Cittadinanza: cosa scriveva Civiltà Cattolica nel 2013 @OcchettaF

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Cittadinanza. Beppe Grillo tra ambiguità e un argomento sconcertante

Il post di Beppe Grillo sulla cittadinanza è sconcertante per due motivi.

Il primo è perché gioca sull’ambiguità dell’astensione, come se volesse ricavarsi lo spazio di una posizione terza, equilibrata, ma al Senato le astensioni si sommano ai voti negativi.

Il secondo è la motivazione adottata. La tesi è la seguente: siccome dall’acquisizione della cittadinanza nazionale deriva in automatico quella europea (il cui cuore è la libertà di circolazione) un Paese dovrebbe prima mettersi d’accordo con gli altri e solo dopo varare riforme in questo ambito. Ora qui siamo al paradosso: una forza politica che sta al Parlamento europeo nel gruppo euro-scettico propone una posizione da super-Stato federale, all’estremo opposto. Nemmeno Altiero spinelli avrebbe osato tanto. I criteri sulla cittadinanza, che sono uno dei pilastri della sovranità nazionale, dovrebbero essere rimessi ad un livello superiore! E come fare poi ad omogeneizzare normative ad oggi del tutto divaricate? Ma davvero non riesce a trovare una qualche motivazione più plausibile?

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Quale confine di costituzionalità per i sistemi elettorali non proporzionali? Qualche ragionamento a partire dall’intervista di Giuliano Amato

Ho letto con attenzione la parte finale dell’intervista del giudice costituzionale Giuliano Amato al Corsera: capisco gli argomenti, che, come sempre, dato l’Autore, da cui ho imparato e imparo sempre molto, mi spingono a ragionare, però confesso almeno al momento di non essere convinto delle conclusioni.

Mi sembra che valga la pena di discuterne al di là di qualsiasi scelta immediata. Magari al termine della discussione mi convincerò di avere torto.

Premetto purtroppo che dopo il 4 dicembre qualsiasi ragionamento sulle leggi elettorali ritrova la consueta pietra d’inciampo del bicameralismo paritario, che complica qualsiasi soluzione e che non appare rimuovibile in tempi brevi.

Il punto è questo: dove stabiliamo costituzionalmente la frontiera della costituzionalità (non della preferibilità) tra meccanismi diversi tutti ispirati alla logica dell’elettore che decide sui governi? Io, se dipendesse da me, la imposterei così: o si aderisce all’impostazione di quella parte minoritaria della dottrina che in nome del voto uguale “in uscita” li ritiene tutti incostituzionali oppure è difficile bocciarne alcuni e promuoverne altri che abbiano caratteristiche non troppo dissimili e che, peraltro, sembrano equilibrarsi tra di loro. In particolare ho dei dubbi sulla possibilità di giudicare sulla costituzionalità di una legge a prescindere dalle caratteristiche della forma di governo.

Prendiamo i due esempi citati dal professor Amato come costituzionali.

Il primo è il doppio turno uninominale di collegio per l’insieme dei seggi. A prima vista emerge chiaramente una differenza tutt’altro che irrilevante che ce lo può far ritenere preferibile: ogni candidato è eletto con un mandato a sé stante. La dis-proporzionalità sembra “naturale” rispetto a quella “artificiale” di un premio nazionale; il cuore dell’argomenti si colloca qui e non mi sfugge. Tuttavia quel sistema non si colloca nel vuoto, non può essere descritto solo come la somma di tante competizioni locali indipendenti, come se si trattasse di una serie di elezioni comunali separate.  Sta dentro una precisa forma di governo, ricostruita benissimo anche dal professor Amato anche in un volumetto ad hoc scritto con Francesco Clementi e aggiornato alle novità del 2002 (quinquennato presidenziale e elezioni legislative in “luna di miele” presidenziale). Il movimento di Macron aveva presentato 525 candidati in altrettanti collegi: solo 19 non sono passati al secondo turno e circa 400 potrebbero essere eletti. Con queste dimensioni si può dire che essi siano stati votati perché conosciuti nel singolo collegio e apprezzati uti singuli o non piuttosto in traino al Presidente per dargli una maggioranza in Parlamento, analogamente a quanto accade con gli eletti in seguito allo scatto di un premio di maggioranza nazionale? Il fatto che si faccia con due elezioni diverse, in cui però la seconda è trainata dalla prima, è sufficiente a farci superare il confine tra costituzionale e incostituzionale? E non si giustifica meglio un sistema con un tetto che non comprima le minoranze rispetto ad uno che tende (anche se non assicura) di andare ben oltre? Il sistema francese come praticato dal 2002 provoca di norma (e non come eccezioni) evolutamente una sovra-rappresentazione molto forte: nel 2002 Chirac prese al primo turno delle presidenziali il 19,9% dei voti e ottenne alla fine il 69% dei seggi all’Assemblea; Sarkozy nel 2007 fece il 31,2% dei voti e il 59,8% dei seggi; Hollande nel 2012il 28,6% e il 59,8%.  Possiamo discutere dei pro e dei contro di questo sistema rispetto ad uno con premio in seguito a ballottaggio nazionale, ma possiamo dire che le differenze sono tali da farcene giudicare uno costituzionale e l’altro no?

