Qualche nota su leggi elettorali e sul decreto di cui non abbiamo affatto bisogno

1.      Fatico a capire il richiamo a un decreto-legge in materia elettorale. Forse mi sfugge qualcosa e quindi se mi sbaglio segnalatemelo. La materia elettorale è tra quelle a riserva di Assemblea in cui la decretazione sarebbe preclusa. Viene ammessa solo per questioni di dettaglio (legislazione di contorno). Tutte le questioni di armonizzazione di cui si parla, dalle diverse soglie di sbarramento fino all’eventuale doppia preferenza di genere al Senato non sono legislazione di contorno e quindi non si potrebbero fare per decreto. La doppia preferenza di genere sarebbe dovuta sulla base dell’art. 51 Cost? Forse sì, ma va fatta per legge e vanno trovati i voti per approvarla: siamo sicuri che passerebbe a scrutinio segreto? E siamo sicuri che possa reggere un’armonizzazione delle soglie? I piccoli si terranno stretta la soglia del 3% che li fa resuscitare alla Camera e i grandi non vorranno abbassare quella ell’8 al Senato. Qualcuno pensa invece che ci siano dei buchi e quindi che il decreto non servirebbe ad armonizzare, ma invece a ripianare i buchi. Un primo buco sarebbero le norme per rendere operativa la preferenza unica inserita dalla Corte con la sentenza 1/2014. Tuttavia l’art. 27 del Testo Unico Senato rinvia per tutti i casi in cui vi possano essere lacune al Testo Unico Camera: quindi si può pacificamente ritenere risolto così in via interpretativa qualsiasi aspetto, dalla riga sulla scheda su cui scrivere la preferenza, alla proclamazione degli eletti sulla base della graduatoria decrescente. Un secondo buco sarebbe la disciplina delle coalizioni perché esse sono rimaste nel Testo Unico Senato che faceva riferimento a norme del Testo Unico Camera poi abrogate con l’Italicum, ma in realtà basta considerare quel rinvio come fosso alle norme di allora e anche in questo caso la questione sarebbe risolta in via interpretativa.

2.      La questione dell’emendamento di ieri su cui è caduta l’intesa è importante anche se non decisiva. E’ importante perché la tutela delle minoranze riconosciute non è affatto irrilevante. E’ ovvio che se varo una legge con sbarramento del 5% non posso cancellare quelle minoranze che hanno una tutela particolare. O ricorro ai collegi uninominali (come si fa da sempre per la Val d’Aosta e al Senato per il Trentino Alto Adige e come aveva fatto l’Italicum anche alla Camera) o devo comunque concedere un’esenzione a quelle minoranze. Non è certo col fondamentalismo della Biancofiore che si affronta il problema. L’accordo però non è morto ieri per quell’emendamento, era caduto prima. Infatti gli accordi si fanno così: ciascuno rinuncia alle sue posizioni di partenza, si converge su una piattaforma che è diversa da quelle originarie di ciascuno e lì ci si ferma. Non è che qualcuno ripropone in votazione gli emendamenti che corrispondono alla sua posizione iniziale o che propone nuova consultazioni tra i propri aderenti senza preavvisare gli altri contraenti; altrimenti libero uno, liberi tutti. L’accordo era quindi già saltato l’altro ieri perché, anche in vista delle amministrative, il M5S non ha retto alla pressione sui propri elettori del fatto Quotidiano e del gruppo Repubblica-Espresso.

3.      Si voterà quindi con le leggi vigenti. Sotto il profilo della governabilità in realtà non cambia nulla rispetto a tutte le ipotesi di riforma di cui si è parlato: tutte sono accomunate dal fatto che se una forza arriva al 40% dei voti intorno ad essa si può costruire facilmente un Governo; altrimenti ci vorranno intese post-elettorali. E’ il lascito del referendum. La riforma avrebbe migliorato la rappresentanza, ma ormai cosa fatta capo ha e spetta alle forze politiche attrezzarsi per ridurre il danno sul piano politico.

4.      Il Governo resta in carica e navigherà a vista, cercando di approvare le leggi su cui però la maggioranza non appare così solida. Repubblica, che si è opposta alla riforma difendendo il gruppo di Alfano, invita ad approvare leggi urgenti che però non sono state sin qui approvate non per cattiveria ma perché su di esse c’è il dissenso di quel gruppo. Ora da martedì la Camera, accantonata la legge elettorale, dovrebbe approvare il processo penale contro il gruppo di Alfano, mentre al Senato si dovrebbe convertire la manovrina col voto contrario del gruppo di Bersani. Tutto si può fare, magari ci si riesce lo stesso e forse è anche doveroso farlo, ma da qui a presentare questa navigazione di Governo e maggioranza come fisiologica per i prossimi mesi ce ne corre.

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