Se per Caffarra la modernità è come un blocco, la Chiesa diventa una setta

L’intervista a Caffarra sul Foglio propone l’idea di un’irriducibile conflitto con la cultura moderna presa come un tutto senza contraddizioni interne e quindi l’impossibilità di un’evoluzione nei giudizi.
Il problema è che, invece, la modernità non è affatto un blocco e che questi cambiamenti sono avvenuti. Il più spettacolare e innegabile fu il ribaltamento di giudizi sulla libertà religiosa. Basti confrontare le parole del Sillabo di Pio IX e quelle della dichiarazione conciliare “Dignitatis Huamanae”, con cui la Chiesa si  riconciliava con la modernità angloamericana (guarda caso lì avvenne lo scisma di Lefebvre con motivazioni analoghe a quelle odierne di Caffarra).
Si affronta poi il tema dei divorziati non a partire dalla responsabilità morale della rottura del precedente legame, ma solo in relazione all’esercizio della sessualità nel nuovo legame che diventa quasi un’ossessione.
I giuristi hanno problemi a distinguere chiaramente in termini di diritto cosa distingua una chiesa da da una setta; qualcuno dice scherzosamente che in fondo le chiese sono le sette che hanno avuto successo. Però forse in termini di proposta alle persone siamo qui davvero di fronte all’alternativa tra una setta passatista e una Chiesa.
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2 commenti

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2 risposte a “Se per Caffarra la modernità è come un blocco, la Chiesa diventa una setta

  1. Caro Stefano, non sono abbonato a Il Foglio e quindi non ho letto l’intervista del Cardinal Caffarra a @matteomatzuzzi. Posso immaginare che le posizioni non si discostino molto da quelle manifestate dal prelato in altre circostanze e che rappresentano una visione di Chiesa condivisa da diversi settori del mondo religioso e civile.

    In realtà il terreno del conflitto, che per Caffarra può assumere i contorni della “confusione”, sono le conseguenze dell’insegnamento del Concilio Vaticano II intorno alla natura e alla missione della Chiesa (Lumen Gentium) e intorno ai rapporti della Chiesa con il mondo contemporaneo (Gaudium et Spes). Nei 55 anni che ci separano dal Concilio (troppo pochi, come l’esperienza precedente dimostra, per una piena accoglienza delle sue grandi intuizioni) talora si è tentato di infilare il vino nuovo del suo insegnamento negli otri vecchi di tradizioni e mentalità stereotipate. Solo un cieco, peraltro poco ferrato evangelicamente, potrebbe negare che certi tentativi hanno dato origine a ircocervi ecclesiali di ben poca efficacia e utilità pastorale.

    Ricordo invece che non sono prive di conseguenze pastorali le affermazioni conciliari, per esempio, sull’universalità del popolo di Dio (“Tutti gli uomini sono chiamati [alla] cattolica unità del popolo di Dio, che prefigura e promuove la pace universale; a questa unità in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini senza eccezione, che la grazia di Dio chiama alla salvezza” LG 13) o sul debito che la Chiesa ha nei confronti del mondo contemporaneo dal quale riconosce di “ricevere molto” (“La Chiesa, nel dare aiuto al mondo come nel ricevere molto da esso, ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza dell’intera umanità” GS 45). Arroccarsi nella propria torre d’avorio ed ignorare la complessità e la ricchezza di una umanità segnata sì dal peccato ma elevata dalla redenzione di Cristo non solo non rende giustizia alla verità, ma non consente né un sereno e proficuo dibattito né l’affermazione della amorevole verità che è Cristo.

    Grazie dell’attenzione di cui mi onori e dello spazio che mi hai concesso. UQ

  2. Hysteron proteron

    Che bellini che ve la cantate e ve la suonate tu e don Ugo, tra voi due e i vostri preconcetti su Caffarra.

    Stefano correggi quel “Huamanae” che non si può vedere… e non è la cosa più orriibile di questo articolo 😦

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