Il secondo esempio è il sistema elettorale dei Comuni. Esso prevede le coalizioni sia al primo turno sia, eventualmente, con l’aggiunta di altre liste tra primo e secondo turno e qualche caso limite in cui il premio non scatta (se un’altra coalizione ha superato il 50% al primo turno, se il sindaco vincente al primo turno ha visto le sue liste sotto il 40%). Ora, a prescindere qui dal problema principale col bicameralismo paritario, ossia due premi diversi in Camere con basi elettorali diverse, anche qui c’è il problema di esaminarlo non a sé stante, ma dentro una precisa forma di governo. Quel sistema, che appare più flessibile per la presenza di coalizione, è però incardinato dentro una forma di governo “blindata” dal simul stabunt simul cadent tra Sindaco e Consiglio che evita le incongruenze del cosiddetto modello israeliano che separava vertice dell’esecutivo e Assemblea. Siamo sicuri che possa essere descritto come costituzionale perché meno costrittivo rispetto ad uno che preveda solo le liste ma che poi consenta di sfiduciare il Governo senza andare al voto anticipato? E’ comunque una differenza tale da poter far dire che uno è costituzionale e l’altro no?

La contro-deduzione più forte è indubbiamente che l’Italicum voleva far scaturire chi governerà dalla maggioritarizzazione della Camera,  Francia e Comuni dalla elezione diretta del futuro governante, ma tuttavia negli ultimi due casi l’elezione del governante trascina anche la maggioritarizzazione dell’Assemblea.

Materia per ulteriori interventi.

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Una mia intervista sulla vittoria di Macron

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Molto difficile trasporre le coalizioni locali sul piano nazionale

Da ieri sera sembriamo tornati al bipolarismo tradizionale, con buona pace di quella classe dirigente che ha delegittimato il ballottaggio dell’Italicum perché credeva in un successo del M5S.
Però anzitutto quest’impressione è anch’essa figlia del sistema elettorale che prevede il ballottaggio.
Il problema però è che questo non è trasferibile sul piano nazionale. Non solo perché le regole sono diverse ma anche perché per ragioni politiche quelle coalizioni non sembrano al momento trasponibili. Anzi, spostando le elezioni più avanti,  col nuovo dialogo franco-tedesco che porterà a proposte di una Ue rafforzata, quello si imporrà ancor più come il tema chiave. Potrà Forza Italia allearsi con la Lega che chiede il referendum sul’Euro? Potrà il Pd allearsi con alcune delle forze alla propria sinistra che chiede lo smantellamento di riforme che ci potrebbero fuori dalla convergenza con glia altri Paesi Ue?
Quindi non solo le diverse regole elettorali (che a questo punto non saranno cambiate e peraltro se si tentasse di cambiarle durante le legge di bilancio sarebbe una gara di ricatti incrociati) ma anche i problemi reali rendono difficilmente trasponibili quelle coalizioni che invece hanno senso sul piano locale.

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Primarie di coalizione? Non convincente riproporle

Un pò strano il tentativo di resuscitare le primarie di coalizione in un sistema che non è più majority assuring. In questo nuovo contesto si possono anche fare coalizioni pre-elettorali (possibili al Senato come apparentamento tra liste diverse e alla Camera come listoni) ma se la prima di esse non arriva al 40 bisogna poi allargarle ulteriormente dopo il voto. Pertanto, come in un qualsiasi sistema dove vi può essere bisogno di coalizioni, la primaria la fanno gli elettori: la guida del Governo la esprime il partito della coalizione che arriva primo all’interno di essa, sia che vinca quella pre-elettorale sia che ci sia bisogno di una post-elettorale.

