo che traspare dal testo di RLV: l’idea che la democrazia nel nostro paese vada protetta dal tiranno e dai poteri forti. E che per farlo le istituzioni attuali vanno benissimo. Dimenticando che con governi alla mercé di maggioranze variabili, con l’impossibilità da parte degli elettori di indicare chi dovrebbe governare, con l’impossibilità di un normale fluire legislativo, si permette a poteri esterni al meccanismo democratico elettorale di esercitare un’enorme influenza. Perché in politica qualsiasi spazio vuoto viene riempito, piuttosto prima che poi. Dimenticando, inoltre, che alcune personalità che si sono schierate per il NO, come Berlusconi e Monti, fino a qualche mese fa erano indicati come i veri emissari dei poteri forti in Italia. Come la mettiamo?

 

Sono stato un po’ lungo … ma la passione è tanta. Passione per avere un paese dove il voto conti, il parlamento conti, il governo conti. Dove i ruoli siano ben definiti.

 

Non lasciamo che la possibilità di cambiare in meglio venga inibita dai nostalgici di un mondo che non c’è più. Un mondo che forse rifulge nella memoria della gioventù, ma che già conteneva in sé il germe dei problemi che ci trasciniamo da trent’anni. Sono problemi che non verranno certo risolti da un SÌ al referendum. Ma che certamente, se vincerà il NO, continueranno a pesare come macigni nella nostra vita democratica.

 

1 Commento

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Una risposta a “Giampiero Dalla Zuanna replica a La Valle #bastaunsì

  1. Prof. Dalla Zuanna, la ringrazio per il suo articolo che profuma di storia, filosofia, diritto costituzionale, psicologia, politica, passione e effonde aria fresca, pulita, ossigenata e luminosa che è humus per il futuro dell’Italia che verrà.

    Ringrazio anche il Prof. Ceccanti che quotidianamente mantiene aggiornato il suo blog con contenuti sempre interessantissimi.

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