Referendum: Giovanni Cominelli da www.santalessandro.org #bastaunsì

Verso il referendum costituzionale. La vecchia idea di democrazia è in crisi. Quella nuova non c’è ancora

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BY GIOVANNI COMINELLI ON 6 NOVEMBRE 2016 ·INTERVISTA

Foto: 9 maggio 1978, Roma, Via Caetani. Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse

Il lungo e acceso dibattito referendario, animato principalmente dalle élites intellettuali, dagli opinion leader/maker, dai politici, da quell’opinione pubblica che Metternich riduceva più realisticamente a “opinione pubblicata” – che oggi si esprime attraverso i media e i social-media – ha funzionato quale cartina di tornasole dell’idea di democrazia che di questi tempi gli italiani pensano e praticano. Da questa idea dipendono anche le scelte referendarie prossime.

IL SISTEMA DEI PARTITI. RAPPRESENTANZA FORTE, GOVERNO DEBOLE

Questa idea è cambiata lungo gli anni, dalla fondazione della Repubblica. Fin dagli anni della Resistenza e della Costituente, il CLN, composto dai partiti, e poi i partiti, costituiti in sistema, sono stati il canale esclusivo della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Il sistema dei partiti si è insediato al centro della vita civile e istituzionale del Paese, occupando progressivamente lo Stato in tutti i suoi gangli e poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, le aziende pubbliche, il sistema bancario, le Università, la TV pubblica, i giornali… L’effetto positivo di questa occupazione era che il Paese era rappresentato fin nelle sue microfibre. Il sistema elettorale proporzionale attribuiva a ciascun partito una quota parte della rappresentanza. Il numero degli iscritti ai partiti era molto alto: la DC nel 1948 aveva 1.127.000 iscritti, il PCI oltre i due milioni. Ancora nel 1990 il PCI aveva 1.274.000 tesserati e il PSI 674.000. Il pianeta del sistema-partiti, quello dello stato politico e amministrativo, quello della società civile erano perfettamente allineati. O almeno così pareva. Perchè si stava, già fin dagli anni ’50, aprendo uno iato sempre più largo, tra rappresentanza e governo. La rappresentanza era in corrispondenza biunivoca con la società, cioè con quello che Hegel definì “il sistema dei bisogni”, ma non c’era capacità di risposta da parte del governo, “il sistema delle risposte”. Rappresentanza forte, governo debole. Questo l’assetto istituzionale disegnato concordemente da tutte le principali forze costituenti.

LA RAPPRESENTANZA ENTRA IN CRISI. IL CITTADINO ARBITRO E SOVRANO NON SCEGLIE

La frattura della guerra fredda, che attraversava il sistema politico – il PCI era saldamente legato all’Unione sovietica – e il velo di ignoranza steso sul futuro prossimo convinsero i competitori politici del 1946-48 a proteggersi da un possibile governo forte dell’altro. Governo forte istituzionalmente: che non fosse in balia del sismografo della rappresentanza perfetta, pronto a registrare ogni minima scossa della società, dell’economia, dei poteri dello stato. Così, rappresentanza forte e governo debole hanno finito per eccitare molte domande e dare poche risposte. La Repubblica dei partiti, nella quale non l’istituzione governo, ma il concerto dei segretari di partito ha preso le decisioni fondamentali, è andata in crisi, proprio a partire dal lato della rappresentanza. Il movimento comunemente denominato “del ’68” è esondato al di fuori dei canali partitici della rappresentanza. È stato un segnale di allarme, quasi subito rientrato, perché quando si è trattato di elaborare le istituzioni di una nuova democrazia, il movimento del ’68 ha ripercorso le antiche strade delle categorie intellettuali degli anni ’30: leninismo, stalinismo, troskismo, luxemburghismo, maoismo…, a volte con esiti tragici. Quanto ai partiti, non hanno avvertito l’inquietudine accumulatasi nella società civile, stufa di gridare domande e di ottenere risposte evasive. Nella Dc fu solo Aldo Moro a percepire, in un famoso articolo de Il Giorno, nella Pasqua 1968, la potenza di quel segnale. Il Pci tentò di usare quel movimento a fini elettorali e ci riuscirà almeno fino alle elezioni del 20 giugno 1976. I partiti non proposero un nuovo assetto istituzionale della democrazia italiana, che allineasse rappresentanza e governo, innanzitutto sul piano della legittimazione democratica. Sarà Roberto Ruffilli, assassinato dalle BR il 16 aprile del 1988, a teorizzare con lucidità e antiveggenza che al “cittadino arbitro e sovrano” si doveva riconoscere il diritto e il potere di scegliere non solo la rappresentanza, ma anche il governo. Non è stata seguita quella strada. Pertanto i governi hanno continuato ad essere deboli e impotenti, di fronte alla pressione degli interessi, mentre la rappresentanza è entrata in una crisi di sfiducia e di… rappresentatività.

LA NUOVA IRRESPONSABILITÀ COLLETTIVA

Dalla fine degli anni ’80 sono insorti nuovi partiti e nuovi movimenti – ultimo quello del M5S – che hanno raccolto domande, proteste, rabbie, senza che riuscissero – è il caso Forza Italia – o volessero – è il caso del M5S – a ridisegnare un nuovo equilibrio tra rappresentanza forte e governo forte. Hic stat Rhodus! Perché una lunga consuetudine a domandare, a gridare, a protestare e, al contempo, l’ignavia intellettuale e politica di intellettuali e partiti e opinionisti, che lisciano il pelo della protesta, ma si astengono rigorosamente dal proporre un nuovo progetto costituzionale e istituzionale, hanno generato un’irresponsabilità collettiva. Si sta più comodi alla fonda nei porti usati, la navigazione in mare aperto è più rischiosa. Per molti italiani, popolo e intellettuali, la democrazia è solo rappresentanza, benché talora rifiutino quella che c’è per costruirsene di nuova. Un nuovo porto dove stare alla fonda e non assumersi, di nuovo, le proprie responsabilità. Alla fine, ma questo tocca soprattutto la politica, i partiti hanno paura del cittadino arbitro e sovrano.

 

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