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Qualche nota su leggi elettorali e sul decreto di cui non abbiamo affatto bisogno

1.      Fatico a capire il richiamo a un decreto-legge in materia elettorale. Forse mi sfugge qualcosa e quindi se mi sbaglio segnalatemelo. La materia elettorale è tra quelle a riserva di Assemblea in cui la decretazione sarebbe preclusa. Viene ammessa solo per questioni di dettaglio (legislazione di contorno). Tutte le questioni di armonizzazione di cui si parla, dalle diverse soglie di sbarramento fino all’eventuale doppia preferenza di genere al Senato non sono legislazione di contorno e quindi non si potrebbero fare per decreto. La doppia preferenza di genere sarebbe dovuta sulla base dell’art. 51 Cost? Forse sì, ma va fatta per legge e vanno trovati i voti per approvarla: siamo sicuri che passerebbe a scrutinio segreto? E siamo sicuri che possa reggere un’armonizzazione delle soglie? I piccoli si terranno stretta la soglia del 3% che li fa resuscitare alla Camera e i grandi non vorranno abbassare quella ell’8 al Senato. Qualcuno pensa invece che ci siano dei buchi e quindi che il decreto non servirebbe ad armonizzare, ma invece a ripianare i buchi. Un primo buco sarebbero le norme per rendere operativa la preferenza unica inserita dalla Corte con la sentenza 1/2014. Tuttavia l’art. 27 del Testo Unico Senato rinvia per tutti i casi in cui vi possano essere lacune al Testo Unico Camera: quindi si può pacificamente ritenere risolto così in via interpretativa qualsiasi aspetto, dalla riga sulla scheda su cui scrivere la preferenza, alla proclamazione degli eletti sulla base della graduatoria decrescente. Un secondo buco sarebbe la disciplina delle coalizioni perché esse sono rimaste nel Testo Unico Senato che faceva riferimento a norme del Testo Unico Camera poi abrogate con l’Italicum, ma in realtà basta considerare quel rinvio come fosso alle norme di allora e anche in questo caso la questione sarebbe risolta in via interpretativa.

2.      La questione dell’emendamento di ieri su cui è caduta l’intesa è importante anche se non decisiva. E’ importante perché la tutela delle minoranze riconosciute non è affatto irrilevante. E’ ovvio che se varo una legge con sbarramento del 5% non posso cancellare quelle minoranze che hanno una tutela particolare. O ricorro ai collegi uninominali (come si fa da sempre per la Val d’Aosta e al Senato per il Trentino Alto Adige e come aveva fatto l’Italicum anche alla Camera) o devo comunque concedere un’esenzione a quelle minoranze. Non è certo col fondamentalismo della Biancofiore che si affronta il problema. L’accordo però non è morto ieri per quell’emendamento, era caduto prima. Infatti gli accordi si fanno così: ciascuno rinuncia alle sue posizioni di partenza, si converge su una piattaforma che è diversa da quelle originarie di ciascuno e lì ci si ferma. Non è che qualcuno ripropone in votazione gli emendamenti che corrispondono alla sua posizione iniziale o che propone nuova consultazioni tra i propri aderenti senza preavvisare gli altri contraenti; altrimenti libero uno, liberi tutti. L’accordo era quindi già saltato l’altro ieri perché, anche in vista delle amministrative, il M5S non ha retto alla pressione sui propri elettori del fatto Quotidiano e del gruppo Repubblica-Espresso.

3.      Si voterà quindi con le leggi vigenti. Sotto il profilo della governabilità in realtà non cambia nulla rispetto a tutte le ipotesi di riforma di cui si è parlato: tutte sono accomunate dal fatto che se una forza arriva al 40% dei voti intorno ad essa si può costruire facilmente un Governo; altrimenti ci vorranno intese post-elettorali. E’ il lascito del referendum. La riforma avrebbe migliorato la rappresentanza, ma ormai cosa fatta capo ha e spetta alle forze politiche attrezzarsi per ridurre il danno sul piano politico.

4.      Il Governo resta in carica e navigherà a vista, cercando di approvare le leggi su cui però la maggioranza non appare così solida. Repubblica, che si è opposta alla riforma difendendo il gruppo di Alfano, invita ad approvare leggi urgenti che però non sono state sin qui approvate non per cattiveria ma perché su di esse c’è il dissenso di quel gruppo. Ora da martedì la Camera, accantonata la legge elettorale, dovrebbe approvare il processo penale contro il gruppo di Alfano, mentre al Senato si dovrebbe convertire la manovrina col voto contrario del gruppo di Bersani. Tutto si può fare, magari ci si riesce lo stesso e forse è anche doveroso farlo, ma da qui a presentare questa navigazione di Governo e maggioranza come fisiologica per i prossimi mesi ce ne corre.

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