Archivi del giorno: 16/05/2017

Intervento alla Camera, Presentazione del libro di Emmanuel Macron, “Rivoluzione”

 

Vorrei sottolineare tre punti.

In primo luogo per capire questo libro e l’itinerario politico di Macron dobbiamo partire da un altro importante testo, le memorie di Jacques Delors.

L’ex- Presidente della Commissione europea ricordava che il segretario Emmanuelli, storico esponente della sinistra interna recentemente scomparso (che si sarebbe poi schierato per No al referendum sul Trattato costituzionale europeo) pur non condividendone la linea politica, gli aveva proposto la candidatura per le presidenziali 1995, visto che Delors era l’unico socialista secondo i sondaggi a poter vincere, ma che lui aveva rifiutato perché “l’assenza di una maggioranza coerente mi avrebbe impedito di realizzare le riforme che io credevo indispensabili”.

In fondo quella tra Delors e Macron è una sorta di passaggio di testimone e la maggioranza presidenziale che vuole costruire Macron (evidente anche dal profilo del Primo Ministro juppeista Philippe, che andrebbe dai socialisti riformisti già in larga parte incorporati ai settori moderati del centrodestra su cui è in corso un’evidente opa), è la riproposizione su basi nuove dello schieramento che perse il referendum sul Trattato costituzionale del 2005 contro i sovranisti di entrambe le sponde.

“Scomporre e ricomporre il sistema dei partiti lungo l’asse “tra i fautori dell’apertura e della chiusura” (p. 207) è la conseguenza logica di quella diagnosi che risale già a Delors. Lo vedremo ancora meglio domani con la squadra di governo al completo.

Entrambi i tradizionali schieramenti hanno riprodotto una schizofrenia tra le fasi elettorali e quelle post-elettorali. Riguardo alle prime, negli ultimi decenni ha prevalso la spinta a un’unità ideologica (si veda la pag. 40 del libro, che si è tradotta poi in una grave difficoltà successiva quando hanno poi cercato di correggere la rotta. Per quanto Macron, per immediate esigenze elettorali si sia presentato come candidato fuori dallo schema bipolare, di fatto i suoi rimproveri e le sue citazioni rivelano una condivisione delle riflessioni dell’ala moderata del Partito Socialista, in particolare di Rocard (p. 24) e di Delors (p. 206) contro la retorica anti-europea e anti-liberista che aveva già contagiato il Partito negli anni ’90 fino alla forte dissidenza interna nel referendum sul trattato costituzionale del 2005 (p. 203). Per inciso: non stupisce che un allievo di Paul Ricoeur, amico di Olivier Mongin e frequentatore della rivista Esprit, richiamati più volte, sia più nella regola europea che non nell’eccezione francese quando parla di laicità: “la laicità è una libertà prima che essere una riserva…è un fondamento non una cappa di piombo. Come è possibile chiedere ai nostri concittadini di credere nella Repubblica se poi ci si serve di uno dei nostri principi fondamentali, la laicità, appunto, per dire che per alcuni non c’è posto?” (p. 156, ma toni analoghi anche a p. 18 sul velo islamico).

Se la diagnosi per il passato è questa, si capisce meglio il secondo punto, la centralità del tema europeo e delle proposte istituzionali su di esso. La nuova Presidenza si batte per la rimozione dei tradizionali ostacoli francesi ad una maggiore integrazione politica e delle resistenze a rispettare i vincoli per i singoli Stati (p. 212), chiedendo in cambio alla Germania, in sintonia con l’Italia (p. 214) la disponibilità a una maggiore integrazione economica. Ciò significa prevedere anzitutto un consistente bilancio europeo in grado di pianificare investimenti ben superiori a quelli del piano Juncker, con un Ministro delle finanze europeo che li governi, responsabile di fronte a un Parlamento della zona Euro (p. 212).

Il discorso di investitura di domenica è stato coerente con il libro trattando di Europa in tre punti: una citazione di Mitterrand sul legame tra sogno francese e sogno europeo; un’affermazione di principio sulla rifondazione e il rilancio dell’Europa perché essa è al tempo stesso fattore di protezione e di libertà, garanzia sia per i bisogni sia per i meriti; tre aggettivi più pratici che descrivono riassuntivamente la linea di riforma, ossia un’Europa più efficace, più democratica e più politica.

Se l’orizzonte è questo, è rilevante anche il terzo punto: l’esigenza di non ridiscutere sui punti chiave gli assetti istituzionali francesi che garantiscono il ruolo europeo del Paese. Macron lo fa in positivo citando un noto testo del Generale de Gaulle secondo cui il loro fine primario è “assicurare al potere pubblico l’efficienza, la stabilità e la responsabilità” (p. 218) e in negativo dichiarando come non prioritarie le enfasi ricorrenti sulla necessità di una “Sesta Repubblica” di cui si era fatto portatore in particolare Melenchon (p. 219). I suoi punti di innovazione sono rivolti per lo più alla “pratica delle procedure” (p. 219), che si traduce in una maggiore stabilità normativa e in un ricorso più costante alla valutazione delle politiche pubbliche, tanto più efficace quanto più le riforme non vengano costantemente rimesse in discussione ma esaminate solo alla fine della loro completa implementazione (p. 81).

Anche qui il discorso di investitura di domenica è stato in netta continuità col libro: “Credo alle istituzioni della Quinta Repubblica e farò tutto ciò che è in mio potere affinché esse funzionino secondo lo spirito che le ha fatte nascere”.

Sia consentito qui provare già ora qualche legittima invidia su questo punto specifico, che, credo, crescerà dopo il risultato delle legislative. Un’invidia che può anche essere consigliera per il nostro futuro.

 

 

 

 

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Intervento alla presentazione atti Università di Teramo, “La rappresentanza in questione”, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di R. Orrù, F. Bonini e A. Ciammariconi

 

Mi limiterò in questa sede a due semplici osservazioni.

La prima è che mentre nelle forme presidenziali, in assenza di rapporto fiduciario, è possibile effettivamente distinguere nettamente rappresentanza e governabilità, dando vita a una complessa logica di ricerca di consenso tra istituzioni, ben descritta nel contributo di Buratti (in particolare pag. 91), con una visione realistica anche degli equilibri dopo l’affermazione di Trump, non mi convince invece l’idea di applicare rigidamente queste distinzioni alle forme con rapporto fiduciario.

Dove vi è rapporto fiduciario vi è infatti, come già spiegava Bagehot, un continuum tra maggioranza parlamentare e Governo bilanciato dall’azione dei gruppi di minoranza e di opposizione oltre che, nei tempi odierni da altri contropoteri come il controllo di costituzionalità e l’integrazione europea. Un continuum che deve in qualche modo essere intellegibile anche agli elettori al momento del voto per fare del cittadino l’arbitro del sistema. Se funziona male il continuum si danneggia al tempo stesso la rappresentanza e la governabilità perché la paralisi decisionale finisce per colpire il principio di responsabilità. Solo Governi di legislatura prevedibili al momento del voto consentono un buon funzionamento del continuum, come ben chiarisce Di Plinio al termine del suo contributo, con particolare riferimento al governo dell’economia, specie alle pagine 223-224.

Speso quando parliamo di crisi della rappresentanza e cerchiamo vie di fuga che spesso sarebbero in realtà regressive (un eccesso di enfasi su forme di democrazia diretta, su mandati imperativi e consimili) e su cui l’onere della prova spetta comunque a chi vuole intaccare le certezze tradizionali, in realtà giriamo intorno a questo specifico problema.

La seconda osservazione conseguente è che, giustamente, fanno bene i singoli autori a discutere laicamente le varie soluzioni possibili, da quelle già sperimentate altrove a quelle che si possono originalmente costruire. Tuttavia la valutazione dipende dal grado di funzionamento per così dire ‘naturale’ del continuum maggioranza-Governo. Laddove esso, senza particolari difficoltà, anche con limitati incentivi istituzionali, produce Governi di legislatura nulla quaestio. Tuttavia l’Italia soffre di una naturale tendenza alla frammentazione e di una difficoltà strutturale delle forze politiche di stipulare intese stabili e coerenti che tra le grandi democrazie ha riscontri analoghi visibili solo in Francia quando in quel paese si vota con la proporzionale (europee) o al primo turno di elezioni maggioritarie. Da qui fatalmente il ruotare del dibattito, come dimostrato dai lavori della Commissione nominata dal Governo Letta, sui due modelli che concretamente si sono rivelati efficaci: o quello neo-parlamentare costruito teoricamente nel 1956 da Duverger e Vedel, varato nei comuni nel 1993, esteso alle Regioni col doppio passaggio 1995-1999 (riforma elettorale e poi costituzionale) e tentato, in modo analogo anche se non identico, col combinato disposto Italicum-riforma costituzionale sul piano nazionale, oppure l’adizione integrale del modello francese post-2002. Per questo contro il primo modello non mi convincono né le obiezioni di Politi (pag. 205) ed ancor meno quelle di Cosulich, in particolare a p. 356: la solidità del continuum vale sia per i livelli in cui si amministra e basta ma anche per quelli in cui si legifera; non a caso quel modello era stato pensato per il rapporto tra Parlamento e Governo francese anche se da noi è stato mutuato dapprima nei comuni. Anzi nelle Regioni quel modello di forma di governo fu introdotto nel 1999 dopo la prova provata che la sola riforma elettorale del 1995 non era sufficiente a garantire la governabilità: quindi non deriva da un approccio astratto, ma da una prova provata dell’insufficienza della sola legislazione elettorale e di una norma razionalizzatrice significativa (la norma “antiribaltone” che portava a nuove elezioni in caso di crisi nel primo biennio; non appena fu superata tale scadenza iniziarono le crisi).  Idem anche per l’obiezione presentata a pag. 363: non sono sistemi adatti al bipolarismo che sarebbero revocati in dubbio dalla nuova frammentazione, ma esattamente il contrario. Se infatti i poli fossero naturalmente solo due i sistemi di razionalizzazione necessari potrebbero essere più duttili. Quei sistemi furono adottati per Comuni e Regioni esattamente perché i poli erano più di due e così pure, per questo identico motivo, è stato esperito il tentativo sul piano nazionale. Essendo esso irreversibilmente fallito il 4 dicembre scorso, nonostante le riserve espresse da Paola Marsocci (da pagina 95 in poi) è inevitabile che riprenda quota l’ipotesi di adozione del sistema francese e non quale cedimento al populismo ma anzi esattamente per il suo contrario giacché solo una struttura istituzionale solida in presenza di una spinta alla frammentazione funziona da efficace parapetto.

Nessuna grande democrazia può reggere avendo al tempo stesso per un lungo periodo partiti deboli e istituzioni deboli. Laddove ci si trovi in quella situazione l’unica soluzione è ripartire dalle istituzioni perché le loro regole stringenti per così dire “producano istituzionalmente” i partiti, come spiegato da Duverger, Vedel e Avril. Mi sembra che le vicende francesi dove le istituzioni stanno reggendo di nuovo l’onda d’urto della discontinuità del sistema dei partiti vada in questo senso.

 

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